Noi due e i nostri “si”.

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Stiamo entrando nella settimana di San Valentino. Una data a cui si pensa spesso come un ennesimo appuntamento commerciale, di facciata se così vogliamo chiamarlo. E sinceramente, noi due come coppia non l’abbiamo mai sentito come una festività da celebrare. Ma da qualche anno a questa parte, man mano che sono arrivati i figli e che le occasioni per stare insieme solo noi due si sono fatte sempre più rare, stiamo invece scegliendo di festeggiarlo.

Devo dire che sinora non c’è stata davvero occasione di farlo fuori casa, con una cena a lume di candela o quant’altro. Anche perchè probabilmente non c’è nulla di più illusorio che pretendere di stare da soli in un ristorante la sera di San Valentino, seppure fossimo stati così previdenti o fortunati da trovare un tavolo da due in serate così frequentate.

I nostri festeggiamenti riguardano invece una sfera più intima e personale, che ha che fare con il confronto e con la riflessione di coppia.
Quest’anno, nello specifico, sto riflettendo su alcuni aspetti che riguardano il mio rapporto con lui e il significato di alcuni miei comportamenti nei suoi confronti.

Sto parlando del “si”, del voto che ci siamo scambiati e promessi nel giorno del nostro matrimonio. Ricordo che, nel periodo precedente alle nozze, quel fatidico “si” pesava enormemente sui nostri cuori. Una scelta importante, quel si, che avrebbe cambiato la nostra vita. E lo ha fatto. Ma con mio grande stupore, mi sono resa conto che quello non era che il primo di milioni che ci saremmo scambiati da quel giorno in avanti.

Più passa il tempo, più ci rendiamo conto che la vita nel matrimonio è una scelta continua verso il si.

Mi sono quindi chiesta: se ho promesso di amarlo e onorarlo in ogni giorno della mia vita, quanti si gli sto davvero dicendo?

Riflettendo su questo e guardando alla mia vita quotidiana, mi sono accorta invece che la parola che maggiormente uso con lui è “no“. Questi “si” sono davvero rari e circoscritti.
Non che io non dica mai di si. Anzi. Durante una tipica giornata i miei “si” sono tantissimi: rispondo “si” ai miei superiori e ai miei colleghi a lavoro, ai miei figli, alle mie amiche, anche al passante per strada che mi chiede un’informazione.

Ma quando arriva il turno di mio marito la mia bocca indulge invece nel dire quasi sempre no. Decisioni, opinioni, battibecchi, organizzazione, progettazione …quasi sempre no. Eppure è lui la mia relazione per eccellenza, quella a cui ho promesso davanti a Dio di dire ogni momento della nostra vita insieme “si“.

Ma quanto mi costa davvero dire un “si”? Credo  che tutto parta da alcuni comportamenti poco consapevoli, dettati più da emozioni del momento che da veri sentimenti: stanchezza, nervosismo, ansia, preoccupazione. Ma solo portare un poco di attenzione dove si è andati il più delle volte in automatico, può aiutare grandemente. Ecco quello che mi sono chiesta per scardinare questi automatismi e rasserenerare la relazione.

  • A volte è davvero così importante per me avere ragione in una discussione con lui? Non sto dicendo che non sia giusto che io abbia un’opinione. Ma col tempo ho ormai capito che per amare mio marito pienamente devo concedergli di guidarmi ponendo completamente fiducia nel suo ruolo di leader. Questa è la mia opinione, ma se vi sembra un sopruso alla figura femminile, cominciate col provare a farlo almeno in alcune aree ben definite.
  • Omettere la mia opinione e cucirmi la bocca in alcune occasioni,  mi ha permesso di valutare meglio il suo punto di vista e di capire che le mie emozioni a caldo spesso non erano delle sagge guide. E anche che, sorprendentemente, il mondo ancora girava nel suo verso anche senza che io avessi detto la mia.
  • C’è davvero una buona ragione per dirgli di no? Riflettendo e monitorando, ho capito che in effetti, il più delle volte, nella nostra vita quotidiana non c’è affatto una ragione sufficientemente buona da parte mia per dirgli di no. In qualsiasi campo. Il mio si rafforza il nostro amore e ci rende più vicini e più complici. E, non so voi, ma io ne ho tanto, tantissimo bisogno!
  • Spesso mi capita di sentire amiche parlare male o in toni un po’ troppo ironici o irrispettosi del proprio marito di fronte ad altri. Non solo in loro presenza, ma anche in loro assenza. Non mi piace. Non che non capiti anche a me. E non che, spesso, le mogli non abbiano ragioni di criticare il proprio marito. Ma parlare male del proprio marito non è una buona pratica. Non mi piacerebbe che lui lo facesse nei miei riguardi e non mi piace quello che ho sentito quando mi è capitato di farlo. Perchè senza accorgersene instilla progressivamente del rancore nella relazione. Se ho qualche rimostranza, cerco di fargliela sapere a lui direttamente (sui modi in cui farlo…beh…ci sto lavorando!) e mi aspetto che lui faccia lo stesso con me, lasciando fuori tutti gli altri.
  • Il momento di amarlo è adesso. Anche con i migliori propositi del mondo, San Valentino è solo un’occasione per portare un po’ di consapevolezza nel nostro rapporto di coppia. Il momento presente  è questo e nessun altro. Presumibilmente domani sarò comunque stanca, stressata, distratta, preoccupata o incasinata. E con il peso di un altro “no” che ci ha allontanato ancora un po’ di più. I si ci avvicinano, la nostra relazione soffre meno il peso dei compiti quotidiani e dei malumori passeggeri. Dopo un si ci sentiamo entrambi più complici e affettuosi. 

    Insomma, il si ci ricorda che siamo nati per essere l’uno dell’altra.

L’amore che cambia

Quando questa foto è stata scattata, nè la ragazza nè il ragazzo avevano la più minima idea di come la loro vita sarebbe diventata…15 anni dopo.
Una casa di proprietà, due macchine, due lavori, una vita fuori città, ma soprattutto un matrimonio e ben tre figli a rivoluzionare ogni volta gli equilibri e smentire ogni volta pianificazioni, concettualizzazioni e priorità.

Quando questa foto è stata scattata, il romanticismo prevaleva sulla realtà, il tempo libero su quello delle necessità, la sicurezza delle proprie opinioni sulla concretezza del presente.
Non avevano bene in mente dove volevano arrivare e, benchè molto innamorati, ognuno guardava al futuro come a qualcosa che aveva connotati individuali e personali.
La loro idea di unione era quella della convivenza: la convivenza di spazi, di interessi, di passioni, di spese e di bollette, ma soprattutto la assoluta necessità di essere vicini. In coppia, insomma.

Con la convivenza è arrivata anche, a gradi, la conoscenza: la conferma delle meravigliose virtù, che li avevano fatti innamorare uno dell’altra, ma anche delle proprie uniche abitudini e inclinazioni. E soprattutto, dei primi difetti: da quelli più piccoli come il fatidico dentrificio lasciato stappato, al broncio appena alzati, all’essere permalosi, al lasciare pile di vestiti accatastati su una sedia, fino a quelli più evidenti sul modo diverso di approcciarsi ai problemi, di relazionarsi con la propria emotività e con gli altri fuori dalla coppia.

Quando questa foto è stata scattata, avevamo da poco deciso di metterci insieme, perchè ci sembrava giusto ufficializzare che ci amavamo e ci pareva un atto dovuto che anche gli altri accanto a noi lo sapessero.
Un po’ come fanno i cani, quando marcano il territorio.

I nostri litigi, quelli che c’erano, erano sempre connotati dalla esagerazione emotiva, senza mezzi termini. Una volta, in piena notte, uno di noi due ha anche raggiunto la stazione e pensato di prendere un treno per Parigi e rifarsi una vita.

Ma quel treno non è stato mai preso. Anzi, di lì a poco, ci siamo anche sposati.
Quasi dieci anni fa.

Non mi vergogno di ammettere che i motivi per cui abbiamo scelto di sposarci in chiesa, fossero sentiti principalmente da parte mia e che questi motivi vivessero di ragioni pratiche e sociali, più che spirituali. Di certo, sentivo forte il richiamo intrinseco a voler che Dio testimoniasse la nostra unione e la rendesse unica. Ma per tutto il resto, pensavo al matrimonio come un’ unione civile, regolarizzata socialmente e giuridicamente. Abbiamo anche partecipato ad un corso pre-matrimoniale, organizzato dalla parrocchia, ma trovavamo del tutto fuorviante che a parlarci di matrimonio fosse un prete, che ovviamente, non poteva che parlare di esso per sentito dire.

Non avevamo assolutamente idea che con il tempo, con l’arrivo dei figli, con le sfide quotidiane che come famiglia ci siamo trovati ad affrontare in questi dieci anni – le disillusioni, le ingenuità, le sofferenze, le preoccupazioni e le infinite , enormi gioie che abbiamo provato insieme – ci potessero cambiare entrambi così fortemente.
E che questa volta, ci cambiassero insieme, come un solo corpo, come una sola unica anima.

Ciò che infatti col tempo si è posto gradualmente davanti a noi, è che il matrimonio ha avuto quasi sempre poco a che fare con principi pratici, strategie, modelli di comportamento o di riconoscimento sociale, ma che invece si sia caratterizzato come uno dei principali campi in cui entrambi, uniti indissolubilmente nel nostro cammino terreno, esercitiamo quotidianamente una pratica di tipo prettamente spirituale.
Ognuno di noi nel rapporto con l’altro, attraverso i disappunti, i nervosismi, le discussioni, e le proprie cattive abitudini (purtroppo, almeno da parte mia, puntualmente appagate), si confronta in fondo alla fine sempre con se stesso, con la propria caducità, con la propria imperfezione. Insomma, con il proprio egoismo.

Allora, quel che mi chiedo a questo punto è se Dio, invece semplicemente di testimoniare la nostra unione, avesse invece avuto l’idea di unirci in matrimonio per renderci più vicini a Lui.
Se avesse avuto il piano di andare oltre la nostra felicità contingente, i nostri appagamenti narcisistici, per permetterci, attraverso le difficoltà, gli ostacoli, i dissapori che la vita ci ha posto a volte davanti, di conoscere e avvicinarci insieme a logiche che pochissimo hanno a che fare con i valori terreni.

L’amore romantico, fatto di sospiri, battiti accelerati e desiderio proprompente di soddisfazione personale e di possesso (del corpo dell’altro, della propria idea su quella dell’altro, ma anche della propria sicurezza a scapito di quella della realtà circostante) non ha alcuna elasticità. Ed è, come molti poeti hanno ben detto, cieco. Non vede che se stesso.

L’amore maturo, quello che sottosta ad ogni buon matrimonio, ha invece il dovere di allungarsi, adattarsi e cambiare direzione, per confrontarsi quotidianamente con la imperfezione della condizione umana. Essere sposati, ha forzato ognuno di noi a fronteggiare alcune problematiche caratteriali che, altrimenti, credo non sarebbero potute venire alla luce.

Ecco che quindi il matrimonio diventa l’ambito spirituale per eccellenza in cui, giorno dopo giorno, sguardo dopo sguardo, ci confrontiamo con il nostro egoismo e con la necessità del sacrificio di sè per l’altro.
Spesso nelle relazioni di coppia, sembra che l’idea di sacrificio abbia assunto tali connotati negativi, da far temere piú alle persone di essere dipendenti dall’altro, che di agire e di essere percepiti come egoisti. L’individualismo ha preso orgogliosamente il posto della cura dell’altro.

Quel che mi chiedo è allora, se spesso non stiamo chiedendo troppo al matrimonio.
Se, atttaccati ad un’ottica strettamente individualista, ci aspettiamo che l’altro sopperisca all’arduo compito di colmare il nostro vuoto spirituale.

Quello che penso è che non possiamo aspettarci che il matrimonio riempia un ambito che solo un rapporto spirituale – che per me personalmente è con Dio- può permettersi di colmare. La crescita spirituale è il nostro senso umano, il nostro scopo e senso ultimo del nostro passaggio terreno. Il matrimonio è semplicemente il contesto in cui esso, con la grazia e con la consapevolezza dell’unicità e indissolubilità della nostra unione davanti a Dio, si è fatto gradualmente strada man mano dentro l’anima di quel ragazzo e di quella ragazza della foto di 15 anni fa.

Oggi, mi sento di dirlo a nome di tutti e due, l’amore che proviamo l’uno per l’altra, ha un valore incommensurabilmente più alto di quel tempo, perchè ha un senso completamente differente.
Ci amiamo perchè, dopo l’infatuazione dei primi anni, abbiamo volontariamente scelto di continuare a farlo. Ci amiamo perchè sentiamo fermamente di appartenerci nel profondo.
E siamo consapevoli e ampiamente grati a Dio di aver voluto questo per noi.

Buon 15esimo San Valentino, amore mio!