La disciplina (2): un approccio genitoriale partecipato

Nel precedente post, abbiamo visto come l’esperimento dei Marshmellows, abbia già evidenziato, in tempi ancora insospettabili, che i bambini posseggano già in età precoce, un sistema autonomo e cosciente di autoregolazione delle emozioni che permette loro di sospendere una gratificazione imminente, per una più appagante soddisfazione finale.

Questo tipo di auto-disiciplina si pose al tempo di Mischel come una valida alternativa al più tradizionale metodo disciplinare imposto e mostrò quanto la consapevolezza delle emozioni potesse contribuire a lungo termine a costruire in questi bambini, una vita più serena e felice.

Questo approccio è stato seguito anche da una delle maggiori voci di riferimento della psichiatria infantile europea del dopoguerra.

Bruno Bettelheim, il famoso psicoterapeuta austriaco, autore, tra gli altri di un compendio divulgativo utilissimo e grandemente illuminante per la nostra famiglia intitolato Un genitore quasi perfetto, dedica un intero capitolo del suo splendido libro alla disciplina.

Egli si sofferma appunto sul fatto che già a partire dall’ etimologia della parola disciplina, da discere imparare, ovvero un’ istruzione impartita a discepoli, si possa riconoscere l’estrema importanza dell’esempio del maestro nel processo di stimolo e apprendimento per i bambini.

L’autodisciplina è quindi un apprendere da un maestro e, sottolinea Bettelheim:

Se questo è il significato di “discepolo” e di “disciplina”, come può venire in mente che la disciplina si possa imporre o inculcare a forza nelle persone? Nessuna disciplina degna di essere acquisita può essere inculcata; anzi l’idea stessa di forza, è estranea e contraria all’idea di discepolato.

E aggiunge che:

Il modo migliore, anzi forse l’unico modo  per diventare persone “disciplinate” è di emulare l’esempio di qualcuno che si ammira, e non già di venire istruiti verbalmente […], nè tanto meno di esservi indotti con le minacce.”

Infatti, ci fa notare Bettelheim, quanto più il bambino è piccolo, tanto più ammira i suoi genitori. E tanto più quest’ ultimi sono coinvolti emotivamente nel rapporto (sia con reazioni di tipo positivo che negativo), tanto più i bambini rispondono prontamente allo stimolo esemplificativo mostrato dai genitori.

Ciò suggerisce che l’insegnamento dell’autocontrollo, a differenza di quello esterno, autoritario, è quindi un processo che richiede molta pazienza e dedizione da parte dei genitori.
E implica inoltre da parte di essi, la capacità di poter attingere ad un patrimonio interiore di esperienze infantili e di azioni personali esemplificative, come base per poter aiutare il proprio figlio verso la conoscenza di se stesso e delle proprie emozioni e verso un uso cosciente e auto-regolato di esse.

A questo proposito ancora Bettelheim porta l’esempio della differenza tra gli occidentali e gli orientali (nello specifico i giapponesi) riguardo il modo in cui i genitori concepiscono la disciplina nell’educazione dei propri figli.

Nel primo caso, dice lo psichiatra, abbondano le indicazioni di tipo autoritario “Smettila! Non fare questo! Non toccare! Mangia che ti fa bene!” in cui in generale in primis la madre, indica al figlio cosa deve fare e come comportarsi.

Questo approccio è assolutamente estraneo invece a quello orientale: la madre giapponese infatti, si pone nei confronti del figlio stimolando in lui, da una parte il lato empatico della situazione, attraverso domande del tipo: “Come credi che io mi senta quando fai così?” , mentre dall’altro attende che egli possa riflettere per suo conto sui suoi comportamenti e prendere una decisione positiva a riguardo, aiutandolo in questo modo a cementificare autonomamente la consapevolezza e il controllo delle proprie emozioni.

Quest’atteggiamento, si evince bene, sottintende un’ attesa fiduciosa e paziente da parte della madre di aspettare tutto il tempo necessario affinchè il figlio possa prendere la giusta decisione. E, nel far ciò, astenendosi,nel frattempo, da qualsiasi tipo di giudizio predeterminato.
Evidentemente, questo approccio non può che accrescere il rispetto di sè del bambino.

La pazienza e la fiducia nella buona riuscita del figlio, sono quindi due virtù fondamentali del genitore che si prefigge lo scopo di stimolare l’autodisicplina nel proprio figlio:

Sono la mancanza di fiducia da parte della madre e del padre e soprattutto i loro dubbi sulla buona riuscita dei figli a rendere così difficile a tanti bambini di avere fiducia in se stessi […] I miei genitori non sbagliano pensa il bambino, e perciò se non hanno fiducia in me, devono avere delle buone ragioni. […] La vera autodisciplina si fonda sul rispetto che ci fa provare per noi stessi: ecco perchè la mancanza di fiducia e di rispetto rende non solo difficile, ma addirittura impossibile acquisirla“.

E’ proprio su questo tipo di approccio partecipato da parte del genitore, che mi piace soffermarmi, perchè lo ritengo quello più vicino alle mie corde interiori e anche quello che sento come più rispettoso della natura individuale e irripetibile dei miei bambini.

Questi sono anche le argomentazioni su cui si fonda il lavoro di un’ intelligente sociologa americana contemporanea, che ammiro enormemente e che seguo con grande passione, Christine Carter.

Ma per saperne di più dovrete attendere il prossimo post!

A presto!

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La disciplina: un approccio genitoriale partecipato

Mi capita, parlando tra mamme all’uscita di scuola o alle feste, di ascoltare spesso discorsi che riguardano il famoso argomento della disciplina.

Alcune mie amiche ne parlano con convinzione e intraprendenza, usando questo temine però in realtà riferendosi ad un insieme di situazioni, aspettative e metodologie educative che credo siano in realtà piuttosto eterogenee tra loro.

Mi sembra regni infatti una certa confusione riguardo l’uso indiscriminato di questa parola e spesso, io e mio marito ci confrontiamo di rimando, sul significato che noi come famiglia attribuiamo a questo termine così popolare e quale effettivo ruolo esso abbia nell’educazione dei nostri figli.

A dire la verità, fino a qualche tempo fa, credevo che questa parola non avesse molto a che fare con noi.

Ma mi sbagliavo di molto: col tempo ho invece capito che, la disciplina, nella sua accezione più alta e nobile, ha un’ enorme importanza nello sviluppo psico-emotivo del bambino.

Mi è sembrato quindi opportuno, cercare di capire meglio di cosa si trattasse.

A questo scopo, ho interrogato alcuni libri di autori specializzati nelle dinamiche genitoriali di cui sono una grande ammiratrice (e lettrice!).

E ho cercato di sintetizzarli, senza l’alcun minima pretesa esaustiva, in un discorso generale che mettesse in evidenza, per mia personale chiarezza, le principali argomentazioni sul tema. E nel far ciò , evidenziando anche quali siano i valori fondanti che sottendono un certo tipo di approccio genitoriale partecipato a cui sono molto legata emotivamente.

Nello scrivere tutto ciò, ho presto notato che questa sintesi poteva essere utile anche a chiunque fosse interessato all’argomento.

Nonostante abbia cercato di essere piuttosto schematica, mi rendo conto che il soggetto mi ha molto appassionato e per questo ho forse usato più parole del previsto!

Perciò ho pensato di farne una piccola serie per raggruppare in differenti post, l’intero gruppo di autori su cui mi sono soffermata.

Eccoci dunque all’argomento della serie: la disciplina

Uno dei primi americani a soffermarsi sul concetto di disciplina nei bambini è stato Walter Mischel, un ricercatore, che ormai alcuni anni fa condusse un ormai celebre test con bambini di 4 anni, intitolato “Esperimento dei Marshmellows” i famosi gonfiotti di formaggio tanto amati dai bambini americani.

L’esperimento consisteva nel lasciare i bambini, uno alla volta, da soli in una stanza con un marshmallow.  Mischel disse loro che se avessero resistito alla tentazione di mangiarlo e avessero atteso il suo ritorno, ne avrebbero potuto avere un altro.  Altrimenti avrebbero potuto tranquillamente mangiare subito il marshmellow già in loro possesso, ma non ne avrebbero ricevuto un altro al suo ritorno.

Il risultato di Mischel fu sorprendente: moltissimi dei bambini sottoposti al test, seppero aspettare, ciascuno trovando un proprio modo di ingannare il quarto d’ora che li separava dalla gratificazione dei 2 marshmellow.

La maggior parte dei bambini, già quindi all’età di 4 anni, mostrava di saper regolare e disciplinare autonomamente il proprio sistema emozionale, resistendo al desiderio immediato, per assaporare al meglio un obiettivo finale più gratificante.

Ma fu soprattutto su larga scala temporale che i risultati del test furono ancora più importanti: i bambini che avevano deciso di mangiare subito il marshmellow, furono più propensi a cadere durante adolescenza in problemi comportamentali (cattiva condotta e voti mediocri, bullismo, problemi di alcool o droga), mentre quelli che avevano aspettato, risultarono, da teenagers, avere in media buoni voti scolastici e un’attitudine più serena e tranquilla nella loro vita di adulti.

In questo breve video, possiamo vedere un esperimento fatto dalla ABC negli anni a venire, sempre con bambini di 4 anni, che dimostra a distanza di tempo, ancora la validità della tesi di Mischel. Qui a fare la parte “gratificante” sono le famose M&Ms nel numero di 4 + 4. Addirittura in quest’esperimento tutti i bambini regolarono il loro desiderio e tutti aspettarono le altre 4 M&M’s.

Esiste quindi un sistema di regolazione interna, che possiamo chiamare autodisciplina, che si pone in opposto ad un approccio di tipo esterno o imposto (che si basa sull’imposizione dall’alto di regole precise e netti limiti da non valicare) e che consiste invece nello sviluppo di una abilità di autoregolazione e controllo delle emozioni in maniera cosciente da parte dei bambini.

In entrambi i casi il ruolo di noi genitori, come diretti co-agenti è, come prevedibile, di assoluto rilievo. Ma in maniera del tutto diversa, sia come approccio genitoriale, che come effetti che esso determina sui bambini.

Ma di questo parleremo nel prossimo post, dove scopriremo cosa pensa a riguardo uno dei più grandi psichiatri europei del dopoguerra, Bruno Bettelheim, che tanta parte ha avuto nell’illuminare il cammino di molti genitori, noi compresi!

A presto!

Il nostro calendario Montessoriano

Sono alcuni anni che rimugino nella testa l’idea di un calendario adatto ai bambini, cioè che riesca, in maniera semplice e diretta, a mostrare anche a chi non è ancora in grado di leggere, il senso del tempo che passa e delle stagioni.

Soprattutto ora che è ricominciata la scuola, sembra molto utile per i bambini poter orientarsi tra le stagioni che si avvicendano, tra giorni di scuola, giorni di vacanza e i vari impegni pomeridiani.

Il calendario di stile Montessoriano, come molte delle invenzioni della pedagoga italiana, aiuta i bambini, con semplicità e intuizione, a partecipare attivamente allo scorrere del tempo.
Costruito principalmente per immagini, è infatti fruibile a diversi livelli e a diverse età: nel nostro caso specifico sia dal più piccolo che ancora è alla scuola dell’infanzia, che dal più grande che frequenta la seconda elementare.

Inoltre la sensazionalità di questo calendario, consiste anche nel fatto che, così come è concepito, permette ad ognuno di personalizzarlo come meglio crede in base alle esigenze e alle peculiarità della propria famiglia.

Farlo da sé è estremamente semplice e economico. Sulla base di alcuni esempi americani come questo, lo abbiamo costruito anche noi, con grande soddisfazione di tutti.

Ed ecco inoltre per voi, un breve tutorial.

Sin da subito i bambini sono stati molto presi da questo progetto e ho notato che questo tipo di visualizzazione temporale li ha accompagnati nell’acquisire maggiore sicurezza e centralità in riferimento alla scansione del tempo passato, presente e futuro, aiutandoli a distinguere meglio ciò che è già accaduto da ciò che è presente e ciò che li aspetta in futuro.

Il calendario ci sta inoltre aiutando molto a introdurre nei bambini quella abilità del pianificare i propri desideri ed impegni,  ponendoli come agenti del proprio tempo e delle proprie scelte e non dei semplici fruitori di decisioni altrui.
Allo stesso tempo inoltre, sta aiutando noi genitori ad arricchire qualitativamente i nostri pomeriggi insieme pianificando per tempo nuovi progetti e nuove attività.

Il calendario montessoriano è quindi per noi diventato un modo stimolante e divertente per tenere traccia visibile del nostro tempo insieme come famiglia. Un tempo che siamo tutti orgogliosi di fruire con coscienza e intenzionalità.