Il pane fatto a mano

L’altra settimana avevo scritto sulle mille qualità e vantaggi della macchina del pane: un modo pratico e veloce per poter gustare ogni giorno pane fresco fatto con ingredienti sani e naturali che incontrano i gusti e i desideri di ognuno.

Ma non è detto che chi non possieda questo elletrodomestico non possa ottenere ugualmente senza molto sforzo, buoni risultati.
Anzi, a mio parere, saranno anche migliori!

In casa nostra infatti, da alcuni mesi a questa parte, abbiamo cominciato a fare il pane a mano, usando le stesse ricette della macchina del pane e ne siamo completamete soddisfatti.

Per impastare, io uso un mixer da cucina con la pala impastatrice. Ma è un procedimento che può essere fatto anche completamente a mano.
Il mio impegno effettivo dell’intero procedimento è non meno di 5 minuti…più o meno identico a quello della macchina del pane!
L’unica accortezza che uso sono i tempi di lievitazione, che possono anche arrivare a 12 ore.

Vi spiego come procedo.
Queste sono le dosi per 1 kg e mezzo circa di pane.

1. Nel contenitore del mixer (o in una ciotola molto capiente) introduco i seguenti ingredienti (nell’ordine):

– 450 ml di acqua tiepida
– 2 pizzichi di sale
– 2-3 cucchiai di olio extra vergine di oliva
– 750 g di farina (00 oppure 0. Se si usa farina integrale aumentare le dosi dell’acqua arrivando a circa 500 ml)
– circa 1/3 di panetto fresco di lievito di birra sbriciolato sulla farina
– 1 cucchiaino di zucchero sopra il lievito sbriciolato

2. Impastare a mano o col mixer per alcuni minuti, finchè non avrà preso la forma sferica e non ci sono più avanzi di farina.
Lasciare riposare nel mixer coperto con un canovaccio.

3. Dopo un periodo che può tranquillamente variare a seconda dei vostri impegni da circa 20 minuti fino ad un’ ora dal primo impasto, rimpastarlo per alcuni minuti. L’impasto si sgonfierà e tornerà come all’inizio del primo impasto. E’ normale.

4. Lasciarlo riposare coperto per un altro periodo di tempo a vostra scelta. Io di solito lo lascio la notte per la mattina dopo. O la mattina per il tardo pomeriggio. Fino ad un massimo di 12 ore, soprattutto in estate.

5. Quando siete pronti per informare, accendete il forno a 250° C e intanto impastate il pane velocemente su una superficie piana infarinata, giusto il tempo per dargli la forma desiderata (panini, panetto, pagnotta), anche a seconda dei contenitori che avete. Ad esempio, per ottenere una pagnotta di stile americano, vanno benissimo due contenitori per il plumcake. Io di solito gli do’ la forma di filone (un siluro piuttosto lungo) e lo adagio su una teglia ricoperta di carta da forno.

6. Con un coltello incidete trasversalmente con alcuni tagli l’impasto e spennellatelo con un po’ d’olio. Aggiungete se volete qualche chicco di sale grosso qua e là.

7. Mettete il pane in forno per circa 30 minuti. Quando sarà ben cotto e dorato, toglietelo dal forno e fatelo raffreddare su una graticola, fino al momento della cena (circa mezz’ora prima di cenare è sufficiente).

Ora non vi resta che congratularvi in solitudine con voi stessi e, dopo esservi ricomposti, portarlo in tavola con supponente nonchalance….Buon appetito!

I ruoli tra fratelli

La vacanza porta con sé tante occasioni per partecipare e riflettere su alcune dinamiche familiari: c’è più tempo da passare insieme e più tempo anche per annoiarsi. E dalla noia, ovvero da quello spazio interiore lasciato vuoto, qiundi potenzialmente libero di essere riempito dal nuovo, può nascere spesso qualcosa di inaspettato. Per i miei bambini, ad esempio, non essere forzati da eventi esterni a impegnarsi in specifiche attività, permette loro di inventare molti nuovi giochi e nel contempo rendersi maggiormente coscienti di essere loro stessi i soggetti principali delle proprie scelte e dei propri gusti. D’altro canto, la noia, i gusti diversi, la stanchezza, il caldo, … tutto ciò fa anche sì che bisticcino tra loro con più frequenza di prima.

Ed è proprio in questa situazione, cioè quella di due figli che litigano e di una mamma che di rimando si innervosisce facilmente, che è facile applicare involontariamente alcuni tipici automatismi genitoriali, primo fra tutti quello di interrompere il litigio, intervenendo per prendere le parti dell’una o dell’altra sponda e risolvere il problema nel più breve tempo possibile. Nella migliore delle ipotesi, quel che ne rimane è una lista di buoni e cattivi, di vincenti e perdenti.

Da qualche anno a questa parte, durante questo periodo di vacanza, riprendo in mano alcuni libri sulla genitorialità, alla ricerca di un certo capitolo, di un dato argomento. Uno di questi libri, che nel tempo è diventato per me quasi una vera e propria bibbia a cui mi riferisco per trovare conforto e per riflettere meglio su alcune dinamiche familiari, è “Siblings Without Rivalry: How to Help Your Children Live Together So You Can Live Too” (Fratelli senza rivalità) di Adele Faber e Elaine Mazlish.

In uno dei capitoli del libro, si parla proprio di litigi tra fratelli, ma soprattutto si mette in luce l’impulso di molti genitori, di incasellare i propri figli in alcuni determinati ruoli. Le due autrici indagano, attraverso una ricca serie di esempi, il rapporto del bambino con essi, ma anche e forse soprattutto le dinamiche che questi hanno nel rapporto tra fratelli.

Secondo le autrici un figlio è principalmente relegato all’interno di un ruolo specifico da tre principali agenti:
i propri genitori
i propri fratelli
se stesso

Come mamma, mi sono spesso chiesta che cosa mi spinge ad assegnare inconsciamente differenti ruoli ai miei bambini. Forse lo faccio per venire incontro ad un bisogno distorto di infondere sicurezza al figlio di turno. O forse, ancor meglio, a me stessa, magari per proteggere le mie stesse debolezze che riconosco in lui. O la sensazione di controllo che da’ il sapere di aver catalogato e quindi previsto un certo tipo di comportamento. O anche potrebbe essere un modo per riconoscere e dare un nome alle diverse peculiarità di ognuno, così come quando si elogiano i figli in differenti campi di attività. Spesso si lascia invece che a decidere sia l’ordine di nascita, tendendo a prendere le parti di quello che è nella stessa situazione di quella che è stata la nostra e a cui quindi ci si sente empaticamente più vicini.

Ma capita che anche i figli stessi si assegnino dei ruoli. Soprattutto tra di loro. In una coppia di fratelli ad esempio, si potrà rintracciare quello che guida e quello che segue. E ciò che ne emerge è un antagonismo, più o meno velato, che li porta comunque a definire se stessi in base all’altro. Il bambino stesso tende poi a riconoscersi in un dato ruolo, come ad esempio quella del bambno buono, perchè sente che per lui è questo il modo di ottenere la giusta attenzione e approvazione da parte dei suoi genitori. Altrettanto farà il bambino più aggressivo e disubbidiente, perchè anche per lui questo è, di rimando, il modo più semplice di avere attenzione, anche se per comportamenti ritenuti negativi.

A complicare il tutto, bisogna considerare l’esistenza innegabile di alcuni specifici tratti caratteriali che inducono il bambino a scegliere, o meglio, ad adattarsi, ad un certo ruolo invece che un altro. Così, il figlio più naturalmente incline all’aggressività potrà assumere ruoli da bullo, mentre il figlio meno energico, all’interno della relazione fraterna, potrà diventare facilmente la vittima, magari semplicemente perchè non avrà avuto modo di sperimentare altro ruolo. Funziona così anche per le doti naturali, per cui un figlio parrà brillare maggiormente in un’arte a discapito dell’altro, escludendo a priori l’altro da quel campo di attività. Mentre invece, sopratutto nell’arte, fondamentale è il piacere che si trae da essa e l’apporto unico personale che vi si introduce, più che il risultato ottenuto.

La domanda è quindi se è veramente possibile stabilire delle relazioni familiari autentiche senza imprigionare e imprigionarsi in ruoli stereotipati?

In effetti, noi genitori possiamo fare molto in questo senso. Prima di tutto evitando di intrometterci eccessivamente nelle relazioni tra fratelli, evitando di formulare giudizi sulla sitauzione e quindi, prendere le parti.
Quando c’è un litigio, Adele Faber e Elaine Mazlish consigliano di non mostrare attenzione all’aggressore, ma alla parte colpita. In questo modo, chi aggredisce, capisce che il suo modo di agire non trova appiglio nel genitore (a cui inconsciamente richiede attenzione, seppur per comportamenti negativi) mentre invece l’attenzione è focalizzata verso chi è stato aggredito:
“Fammi vedere dove hai male. Non si alzano le mani. Tuo fratello deve imparare a chiedere quello che vuole con le parole e non con la violenza, anche quando è arrabbiato. Vieni, andiamo a mettere del ghiaccio.”

Lo psicologo ed educatore americano dott. Haim Ginott da cui le autrici hanno appreso questi approcci comportamentali, suggerisce infatti di trattare i bambini non come pensiamo che siano, ma come speriamo che diventino. Si sta quindi parlando di un atteggiamento mentale che dobbiamo cambiare noi genitori per primi, lavorando prima di tutto sull’idea interiore dei figli (aprioristica e restrittiva) che abbiamo dentro di noi e lasciando invece spazio ad atteggiamenti che mettano in luce la speranza e la fiducia che essi abbiano la capacità e le risorse per comportarsi in maniera differente.

Cosa spero quindi che diventino i miei figli? Quali sono sono quindi le qualità che devono essere rafforzate in loro?
Ad esempio il bambino aggressivo deve imparare a essere compassionevole e ad usare le sue doti verbali per esprimere dissenso. Mentre l’altro a superare il vittimismo imparando a proteggersi e ad esigere rispetto. Per far questo si deve lavorare all’interno delle relazioni tra i fratelli, visto che non si può interagire con uno se non coinvolgendo anche l’altro o gli altri.

Come esempio, prendiamo il caso in cui ci sia un conflitto per una palla, che uno dei figli (che nella relazione si pone come bullo, l’aggressivo) strappi di mano all’altro (la vittima della situazione). Ricordando i tre fattori che solitamente rafforzano i ruoli nei figli ( genitori, altri fratelli, se stessi) ecco come le autrici suggeriscono di procedere:

Per il bullo:
1. Invece di trattre il figlio come un bullo, il genitore lo può aiutare a rendersi capace di essere civile:
Invece di dire: “Lascia la palla a tuo fratello, non fare l’arrogante”
Genitore: “Tuo fratello vuole indietro la palla”.
2. Quando un altro fratello lo tratta come un bullo, il genitore può dare ai fratelli un’altra idea di come può essere il fratello:
Fratello: “Ridammi la palla, sei cattivo!”
Genitore: “Cerca di chiederglielo in maniera differente, Sarai sorpreso da quanto generoso può dimostrarsi tuo fratello
3. Quando il figlio vede se stesso come un bullo, il genitore può aiutarlo a vedersi come una persona gentile:
Figlio: “Ecco, io sono cattivo!
Genitore: “So che sei anche capace di essere gentile e generoso“.

Per la vittima:
1. Invece di trattare il figlio come vittima, il genitore può aiutarlo a vedersi come una persona capace di far valere i propri diritti:
Invece di dire: “Ti ha strappato la palla, povero piccolo!
Genitore: “Spiega a tuo fratello che stavi giocando tu per primo e che fra poco gli darai la palla, non appena avrai finito di giocare
2. Quando gli altri fratelli lo trattano come vittima, i genitori possono dare una visione diversa del fratello:
Fratello: “La palla è mia e ci voglio giocare io ora!
Genitore: “A tuo fratello come a te, piace molto giocare con la palla e sa che se anche tu ci vuoi giocare, sarà felice di inventare un gioco con la palla insieme a te
3. Quando il bambino vede se stesso come vittima, il genitore può aiutarlo a vedre la propria forza interiore:
Figlio: “Mamma lui mi ha strappato la palla di mano!
Genitore: “Scommetto che potresti mostrargli anche tu di avere tanta forza per riprenderla indietro se volessi

Tutti i bambini nascono con tratti di personalità diversi, ma noi come genitori abbiamo la possibilità di influenzare queste inclinazioni, dando alla natura una sorta di aiuto, di spinta. E’ per questo che è importante usare l’enorme potere che abbiamo con estrema coscienza e saggezza. Ad esempio non attribuendo ai nostri figli ruoli che li possano limitare e condizionare l’idea che essi hanno di sé mentre invece li possiamo aiutare a riconoscere in se stessi tutto il potenziale che hanno e che in futuro, come individui adulti, potranno esplicare appieno nel mondo circostante.

Se vuoi acquistare il libro Siblings Without Rivalry: How to Help Your Children Live Together So You Can Live Too puoi farlo da questo link affiliato:

Lettino Montessori fai da te

Da qualche tempo, il piccolo G. dorme orgogliosamente in camera insieme agli altri due fratellini più grandi.

C’è stata inizialmente un po’ di confusione, in cui ognuno ha dovuto adattarsi ad un nuovo assetto, ma da subito tutti e tre hanno gradito molto condividere questo spazio comune. Alla mattina, appena si svegliano, il piccolo è oggetto di coccole e mille attenzioni da parte degli altri due, che a turno entrano nel suo lettino e giocano a lungo con lui. E G., d’altronde, sembra del tutto felice di essere al centro della loro attenzione.

Come è accaduto per il mediano P., il piccolo ha ereditato dal fratello maggiore il famoso lettino con le sbarre, che però non è mai stato utilizzato nell’assetto previsto dalla casa produttrice.

Infatti, da uno dei lati lunghi, il papà tuttofare aveva tolto sin dal primo figlio le opprimenti sbarre che impedivano la discesa e la visuale al bambino, per sostituirle con un asse di legno, alta circa 30 cm. La traversina è stata adattata per poter fermarsi a 2 altezze differenti, sfruttando il meccanismo della slitta pre-esistente sulle colonne laterali.

Questa nostra versione fai da te di stampo montessoriano ha il grande pregio di coniugare due necessità: infatti sia nella posizione dell’asse più in basso – che usiamo ora nei momenti di veglia e che sarà poi utile quando il bambino potrà muoversi autonomamente e scendere dal letto – sia in quella più alta – che ora usiamo ad esempio durante la notte – permette al bambino di poter partecipare e avere una visione completa del mondo a lui circostante mentre gli assicura la sicurezza di non cadere accidentalmente dal letto.

Come si può ben intuire il costo in tempo e denaro di questa operazione è veramente minimo. Noi abbiamo scelto di decorare l’asse di legno con alcuni personaggi ( un allegro gruppo di cosacchi danzanti ) che lo zio disegnatore ha creato appositamente per il suo primo nipotino e che noi abbiamo applicato con la tecnica decoupage sull’asse precedentemente scartavetrata e imbiancata. Vi abbiamo poi applicato del flatting e dei tasselli di legno usati come cornice per evitare alla traversina di imbarcarsi con l’uso.

Io poi ho anche ricamato a punto croce quei personaggi sul lenzuolino (bei tempi!) e devo dire che il risultato ci è piaciuto davvero molto.

A quell’epoca poi, chi avrebbe potuto immaginare che sarebbe stato così utile anche in futuro?