Auguri di buona Pasqua!

Giotto, Noli Me Tangere, Cappella degli Scrovegni, Padova.

Oggi, è Venerdì Santo e voglio cogliere l’ occasione per ringraziare tutti quanti voi, augurandovi una Pasqua di pace e serenità.
Spero che la Pasqua possa portare in tutti noi una rinascita, un nuovo inizio, che possa ricaricarci spiritualmente e possa darci l’opportunità di fare un piccolo bilancio della nostra vita, verificando se le nostre priorità interiori siano poi realmente rispettate nelle nostre azioni di vita quotidiana.

Vorrei lasciare a tutti una preghiera di S. Francesco al crocifisso di S. Damiano, che io e i miei figli amiamo particolarmente e che da qualche giorno, recitiamo insieme prima di dormire:

O alto e glorioso Dio,
illumina le tenebre del cuore mio.
Dammi una fede retta, speranza certa,
carità perfetta e umiltà profonda.
Dammi, Signore, senno e discernimento
per compiere la tua vera e santa volontà.
Amen.

Buona Pasqua!

P.S.: Questa settimana viste le feste, il consueto menù settimanale è sospeso. Riprenderà dalla settimana successiva.

Teflon in cucina. Sicuro o no?

Teflonsicuroono

Chi di noi non ha almeno una pentola o padella in casa rivestita di Teflon? Se questo nome non vi dice nulla, vi chiarisco che il Teflon® è quel rivestimento antiaderente che permette di cuocere il cibo senza attaccarlo e quindi facilita un uso minore di olio e grassi di cottura in generale. Forse qualcuno di voi ricorda che qualche anno fa, si era parlato con preoccupazione delle pentole antiaderenti in Teflon. In molti, sulla base di studi scientifici, avevano portato avanti battaglie per l’eliminazione dal commercio di questo materiale per la produzione di pentolame a contatto con i cibi. La campagna era andata talmente avanti da regolamentare una eliminazione graduale delle pentole in Teflon entro il 2015. Poi, il 2015 è arrivato e le pentole Teflon sono ancora in commercio. E il divieto è stato cancellato. Allora che cosa è cambiato nel frattempo?

Ma soprattutto: il Teflon, alla fine, è sicuro o no?

Per capirlo, dobbiamo partire dall’inizio. Prima di tutto, un po’ di storia: il politetrafluoroetilene (PTFE), meglio conosciuto come Teflon® è un polimero (una catena chimica) di due atomi di carbonio e quattro di fluoro e scoperto nel 1938 da un chimico statunitense. E’ uno dei materiali più scivolosi esistenti, naturalmente impermeabile. All’origine il Teflon è una polvere bianca e leggera che galleggia sull’ acqua, non può essere sciolta da nessun solvente, è resistentissima a ogni sostanza chimica ed è inodore. Non conduce l’elettricità, non è infiammabile e resiste a un calore di 300 gradi centigradi. Ciò vuol dire che all’incirca entro quella soglia di calore (una temperatura che si raggiunge in cucina solo se si carbonizza ciò che si sta cucinando, rendendolo, di fatto, il cibo immangiabile) il Teflon sembra non essere in grado di rilasciare sostanze nocive per l’uomo. Inoltre, i vari grassi che vengono utilizzati in ambito culinario (come i vari oli, il burro ecc.) bruciano producendo sostanze tossiche a temperature decisamente inferiori rispetto a quelle che occorrerebbero a far sì che il rivestimento in teflon si decomponga.

I problemi di tossicità relativi al Teflon, sono stati riscontrati invece in diversi ambiti:

A LIVELLO DEL CICLO PRODUTTIVO: uno studio del 2004 dell’ ’EPA (Ente americano per la protezione dell’ambiente), ha mostrato gli effetti cancerogeni dell’acido perfluorottanoico (PFOA), che è una delle sostanze che si genera sia durante la produzione del Teflon che nell’ ossidazione del Teflon a temperature superiori ai 300 °C. Il grande panico degli scorsi anni nasceva proprio dai risultati di questo studio, che però, non riguardavano direttamente il Teflon, ma il PFOA , cioè uno degli agenti chimici di superficie utilizzato nella fabbricazione della materia prima “teflon” e sprigionata nell’aria a temperature superiori ai 300°. Lo provano i casi di “febbre da fumi di polimero”, con sintomi simili a quelli influenzali  che colpirono numerosi operai addetti alla produzione industriale del Teflon e il monitoraggio dei numerosi gas tossici scaricati nell’atmosfera dalle industrie durante la produzione del Teflon. Questo aspetto (di non poca rilevanza, tra l’altro!) quindi riguarda la fase produttiva, e non quella di consumo alimentare. E ci avverte del fatto che per produrre il Teflon bisogna, di fatto, inquinare l’ambiente circostante.  Ad ogni modo le industrie produttrici di teflon accettarono di eliminare del tutto il PFOA dal Teflon entro il 2015. La Dupont, la società americana che detiene il marchio registrato Teflon® e che comprende ditte come Bialetti, Ballarini, Alluflon, Illa, TVS, scrive sul suo sito che dal 2009 è passata a tecnologie di nuova generazione, grazie alle quali il PTFE è realizzato senza PFOA, anche perché nei vari passaggi della lavorazione è previsto un surriscaldamento della pentola per volatilizzare eventuali residui di PFOA. Ma non specifica cosa si intenda con questo ultimo processo e dove il PFOA volatilizzato vada poi effettivamente a finire!

L’altro aspetto riguarda invece il LIVELLO DEL CONSUMATORE ed è relativo alle sostanze che si formano per la combustione del Teflon oltre i 300 °C. Alcune ricerche, come quello di alcuni anni fa condotto dall’università di Manchester, hanno evidenziato la presenza di residui teflon nel latte materno in 45 donne in allattamento. Non è ben chiaro però (e se qualcuno ne ha capito qualcosa in più, me lo faccia sapere per favore!) cosa si intende per residui.

  1. La prima ipotesi è che per residui si intende che il Teflon sia passato dalla pentola al cibo in fase di cottura. Ma sappiamo che il Teflon chimicamente non si deteriora se non ad altissime temperature che non si raggiungono in una cottura casalinga, neanche in frittura, poichè il punto di fumo della maggior parte degli oli alimentari è molto più basso (olio extravegine di oliva 210°C). Quindi, almeno che non si voglia mangiare cibo carbonizzato, le padelle con rivestimento in Teflon dovrebbero essere sicure per l’uso in cucina.  Ad ogni modo la Dupont raccomanda di non surriscaldare le pentole vuote e non lasciare la pentola incandescente su un fornello acceso, ma usarla sempre su fiamma media. Suggerisce inoltre di non lasciare i volatili di casa a contatto con questi fumi di cucina troppo a lungo, poichè gli uccelli sono molto più sensibili dell’uomo alla tossicità dei fumi prodotti dalla combustione. Una precisazione davvero inquietante, direi.
  2. L’altra ipotesi è che i residui provengano dall’ingerimento di particelle di Teflon staccatesi dal rivestimento. La Dupont assicura che le particelle che si staccano dalle pentole di Teflon non sono nocive, anche se ingerite. Questa dichiarazione sembra suggerire due conseguenti deduzioni: una, è che è effettivamente possibile ingerire del Teflon direttamente dal rivestimento. L’ altra che la presenza di residui di Teflon non è di per sè segno di tossicità. Ma anche su questo aspetto, non ho trovato notizie e studi certi che confermino cosa possa comportare la presenza del polimero nel corpo umano.

Questo il quadro generale. Ma allora, quali conclusioni trarne? Le pentole di Teflon sono sicure per la nostra salute o no?

A questo punto, secondo me, si entra nell’ambito del buon senso e del comportamento consapevole.

E quindi mi sentirei di procedere in questo modo:

  • Utilizzare le pentole in Teflon provenienti da marche conosciute o comunque che segnalino la dicitura PFOA Free. Inoltre vale la pena anche di capire quali siano e la qualità dei materiali sottostanti allo strato di Teflon. Per le pentole, si sa, la differenza sta anche nello spessore del fondo. Probabilmente vale la pena investire in una pentola di buona qualità e di prezzo-medio alto, che ricercare esclusivamente la convenienza economica. Ma questa non è una novità.
  • Attenersi alle regole di utilizzi e conservazione indicate nelle istruzioni: porla sul fuoco a temperature basse e medie, non surriscaldare la pentola soprattutto se vuota, evitare di usarla se molto graffiata o usurata.
  • Usare il Teflon solo quando effettivamente necessario e cercare di usare per le cotture pentole di materiali diversi adatti ai differenti tipi di cotture. Esistono infatti moltissime alternative all’uso del Teflon: l’acciaio inox, la ceramica atossica, la terracotta, il vetro pirex, le pentole in ghisa trattato con materiali atossici, il titanio, la pietra ollare. E’ sconsigliato invece l’uso delle pentole in alluminio per le sostanze di ossidazione che rilascia a contatto prolungato con i cibi, soprattutto quelli ad alto contenuto di acidità, come il  pomodoro. Insomma, il buon senso suggerisce di usare le pentole antiaderenti in Teflon esclusivamente per la cottura di cibi che altrimenti si brucierebbero o richiederebbero un alto quantitativo di grassi per evitare che si attacchino.
  • Comprare consapevolmente le pentole in Teflon solo se veramente necessarie, per evitare di incrementare la produzione di un materiale che ha così vaste ricadute ambientali. Va detto che il Teflon® è anche un componente di molti tessuti, come le tende parasole, per la sua dote di antimacchia e impermeabilità. Qualcosa da mettere sull’ago della bilancia anche in acquisti al di fuori della cucina.

E voi cosa pensate delle pentole in Teflon?

Vi fidate di utilizzarle in cucina e come vi comportate nell’usarle?

The English experiment: un progetto di homeschooling

The English Experiment

Sono alcuni anni ormai che nella nostra casa sono presenti sussidi didattici per imparare la lingua inglese come libri in lingua, audiolibri, dvd, giochi e cd.

Da appassionata di lingua inglese, ho sempre trovato piuttosto naturale introdurre i bambini alla conoscenza di questa lingua. Prima di tutto perchè la trovo bellissima, poi perchè conoscere l’inglese per i miei figli vuol dire potersi muovere più liberamente nel mondo reale e anche in quello virtuale della rete, seguendo le proprie passioni e talenti ovunque li possano portare. E da genitore, non potrei volere di più.

Da un paio d’anni i più grandi (10 e 8 anni) frequentano una lezione settimanale di lingua inglese con una bravissima maestra che li ha introdotti attraverso il gioco, alla bellezza di questa lingua, permettendo loro di conseguire anche il diplomino starters del Cambridge Young Learners. Non voglio parlare di come è insegnata la lingua inglese nella scuola primaria, perchè sarebbe inutile, visto che, nonostante la possibile buona volontà delle insegnanti, il sistema è tale da rendere del tutto o quasi del tutto insufficiente l’esposizione dei bambini alla lingua. Ma questa, appunto è un’altra storia.

Anche mio figlio più piccolo di tre anni, sta facendo qualche piccola lezioncina nella scuola materna privata con la stessa maestra dei miei due più grandi. E io semplicemente rafforzo con lui, attraverso storytelling, libri e canzoncine, alcuni concetti base che sono stati introdotti a scuola (come numeri, colori ecc.). Nel frattempo, anche io sto studiando e quest’anno, superando i miei innati sensi di colpa e la mia famosa bassa autistima, mi sono rimessa in gioco e mi sono inscritta ad un corso per sostenere l’esame di certificazione Cambridge Proficiency (CPE), il più alto livello come studente. In più il prossimo anno, il più grande passerà alla scuola media e comincerà una seconda lingua straniera, il francese.

Ho quindi pensato che questo potesse essere il momento giusto per portare il nostro inglese in casa ad un passo ulteriore. Sto parlando di un progetto che stiamo meditando in famiglia da qualche tempo. Ovvero, quello che chiamo l’English Experiment. Una sorta di homeschooling di lingua inglese. Non oso pensare che questo progetto possa trasformarsi in un vero e proprio avviamento al bilinguismo: l’ideale sarebbe stato cominciare dalla nascita del primo figlio. Ma, credo che anche nella situazione attuale, laddove qualche seme è già stato piantato e qualche interesse sincero è stato mostrato, si possa fare molto.

Dopo aver quindi letto alcuni libri, aver ricercato su siti specializzati e meditato sulla nostra situazione familiare, già molto ricca di impegni e di sollecitazioni esterne,  sono giunta ad alcune conclusioni per mettere in pratica con coerenza e continuità, l’esposizione alla lingua inglese di tutti e tre i miei figli, nonostante la difficoltà di differenti stadi di conoscenza della lingua e di età.

Prima di tutto una buona, buonissima notizia: la letteratura sul bilinguismo è ricca di storie di successo di genitori non madrelingua che hanno reso fluenti e addirittura bilingue i propri figli anche dagli anni successivi alla loro nascita. Viene chiamato Successive Blingualism. Quindi, è possibile!

Inoltre, le alternative per crescere figli bilingui (o fluenti in una seconda lingua) sono principalmente tre:

  • Il metodo OPOL (one parent-one language) che di solito è usato dalle famiglie in cui i genitori sono madrelingua di due differenti lingue. O, nel caso di non madrelingua, di un genitore che sceglie di parlare con i figli esclusivamente la seconda lingua. Per noi è un metodo da escludere, in quanto, seppur i miei figli siano abituati a sentirmi parlare inglese, sarebbe realmente traumatico lasciare che questo diventi, almeno per il momento, la mia lingua esclusiva di comunicazione con loro.
  • L’altro metodo è invece chiamato mL@H (Minority Language at Home) ed è cioè la scelta da parte dei genitori di parlare esclusivamente la seconda lingua in casa. Anche questo modello non è per noi del tutto percorribile, perchè porterebbe credo ad un effetto inverso. I bambini potrebbero cominciare ad odiare la lingua inglese!
  • Esiste poi una terza ipotesi che si chiama MLP (Mixed language policy), anche chiamato metodo Time&space, che in pratica significa scegliere di usare la lingua minoritaria in specifiche situazioni, attività, tempi o argomenti. Si sceglie di parlare in lingua inglese tutte le sere a cena, oppure in alcune specifiche ore della settimana legandole ad opportune attività, oppure in macchina durante gli spostamenti, magari coadiuvati da supporti audio. Questo approccio ci sembra il più costruttivo nella nostra situazione, ma ha bisogno da parte nostra di una grande coerenza e di una pianificazione molto dettagliata.

Dopo aver identificato il metodo adatto, per noi il Time&Space, ci accingiamo a compiere i seguenti passi:

  • Coinvolgere i figli nella decisione: abbiamo già tastato il terreno più volte e i bambini sembrano essere contenti di approfondire la lingua, anche se prevediamo che rifiuti occasionali e capricci ci saranno, eccome! Li mettiamo in conto e procediamo oltre, in quanto fasi specifiche e prevedibili di questo processo. L’importante è che conoscano anche loro il progetto e che lo approvino.
  • Cercare aiuto esterno. Oltre ad implemnetare le lezioni di inglese già attive e i materiali didattici audiovisivi che già usiamo, vogliamo coinvolgere una famiglia bilingue di nostra conoscenza per far giocare insieme i bambini usando la lingua minoritaria. Inoltre ho visto che esistono spettacoli teatrali in inglese per bambini (la Sala Umberto ad esempio a Roma) e anche gruppi di famiglie bilingue che si incontrano periodicamente.
  • Motivare i bambini con un premio inerente l’uso della lingua. I miei bambini sognano di visitare Londra e il parco a tema di Harry Potter. Abbiamo deciso insieme di mettere da parte per concederci una settimana a Londra nel periodo estivo. Li stiamo motivando ad imparare la lingua per essere in grado di apprezzare questa entusiasmante e tanto attesa esperienza.

Questo, in linea di massima il nostro piano. Al momento stiamo individuando i tempi adatti all’esperimento e valutando le attività in cui coinvolgerli. Ovunque abbia letto, quello che è sempre sottolineato è che la pianificazione è vitale altrettanto quanto la costanza. Secondo numerosi studi il bambino ha bisogno di essere esposto alla seconda lingua per un minimo del 30% del tempo di veglia per cominciare e continuare ad usare la lingua attivamente. Il che si tradurrebbe in circa 25 ore settimanali, cioè 3 ore e mezzo al giorno. Per ora questo traguardo è impensabile per noi. Ma già introdurre qualche tempo specifico e qualche determinata attività nel nostro quotidiano, sarebbe per noi un grande successo.

Continuerò ad aggiornare il nostro English Experiment qui sul blog, indicando anche i nostri principali strumenti didattici e le nostre attività.

Se anche voi siete interessati a partecipare o state già attuando un programma di homeschooling di inglese per i vostri figli, commentate e, per favore, dateci consigli! Ne abbiamo veramente bisogno!