Newtown. Un monito.

Non voglio parlare dei fatti di Newtown.

Non voglio entrare minimamente nel battibecco che come al solito in questi casi scaturisce dal dibattito sul domandarsi se siano peggio le armi ( e il porto d’armi) o gli psicofarmaci. Né voglio entrare nei discorsi sociologici sull’emarginazione dei malati psichici e sulla escalation di violenza a cui i mass media e i video giochi hanno assuefatto da decenni noi stessi e i nostri figli.

No, non voglio parlarne.

E soprattutto non voglio parlare dei bambini uccisi.

Non ci riesco.
Non ci riesco non solo perché mi sono rifiutata di vedere un solo telegiornale, una sola foto, un solo video sull’accaduto.
Chiamatemi struzzo, ma vi assicuro che l’organo visivo in questi casi non mi serve. Posso fare a meno di sapere in dettaglio quello che è successo. E non credo che vedere immagini possa aggiungere sinceramente qualcosa di più a questa inspiegabile tragedia.
Ma nonostante questo, il mio cuore è da quel giorno sicuramente più pesante.
Scaccio questo pensiero dalla mente perché il cuore non riesce a concepirlo.

Non riesco a concepire moltissimi pensieri, in realtà. E principalmente sono tutti pensieri che riguardano la sofferenza e la morte dei bambini.

Come quelli di Newtown, certo. Come loro e come quelli di tutti i bimbi che soffrono e che muoiono: di fame, di violenza, di malattia, di incidenti.

La verità, inconcepibile, inspiegabile, inarrivabile, è che i bambini muoiono ogni giorno.

E questo è un pensiero, pur nella mia fede, pur nella mia maturità di adulto, che non riesco proprio a concepire.

Mio figlio più grande, da quando ha cominciato a parlare e a relazionarsi con il mondo in maniera più cosciente, ci ha chiesto insistentemente il perché gli uomini devono morire. Perché il genere umano, concepito e nato sotto la spinta di un amore così grande, possa essere condannato a spegnersi, prima o poi.

E’ un pensiero che l’arrovella e una domanda a cui noi stessi, col cuore spezzato, abbiamo risposto il più positivamente possibile. Ma quel che resta, al di là delle parole e delle riflessioni, è comunque nel profondo, il concetto dell’inevitabilità della morte.

A lui poco importa che la vita non finisca lì. Che ci sarà un posto un giorno in cui sarà accolto, amato (un pensiero che è, nonostante tutto, è per me stessa inconcepibile) ancora di più di quanto possiamo fare noi.

Lui semplicemente vuole che questa sua vita, qui, ora, sulla terra non finisca mai.
E credo che abbia tutto il diritto di pensarlo e di arrabbiarsi anche. Di arrabbiarsi con Gesù, che ha superato la morte ed è risuscitato. “Non è giusto!” continuava a ripetermi un pomeriggio. “Anche io voglio resuscitare dopo che sono morto!”.
Ha ragione. Ed è questo che mi chiedo anche io.
Perché i bambini soffrono e muoiono?
Perché i bambini morti non possono resuscitare?

La scorsa domenica, a messa, una messa principalmente frequentata da bambini e da genitori, si respirava un’aria pesantissima. Quella che doveva essere una domenica di festa, la terza domenica dell’Avvento, a pochi giorni dalla celebrazione della nascita del Salvatore, di colui che è nato per salvare tutti noi dalla morte, noi genitori non riuscivamo ad alzare lo sguardo verso l’altare.
Ognuno di noi era chiuso in se stesso. E ognuno di noi si faceva credo le stesse domande.

Perché, Dio?
Come puoi permettere che i bambini muoiano? Cosa c’entrano loro con la sofferenza, con la violenza, con la morte?
Che senso ha mettere al mondo dei figli che poi dovranno morire?
E’ possibile che un atto d’amore così estremo e puro come concepire un figlio, sia lo strumento per condannare una vita innocente alla morte certa?
Perché, Dio?

Credo che dopo questi ultimi fatti e ogni qualvolta si viene a conoscenza di altri fatti terribili riguardanti bambini innocenti, ogni genitore abbia guardato con occhi diversi i propri figli. Sono certa che ognuno di noi si sia soffermato in un abbraccio più lungo del solito con i nostri bambini e li abbia trattati con maggiore rispetto e compassione.

Al di là della fede, al di là della certezza interiore o meno di una vita oltre questa nostra vita terrena, noi genitori abbiamo una enorme responsabilità: quella di scegliere coscientemente di vivere la vita senza che la paura della morte ci immobilizzi.

Nostro più grande compito, nonostante le tragedie, nonostante le profezie, nonostante le malattie e il male del mondo, è passare ai nostri figli il messaggio che vivere nella paura della morte è vivere inutilmente.

E non solo nel senso di cogliere il momento presente e vivere ogni giorno come fosse l’ultimo.
Di certo questo è uno stimolo fondamentale per vivere con consapevolezza ogni momento della nostra vita. Ma, diciamolo, la maggior parte di noi ricorda sulla punta delle dita le volte che è riuscito a comprendere la profondità e la vastità di un singolo momento.

Forse a questo punto, è forse più salutare vivere ogni giorno come parte vitale, importante e insostituibile di una vita lunga e consapevole.

Con tutte le sue imperfezioni, con tutti i giorni sì e i giorni no, con le arrabbiature, i capricci, la stanchezza, “lo stress” , ma soprattutto con la gioia di essere vivi, di essere amati e di saper amare col cuore pieno.

“Love them as if tomorrow would always come”. – M. Francis

Di certo non ci preserveremo dalla sofferenza e dalla morte e, purtroppo, nonostante i nostri più strenui sforzi, non riusciremo a preservare da esse noi stessi, i nostri cari, i nostri figli.

Ma quel che so è che sicuramente vivremo insieme una vita migliore.
Più intensa, più sincera, più ricca di significato.

Buon Natale a tutti.
Dal profondo di questo, unico, insostituibile, momento.