Teflon in cucina. Sicuro o no?

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Chi di noi non ha almeno una pentola o padella in casa rivestita di Teflon? Se questo nome non vi dice nulla, vi chiarisco che il Teflon® è quel rivestimento antiaderente che permette di cuocere il cibo senza attaccarlo e quindi facilita un uso minore di olio e grassi di cottura in generale. Forse qualcuno di voi ricorda che qualche anno fa, si era parlato con preoccupazione delle pentole antiaderenti in Teflon. In molti, sulla base di studi scientifici, avevano portato avanti battaglie per l’eliminazione dal commercio di questo materiale per la produzione di pentolame a contatto con i cibi. La campagna era andata talmente avanti da regolamentare una eliminazione graduale delle pentole in Teflon entro il 2015. Poi, il 2015 è arrivato e le pentole Teflon sono ancora in commercio. E il divieto è stato cancellato. Allora che cosa è cambiato nel frattempo?

Ma soprattutto: il Teflon, alla fine, è sicuro o no?

Per capirlo, dobbiamo partire dall’inizio. Prima di tutto, un po’ di storia: il politetrafluoroetilene (PTFE), meglio conosciuto come Teflon® è un polimero (una catena chimica) di due atomi di carbonio e quattro di fluoro e scoperto nel 1938 da un chimico statunitense. E’ uno dei materiali più scivolosi esistenti, naturalmente impermeabile. All’origine il Teflon è una polvere bianca e leggera che galleggia sull’ acqua, non può essere sciolta da nessun solvente, è resistentissima a ogni sostanza chimica ed è inodore. Non conduce l’elettricità, non è infiammabile e resiste a un calore di 300 gradi centigradi. Ciò vuol dire che all’incirca entro quella soglia di calore (una temperatura che si raggiunge in cucina solo se si carbonizza ciò che si sta cucinando, rendendolo, di fatto, il cibo immangiabile) il Teflon sembra non essere in grado di rilasciare sostanze nocive per l’uomo. Inoltre, i vari grassi che vengono utilizzati in ambito culinario (come i vari oli, il burro ecc.) bruciano producendo sostanze tossiche a temperature decisamente inferiori rispetto a quelle che occorrerebbero a far sì che il rivestimento in teflon si decomponga.

I problemi di tossicità relativi al Teflon, sono stati riscontrati invece in diversi ambiti:

A LIVELLO DEL CICLO PRODUTTIVO: uno studio del 2004 dell’ ’EPA (Ente americano per la protezione dell’ambiente), ha mostrato gli effetti cancerogeni dell’acido perfluorottanoico (PFOA), che è una delle sostanze che si genera sia durante la produzione del Teflon che nell’ ossidazione del Teflon a temperature superiori ai 300 °C. Il grande panico degli scorsi anni nasceva proprio dai risultati di questo studio, che però, non riguardavano direttamente il Teflon, ma il PFOA , cioè uno degli agenti chimici di superficie utilizzato nella fabbricazione della materia prima “teflon” e sprigionata nell’aria a temperature superiori ai 300°. Lo provano i casi di “febbre da fumi di polimero”, con sintomi simili a quelli influenzali  che colpirono numerosi operai addetti alla produzione industriale del Teflon e il monitoraggio dei numerosi gas tossici scaricati nell’atmosfera dalle industrie durante la produzione del Teflon. Questo aspetto (di non poca rilevanza, tra l’altro!) quindi riguarda la fase produttiva, e non quella di consumo alimentare. E ci avverte del fatto che per produrre il Teflon bisogna, di fatto, inquinare l’ambiente circostante.  Ad ogni modo le industrie produttrici di teflon accettarono di eliminare del tutto il PFOA dal Teflon entro il 2015. La Dupont, la società americana che detiene il marchio registrato Teflon® e che comprende ditte come Bialetti, Ballarini, Alluflon, Illa, TVS, scrive sul suo sito che dal 2009 è passata a tecnologie di nuova generazione, grazie alle quali il PTFE è realizzato senza PFOA, anche perché nei vari passaggi della lavorazione è previsto un surriscaldamento della pentola per volatilizzare eventuali residui di PFOA. Ma non specifica cosa si intenda con questo ultimo processo e dove il PFOA volatilizzato vada poi effettivamente a finire!

L’altro aspetto riguarda invece il LIVELLO DEL CONSUMATORE ed è relativo alle sostanze che si formano per la combustione del Teflon oltre i 300 °C. Alcune ricerche, come quello di alcuni anni fa condotto dall’università di Manchester, hanno evidenziato la presenza di residui teflon nel latte materno in 45 donne in allattamento. Non è ben chiaro però (e se qualcuno ne ha capito qualcosa in più, me lo faccia sapere per favore!) cosa si intende per residui.

  1. La prima ipotesi è che per residui si intende che il Teflon sia passato dalla pentola al cibo in fase di cottura. Ma sappiamo che il Teflon chimicamente non si deteriora se non ad altissime temperature che non si raggiungono in una cottura casalinga, neanche in frittura, poichè il punto di fumo della maggior parte degli oli alimentari è molto più basso (olio extravegine di oliva 210°C). Quindi, almeno che non si voglia mangiare cibo carbonizzato, le padelle con rivestimento in Teflon dovrebbero essere sicure per l’uso in cucina.  Ad ogni modo la Dupont raccomanda di non surriscaldare le pentole vuote e non lasciare la pentola incandescente su un fornello acceso, ma usarla sempre su fiamma media. Suggerisce inoltre di non lasciare i volatili di casa a contatto con questi fumi di cucina troppo a lungo, poichè gli uccelli sono molto più sensibili dell’uomo alla tossicità dei fumi prodotti dalla combustione. Una precisazione davvero inquietante, direi.
  2. L’altra ipotesi è che i residui provengano dall’ingerimento di particelle di Teflon staccatesi dal rivestimento. La Dupont assicura che le particelle che si staccano dalle pentole di Teflon non sono nocive, anche se ingerite. Questa dichiarazione sembra suggerire due conseguenti deduzioni: una, è che è effettivamente possibile ingerire del Teflon direttamente dal rivestimento. L’ altra che la presenza di residui di Teflon non è di per sè segno di tossicità. Ma anche su questo aspetto, non ho trovato notizie e studi certi che confermino cosa possa comportare la presenza del polimero nel corpo umano.

Questo il quadro generale. Ma allora, quali conclusioni trarne? Le pentole di Teflon sono sicure per la nostra salute o no?

A questo punto, secondo me, si entra nell’ambito del buon senso e del comportamento consapevole.

E quindi mi sentirei di procedere in questo modo:

  • Utilizzare le pentole in Teflon provenienti da marche conosciute o comunque che segnalino la dicitura PFOA Free. Inoltre vale la pena anche di capire quali siano e la qualità dei materiali sottostanti allo strato di Teflon. Per le pentole, si sa, la differenza sta anche nello spessore del fondo. Probabilmente vale la pena investire in una pentola di buona qualità e di prezzo-medio alto, che ricercare esclusivamente la convenienza economica. Ma questa non è una novità.
  • Attenersi alle regole di utilizzi e conservazione indicate nelle istruzioni: porla sul fuoco a temperature basse e medie, non surriscaldare la pentola soprattutto se vuota, evitare di usarla se molto graffiata o usurata.
  • Usare il Teflon solo quando effettivamente necessario e cercare di usare per le cotture pentole di materiali diversi adatti ai differenti tipi di cotture. Esistono infatti moltissime alternative all’uso del Teflon: l’acciaio inox, la ceramica atossica, la terracotta, il vetro pirex, le pentole in ghisa trattato con materiali atossici, il titanio, la pietra ollare. E’ sconsigliato invece l’uso delle pentole in alluminio per le sostanze di ossidazione che rilascia a contatto prolungato con i cibi, soprattutto quelli ad alto contenuto di acidità, come il  pomodoro. Insomma, il buon senso suggerisce di usare le pentole antiaderenti in Teflon esclusivamente per la cottura di cibi che altrimenti si brucierebbero o richiederebbero un alto quantitativo di grassi per evitare che si attacchino.
  • Comprare consapevolmente le pentole in Teflon solo se veramente necessarie, per evitare di incrementare la produzione di un materiale che ha così vaste ricadute ambientali. Va detto che il Teflon® è anche un componente di molti tessuti, come le tende parasole, per la sua dote di antimacchia e impermeabilità. Qualcosa da mettere sull’ago della bilancia anche in acquisti al di fuori della cucina.

E voi cosa pensate delle pentole in Teflon?

Vi fidate di utilizzarle in cucina e come vi comportate nell’usarle?

Silicone per alimenti: è davvero sicuro?

Si, lo ammetto, sono una fanatica degli attrezzi da cucina!
Mi perdo davanti alla vetrina di un negozio di casalinghi, rimirando la genialità delle forbici da pizza, ammirando la sincera frugalità di un tagliere in legno e ponderando interiormente la solidità emotiva che mi trasmette una pentola di coccio. Non c’è decluttering che tenga, per me, quando si tratta di oggettistica da cucina: il più è meglio, l’abbondanza prevale pericolosamente sulla essenzialità.

In mia discolpa posso dire che cucinare per me è una delle principali attività creative che mi concedo, tanto più che lo dovrei comunque fare, visto che qualcosa sulla tavola va comunque portata. Tanto vale quindi abbinare la necessità con la virtù, no? Inoltre, il mangiar sano, di fatto, è la principale priorità economica nel nostro budget familiare, quindi mi preme poter circondarmi di ingredienti e di attrezzature che rispettino e accrescano la nostra salute.

Sono alcuni anni, grazie ai regali di chi, evidentemente, conosce bene i miei gusti, che nella mia cucina sono presenti parecchi utensili, attrezzi e contenitori fatti in silicone, quel materiale morbido e flessibile e dai colori accesi, accattivanti e moderni.
Alcuni di questi utensili fanno ormai parte delle attrezzature insostituibili della mia cucina, per praticità, igiene e comodità. Altri invece, lo ammetto con un po’ di disagio, è tempo che campeggiano sui pensili a prendere polvere.
Non c’è però volta in cui non mi chieda usandoli, quale tipo di materiale il silicone sia veramente, e soprattutto, se esso possa essere considerato sicuro per la nostra salute.

Di seguito, ecco quello che ho scoperto.

Cos’è il silicone?

Il silicone è un materiale creato artificialmente dall’uomo, partendo da polimeri inorganici basati su una catena di silicio, un elemento naturale (presente nella sabbia e che compone la crosta terrestre per circa il 28%) e l’ossigeno.
Il vero silicone alimentare è dello stesso tipo di quello usato in medicina (silicone liquido platinico) e si differenzia dal silicone solido, di minore qualità, usato solitamente per altri scopi (silicone solido con catalizzatore platinico e silicone solido con catalizzatore perossidico) perchè è un materiale che viene trattato per essere del tutto inerte e privo di prodotti di decomposizione , ovvero non deve poter reagire con i cibi con cui viene in contatto e non deve sprigionare in cottura qualsiasi tipo di gas tossico.

Il silicone è sicuro?

Secondo una nota azienda leader nel settore del silicone alimentare, le principali caratteristiche del silicone liquido sono:

– resistenza e stabilità termica (invariabilità delle proprietà tecniche – elettriche e meccaniche – del materiale) a temperature da -60°C a +230°C;
– flessibilità anche a basse temperature (-60°C);
– resistenza ai fattori di invecchiamento e agli agenti atmosferici;
– eccellente isolamento elettrico;
– antiaderenza ed elasticità.

Il silicone può essere messo in forma attraverso una lavorazione a pressione meccanica o a iniezione liquida in stampi di acciaio. Quest’ultima dovrebbe garantire una qualità (e quindi, una sicurezza) superiore del prodotto finale. Inoltre, ogni prodotto in silicone per essere conforme alle diverse normative (CE europea , FDA statunitense, e così via), deve subire un trattamento termico in forni speciali per ben 6/7 ore; fase che ne determina la completa atossicità e idoneità al contatto con alimenti.

C’è di che essere soddisfatti, quindi.
Purtroppo, però, per la maggior parte dei casi, la realtà è ben diversa.

Un’ indagine di Altroconsumo, del 2007, metteva in guardia sull’uso del silicone alimentare in cottura, avendo testato che alcune sostanze dallo stampo potessero migrare nei cibi e nell’atmosfera circostante:

Diciannove stampi in silicone per dolci sono stati sottoposti a due prove, la misurazione della quantità totale di sostanze che dal silicone passano all’alimento e la determinazione del calo di peso dello stampo. Sulla prova di migrazione globale, alla terza prova tutti gli stampi per dolci sono risultati conformi per legge. Ma alla prima prova, in 16 prodotti, le sostanze che migrano nell’impasto sono risultate eccessive. Sulla prova del calo di peso, prevista dalla legge francese, bocciati tre prodotti, che quindi non potrebbero essere venduti Oltralpe. Dato che il consumatore mangia anche la prima torta che cuoce, Altroconsumo ritiene che i produttori debbano farsi carico del problema.

Ora, sperando che dal 2007 ad oggi, anche a seguito di questa ed altre probabili inchieste, i produttori di silicone alimentare abbiano agito con maggiore coscienza e le normative abbiano vigilato con continuativa serietà e rigore (e le precisazioni dei produttori degli stampi sulla fase di test in forno per 6-7 ore prima del collaudo definitivo paiono confermarlo), e sperando che la situazione si sia maggiormente chiarita, posso dire che personalmente non ho trovato fonti accreditate che dichiarino il silicone alimentare pericoloso per la salute.

Ma, abbiamo visto, il silicone alimentare non è tutto uguale. Essendo la cottura ad elevate temperature il principale fattore che determina la possibile tossicità del silicone, ecco, secondo le mie ricerche, come distinguere il vero e sicuro silicone alimentare da quello tarocco e non idioneo alla cottura.

1. Test della purezza: il vero silicone alimentare è costituito al 100% da silicone, senza presenza di filler, ovvero sostanze riempitive poco conosciute, che possono migrare nei cibi. Per capire facilmente se i filler sono presenti, basta pizzicare e piegare il materiale in silicone. Se la gomma si crepa e mostra un colore bianco, denota la presenza di filler e quindi non è idoneo. Molti consigliano di non usare questo silicone per la cottura, ma per altri scopi, come per il frigo o per il freezer. Personalmente, mi sono liberata di tutti gli stampi che non erano idonei.

2. Sulla confezione dello stampo e/o direttamente sul retro dell’utensile, deve essere ben evidente il marchio della normativa a cui è stato sottoposto, con le indicazioni di tipologia di uso, il range di temperature a cui può essere sottoposto e il luogo di fabbricazione.

3. E’ buona regola comunque effettuare dopo l’acquisto alcune operazioni preliminari all’uso: alla luce di ciò che è emerso in passato, è bene prima di tutto lavare accuratamente in lavastoviglie o a mano lo stampo o l’utensile prima di usarli.
Per quanto riguarda i prodotti che vanno in forno, è bene per precauzione, far almeno una cottura di prova, con acqua calda o con un vero e prorpio pappone di pane raffermo bagnato di acqua, che ha il compito di assorbire eventuali odori di produzione. Altre fonti, consigliano di far bollire gli stampi in acqua e bicarbonato per 10 minuti e poi di sciacquarli bene. Inoltre, vanno oliati e imburrati ALMENO la prima volta (ma c’è chi dice che vada comunque sempre fatto), per evitare che il cibo si attacchi.

Per quel che mi riguarda, ecco ciò che ne penso io, in base alla mia esperienza:

– Gli utensili in silicone come: pennelli da cucina, spatole, sottopentola, presine, mat (tappetini per stendere la pasta) sono sicuramente imbattibili per igiene, praticità e eco-sostenibilità.

– Le pellicole in silicone per coprire gli alimenti in frigo evitano di usare la pellicola usa e getta e sono di sicuro minore impatto ambientale. L’unico svantaggio è che non sempre le misure sono idonee ai contenitori e ciò, nella mia esperienza, ne ha compromesso l’uso continuativo.
Ma questo punto allora, perchè non usare direttamente contenitori in vetro con il loro coperchio?

Gli stampi da muffin: speravo fortemente che potessero sostituire gli antiecologici (e antieconomici!) pirrottini di carta. Ma le mie anziane teglie per muffin in teflon dovranno aspettare altri anni prima di andare in pensione. Infatti, per la mia esperienza, la cottura nei muffin in silicone è pessima. Rimagono collosi e, ahimè, emanano comunque un odore. Inoltre, non so se ciò sia attribuibile alla cottura non uniforme o ad altro, ma la superficie superiore del muffin mostra una patina traslucida che ha un sapore allappante. Inoltre, i muffin vanno sfornati solo quando sono completamente freddi, perchè hanno comunque la tendenza ad attaccarsi enormememente al cibo, pur avendoli pre imburrati e infarinati.
Essendo comunque idonei al test casalingo, proverò ad usarli per i budini o comunque per preparazioni che non prevedono cottura.

Le teglie. Stessi problemi dei muffin, ma la marca qui fa nettamente la differenza. I buoni prodotti cuociono più uniformememnte e non emanano odori. Devo però dire che, pur non facendo patina, il tipo di cottura rimane comunque assolutamente diverso da quello effettuato in stampi tradizionali. Le torte sono più porose, umide e, a parità di impasto, crescono meno che in uno stampo tradizionale.
D’ altro canto sono enormememte più morbide: pare infatti quasi impossibile riuscire a formare con il silicone una crosticina croccante sulla torta.
Il che per alcune tipologie di dolce può essere anche un vantaggio.

Detto questo, a voi sta decidere se usarlo o meno. L’importante, come al solito, è acquistare con coscienza.
Il mio ultimo consiglio è quindi questo: usare il buon senso. Vale la pena spendere qualche euro in più e portare a casa un prodotto sicuro per la salute, ecosostenibile e duraturo.

Digitalizzare i ricordi

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A partire dagli anni della scuola dell’infanzia, ma forse a pensarci bene, anche durante quelli del nido, la nostra casa è stata quotidianamente invasa da una enorme quantità di carta, sotto le differenti forme di toccanti, vibranti, meravigliose ed eclettiche forme d’arte espressiva.

La gioia iniziale e la miracolosa sensazione di poter toccare con mano, la potenza e la capacità iconografica dei nostri piccoli artisti di casa, che accoglievamo inizialmente con espressione estasiate e gridolini di meraviglia, con il passare del tempo, ha lasciato man mano il posto a sorrisi soddisfatti e a visi sempre un po’ più preoccupati, che già pregustavano il momento ben poco sublime in cui, quei meravigliosi lavoretti, quelle divertenti e colorate amplificazioni del sè in mutamento dei nostri bambini, sarebbero dovuti entrare a forza di spinte, accortacciamenti e incursioni fulminee e decise, nel nostro, ormai, troppo piccolo, armadio degli hobby.

Eh si, perchè ormai, di spazio, non ce nè più e, nonostante i nostri buoni propositi, pile di fogli disegnati si ergono accatastati sulla scrivania, in attesa di essere guardati con l’attenzione dovuta e di essere poi riposti in alcuni raccoglitori ad anelli, ormai strapieni, mi duole ammetterlo, di forse troppe meravigliose opere d’arte dei nostri bambini.

Come capiterá a molti genitori, trovo estremo disagio a separarmi da questo tipo di ricordi, espressioni particolari e lucide testimonianze dei diversi stadi della loro infanzia, di specifici momenti della loro vita di bambini, ma anche di quella di noi genitori.

Si, perchè molti di quei disegni, ci hanno aiutato in moltissime occasioni, a sentirci più uniti e a crescere insieme come famiglia: per molto tempo infatti, durante gli anni dell’età pre-scolare, i disegni dei nostri figli hanno rivestito un ruolo per così dire, epistolare, ovvero hanno permesso a noi genitori, di leggere quei tratti iconografici, come se fossero delle vere e proprie lettere scritte, attraverso le quali i nostri bambini ci parlavano e comunicavano con noi in maniera del tutto efficace. Tramite questo colloquio non scritto, ma appunto, disegnato, abbiamo capito molto sullo stato della loro anima, sui loro disagi, sulle loro domande. E non solo. I loro disegni infatti, non ci hanno solo mostrato di che cosa era ed è fatto il loro mondo, ma, altrettanto spesso, hanno avuto il compito di mostarci quello che non c’era, quello che mancava e che aveva bisogno di trovare una sua strada per uscire e farsi avanti.

Perciò, affrontare il momento fatidico in cui, per forza di cose, ci si deve confrontare con la necessità di fare una cernita, non è per me cosa da poco.
Ma non per questo, mi do’ pervinta. Come in tutto, l’importante è chiarirsi le idee e cominciare a piccoli passi.

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Riflettendo un poco sulla questione, infatti, ho capito di aver avuto a riguardo un atteggiamento troppo emotivamente confuso, che mi portava a conservare tutto, in nome di una idea del passato però un po’ troppo teorica e, sicuramente, un po’ troppo superficiale.

Spostare coscientemente l’attenzione dal sentimento negativo, del tutto comprensibile, del distacco dal passato a quello invece positivo dell’apertura fiduciosa verso il futuro, mi ha permesso di conservare effettivamente solo quello che ha una reale valenza, non solo come elemento del passato, che riguarda l’infanzia dei nostri figli, ma anche come elemento che possa dirci ancora molto sul nostro presente come famiglia.

Ecco quindi alcuni parametri che stiamo usando, per prenderci cura dei ricordi più importanti e per far sì che essi, e solo essi, abbiano effettivamente modo di essere preservati con la dovuta cura e attenzione.

1. Raccogliere i disegni in un unico punto della casa. Ok, non sarà elegante, ma come dicono gli americani, un elefante va mangiato un morso alla volta. E se non si sa quant’è grande quest’elefante, sarà del tutto diffcile capire in quanti morsi si debba mangiarlo! Noi abbiamo scelto un angolo di una stanza vicino ad una finestra. La pila ci fa impressione, ma il fatto che sia abbastanza visibile al nostro occhio per tutto il giorno, ci fa sempre ricordare che quello è un compito di cui prendersi cura, non appena ce ne è occasione.

2. A partire da quel mucchio di fogli, abbiamo cominciato, a piccoli morsi, appunto, a fare una cernita, eliminando i disegni che possono essere effettivamente cestinati, di cui non si abbiamo particolare memoria o che non ci sembrano più essere sighnificativi.

3. Finita questa (lunga!) fase, cominceremo a dividere i disegni per autore e poi per periodo preciso (su alcuni avevamo apposto preventivamente la data) o orientativo (anno o stagione). Questo compito, che pare difficile a dirsi, è in realtà facile, se abbiamo lavorato bene nel conservare solo i disegni di cui abbiamo memoria!

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4. Con il gruppo di fogli prescelti alla mano, potremo aupicabilmente procedere alla scansione digitale di essi. Abbiamo intenzione di dedicare una cartella specifica sul nostro hard disk e farne una copia di backup su dvd o chiavette dedicate, dividendo in sotto cartelle per periodo e autore.
Convertire in digitale le opere ci permetterà di avere moltissimi disegni a portata di mano e di poter anche lavorarci su, presentandoli magari in un montaggio digitale da rivedere su schermo, come in una galleria d’arte virtuale.

5. E gli originali? A seconda del numero delle scansioni, decideremo se conservarli tutti o procedere ad una ulteriore cernita degli originali (50 per figlio?), dando loro nuova vita (in un raccoglitore con cartelline trasparenti diviso per annata e autore) oppure scegliere di incorniciarli a rotazione nella loro camera.

6. Avvantaggiarsi per il futuro: di certo auspichiamo che questo metodo ci possa aiutare a valutare e a soppesare meglio anche i disegni di produzione recente, conservando solo le opere che rispondono alle idee espresse sopra, facendo una cernita al momento e apponendo solo su quelli da conservare, autore e anno, prima di scansionarli.

E voi? Quali metodi usate per conservare (e non essere soffocati da) i ricordi familiari?