Eccoti finalmente!

Sebbene, in fondo in fondo, mi sembrasse impossibile sino a poco più di due settimane fa, il mio cuore di mamma è nuovamente, travolgentemente, inaspettatamente…innamorato!

G. è nato il 1° febbraio 2012 alle ore 10:55 A.M. con un taglio cesareo programmato, a 38 settimane e 1 giorno di gestazione.

Un’esperienza nuova, un parto che nulla ha avuto di naturale e che è stato molto più vicino ad un’operazione chirurgica che ad un evento spontaneo, quale dovrebbe essere. Ma le condizioni del parto precedente lo hanno, per così dire, imposto.
E G. è uscito senza essere veramente preparato all’evento, ma in ottima forma.

Bello come il sole, si è materializzato di fronte a me pieno di vita, di carne piena e di vagiti potenti.
Un piccolo dio, perfetto nella forma e forte nell’ atteggiamento.
Ha avuto l’Apgar più alto dei miei figli (9-10) e quando me l’hanno avvicinato al petto ho sentito il suo respiro forte sulla mia pelle e, finalmente, ho potuto dare un viso e un corpo al mio bambino!

G. ha portato con sé il dono della neve, talmente tanta da affrettare la nostra uscita dalla clinica per non rimanere bloccati. Di certo, l’essere nato prima del termine e senza un parto già avviato, G. l’ha pagato dopo: un ittero e un calo ponderale consistente che si è verificato dopo essere stati dimessi dall’ospedale, tanto da indurre la mia pediatra a fornirmi indicazioni per la fatidica aggiunta di latte artificiale.

Ringraziando il cielo io ho sempre avuto molto latte e di latte artificiale non ne so proprio nulla. D’altronde so bene che, seppur in alcune occasioni sia necessario, l’aggiunta potrebbe turbare fortemente il delicato equilibrio nel rapporto richiesta del bambino/risposta del seno materno, soprattutto nei primi giorni dopo il parto.
Ma il piccolo è stato così mogio e sonnolento per l’ittero, da farci tentennare alquanto. Fortunatamente abbiamo tenuto duro, l’abbiamo stimolato ad attaccarsi al seno il più possibile (anche di notte) e ora il peso sta risalendo. Lui è più vispo e partecipe e siamo tutti più tranquilli.

Ora che la parentesi nevosa è finita e gli slittini sono tornati in cantina, le tute da sci girano in lavatrice e i miei due figli maggiori sono tornati (tristemente) a scuola, io e G. ci stiamo calibrando verso una di quelle che in altri ambiti si potrebbe chiamare routine, ma che è un termine sicuramente troppo pretenzioso per il momento.
Diciamo che stiamo entrambi tentando di trovare un equilibrio che possa appartenerci. Sapendo che tutto è nuovo e, soprattutto, ben presagendo che domani sarà già tutto messo in discussione.

I primi giorni dopo la nascita sono, nella mia esperienza di mamma, quelli più difficili.
Sia per questioni prettamente ormonali, sia perché è il momento in cui mamma e figlio cominciano a (ri)conoscersi sul serio. In questa fase, man mano che ho acquisito esperienza sul campo, preferisco abbandonarmi al mio istinto materno e lasciare che esso mi guidi nell’assecondare i bisogni del piccolo: sento infatti che G., rispetto ai miei due precedenti bambini, nati entrambi a termine, è sicuramente più bisognoso di sentirsi protetto, raccolto, contenuto. E quindi spesso lo lascio dormire pelle a pelle con me. E nel suo bisogno riconosco subito anche il mio. Gli piace molto stare nella fascia lunga, attaccato al mio petto e il latte è spesso per lui coccola e consolazione, oltre che nutrimento.

Durante la notte, lo allatto spesso, assecondando le sue richieste. E molte volte ci sdraiamo vicini, in modo tale che sia lui ancora più direttamente a decidere il quanto e il come e io possa dormire un po’. Il suo sonno, quando mi è vicino, mi pare più pesante e tranquillo e quando si sveglia sembra essere più riposato.

Prima che arrivasse G., mi ero fatta una specie di schema mentale su come avrei voluto andassero le cose durante la notte: i bambini nella loro cameretta con all’occorrenza la presenza di papà, niente più migrazioni notturne verso il lettone, ormai occupato dalle mie veglie di allattamento. E questo mi stava creando non poche ansie verso i fratelli più grandi, avendo paura di trascurarli o di farli sentire esclusi. Ma già ora, dopo due settimane, gli schemi sono molto meno rigidi e io mi sento meglio, più rilassata nel constatare che il lettone può essere comunque condiviso all’occorrenza con i fratellini che, se lo vogliono, possono addormentarsi lì e magari tornarci dopo un brutto sogno o nelle prime ore del mattino.

La nostra vita è cambiata e sta cambiando nuovamente ogni giorno, ma devo dire che oltre ad adattarci a nuove situazioni, stiamo un po’ tutti constatando che molto di quello che ci piaceva prima fare insieme come famiglia, i nostri piccoli rituali della buona notte, le nostre letture ad alta voce, le partite a carte o ai giochi di società…sono ancora possibili. Magari non tutte le volte che si vorrebbe, ma sono ancora nostre abitudini, a cui torniamo con grande piacere quando ce n’è l’occasione.

Questa constatazione che il terremoto ci sia effettivamente stato, ma che comunque siamo sempre noi, con l’aggiunta di questo piccolo nuovo, meraviglioso dono, dolce e delicato, ci ha sollevato di molto l’anima.
L’attesa stava diventando fonte di ansia e ora, avere qui G., ci mostra serenamente che il nuovo è arrivato e che, sorprendentemente, siamo sempre una famiglia dai contorni conosciuti, con le nostre particolarità e abitudini, anche se molte di queste sono ora nuove.

Le nostre ansiose domande interiori di genitori del tipo “Ce la faremo?”, “Come sarà dopo?” hanno avuto ora una, seppur parziale, risposta.

Siamo qui.

La mera constatazione di un dato di fatto, la semplice presa di coscienza della nostra esistenza, ci rende entrambi più tranquilli.
Anche B. e P. sembrano provare lo stesso: la novità attesa e, a volte, temuta, è ormai diventata una realtà.

E viverla è enormemente meglio che solo immaginarla.