Omeopatia: un valido aiuto familiare

Sin da quando ero bambina, grazie a mia madre che è un medico, sono stata abituata ad affiancare alle cure che prevedevano l’uso di medicine tradizionali, anche la medicina naturale, in particolar modo quella omeopatica.
Così quando sono diventata mamma, ho istintivamente continuato su questa via. Anzi, vista l’assenza di tossicità e di effetti collaterali dell’omeopatia, direi che il suo uso è per ora predominante nella cura dei disturbi stagionali dei miei figli rispetto alle medicine di tipo tradizionale.

Non sono un medico e non sono di certo un’esperta in materia, ne’ ho la presunzione di insegnare qualcosa a qualcuno a riguardo, ma vorrei condividere un percorso che come famiglia stiamo compiendo ormai da alcuni anni e che sicuramente ha portato grandi benefici sia fisici che psicologici a tutti noi.

Per chi ancora non la conoscesse, l’omeopatia è una pratica medica fondata verso la fine del 1700 dal medico tedesco Samuel C. Hahnemann e che si fonda sul concetto della legge dei simili, o della similitudine cioè che la malattia può essere trattata con l’assunzione in dosi infinitesime e ponderali (la dose ponderale è la quantità misurabile del principio attivo del farmaco) di sostanze capaci di scatenare in persone sane gli stessi sintomi di quelle che hanno già la malattia.
Per similitudine quindi, una dose infinitesima (ovvero diluita e dinamizzata, cioè sottoposta a un determinato numero di scosse) di una sostanza che in quantità normali è considerata per l’uomo tossica o velenosa, può essere impiegata come rimedio, come risolvente, nelle persone malate che presentano sintomi simili a quelli tossicologicamente indotti da questa sostanza, permettendo di curarli.

Un principio che intuitivamente già era conosciuto nei tempi antichi (ricordate la cicuta di Socrate?). Lo stesso Ippocrate nel 4° secolo scriveva: “Attraverso il simile, si produce la malattia e attraverso l’applicazione del simile, la malattia viene curata”. Mentre dai Romani proviene il detto che è alla base dell’omeopatia: Similia similibus curantur. La parola stessa Omeopatia (Homo cioè simile e pathos cioè malattia) significa letteralmente “Malattia curata con il simile“.

Ma come avviene la cura attraverso l’omeopatia?
Essa si attua attraverso un meccanismo interno reattivo, cioè la sostanza tossica induce l’organismo malato ad una reazione di difesa che è una difesa di tipo immunitario, ovvero il corpo, stimolato dalla sostanza, trova da sè le proprie risposte di difesa alla malattia, sconfiggendola, o per meglio dire, superandola e tornando sano e, per di più, rafforzato.

Alla base dell’omeopatia c’è un quindi un concetto che ho sempre trovato rivoluzionario che la malattia di per sè non va temuta, ma è un’occasione di crescita molto importante per il nostro organismo, che, se ascoltato e osservato con la dovuta attenzione, può essere indotto a curarsi da sè.

Questo principio, come si può facilmente intuire , è sicuramente diverso da quello della medicina tradizionale che, partendo dai sintomi, lavora sulla soppressione di essi per sconfiggere la malattia.
Prendiamo ad esempio la febbre: moltissime medicine di uso tradizionale curano la febbre attraverso la somministrazione di sostanze, come ad esempio il Paracetamolo e l’Ibuprofene.
Per l’omeopatia questo è un errore, perchè la febbre è il sintomo di una risposta immunitaria (cioè il segno di un incremento dei globuli bianchi in produzione e in movimento verso la zona infetta) e che è stimolata dal rilascio di pirogeni che innalzano la temperatura corporea e, quindi, da qui la febbre. Il processo di innalzamento della temperatura è quindi la semplice indicazione che il processo di guarigione, in persone sostanzialmente sane come i bambini e il cui terreno immunitario di base è ben funzionante, si è in realtà, innescato.

Ora, nei bambini e nelle malattie stagionali in genere, nella maggior parte dei casi, la febbre deve quindi semplicemente fare il suo corso e lasciare che il corpo trovi la sua strada per costruirsi le proprie difese e rafforzare la propria salute per quando saranno adulti.

Uno degli errori in cui spesso come mamma sostanzialmente ansiosa (e tendente al panico) incappo nei casi in cui i miei figli siano malati, è quello di farmi prendere dalla paura e di dover per forza fare qualcosa il che si riduce il più delle volte nel trattare i sintomi invece che sradicare la malattia.

Invece so bene che quando trovo il modo di distanziarmi dalle mie emozioni, riprendere la calma e darmi il tempo di osservare e ascoltare i miei figli e i loro sintomi, ho la lucidità che mi permette di capire se c’è bisogno di chiamare il pediatra per un intervento farmacologico o se invece, aspettare che la situazione si stabilizzi da sè. Nella maggior parte dei casi, attraverso lo studio, l’esperienza sul campo e la conoscenza delle differenti caratteristiche (e non ho detto debolezze!) psico-fisiche dei miei figli, comincio a somministrare tempestivamente i rimedi omeopatici che mi sembrano idonei alla situazione e, devo dire, che questo tipo di approccio è solitamente risolutore.

Di certo ci sono situazioni in cui bisogna intervenire subito attraverso l’assunzione di farmaci classici. E credo inoltre che nella salute e nella vita in generale, la virtù risieda soprattutto nell’evitare visioni integraliste. Perciò il più delle volte in casa nostra l’omeopatia e la medicina tradizionale viaggiano affiancati.

Un’altro dei vantaggi dell’approccio olistico delle pratiche omeopatiche è che rafforzano ulteriormente la consapevolezza genitoriale che essere presenti a se stessi, essere attenti e acuti osservatori sia di sé che dei propri figli, sia un atteggiamento sempre vincente .
L’approccio omeopatico mi aiuta quindi anche nel prendere preventivamente distanza dal mio personale ed istintivo garbuglio emotivo interiore, prima di approcciarmi verso il problema. Anzi, a volte, questo processo mi aiuta a capire che quello che consideravo un problema (e di conseguenza la spasmodica ricerca dell’agognata soluzione ad esso), non è invece altro che una naturale evoluzione della realtà.

E che basta avere fiducia. Sempre.
Fiducia nella nostra unicità di individui.
Nella interezza indissolubile di psiche e corpo.

Ma anche fiducia nelle nostre competenze genitoriali.
E nei nostri figli. E nelle loro meravigliose e sorprendenti capacità.

Pianificare un menu settimanale

Ci siamo quasi.
Fra un paio di settimane al massimo, la nostra vita familiare sarà rivoluzionata, di nuovo.
E questa volta ce la vivremo tutti e quattro!
Come ho già scritto, siamo tutti molto emozionati. E non abbiamo idea di come cambierà la nostra vita.

In questo momento di passaggio, io più che mai, ho bisogno di punti fermi. E da fervida appassionata di organizzazione familiare, me li sto creando, assecondando i miei bisogni di ordine mentale e affinando quelle che potrei definire le nostre priorità familiari.

Da un punto di vista pratico, una delle migliori strategie organizzative che hanno sinora facilitato enormemente la vita in famiglia, è stato stabilire e utilizzare un menu settimanale.

Insieme alle routine giornaliere e settimanali, di cui magari parlerò in altre occasioni, creare un menu settimanale è per me un modo per rendere efficiente una parte consistente della vita familiare. Sapere già in anticipo cosa è previsto a cena non solo per la sera stessa, ma anche per tutta la settimana, è un modo efficacissimo per evitare la cosiddetta ansia delle 5 di pomeriggio, ovvero l’eterna domanda che ogni mamma si pone ad un certo punto della giornata: “Cosa faccio stasera per cena?”.
Con il menu settimanale questo problema, non esiste più, o meglio, alla domanda c’è una risposta certa, ogni giorno.

Inizialmente, circa un anno e mezzo fa, ho cominciato a stilare ogni settimana il menù in base ad esigenze inerenti la mensa dei miei figli: per evitare di ripetere piatti che avevano già mangiato a pranzo a scuola, stabilivo 5 cene a settimana che non coincidessero con i pranzi. Va da sè, che la salute di tutta la famiglia, migliorava: era assicurata per tutti una certa varietà e, stabilendo il menù in anticipo, anche una scelta più oculata delle componenti nutritive.

Il menù settimanale poi in realtà si è rivelato anche un fondamentale aiuto in termini economici: ci permette infatti di stilare con anticipo una lista della spesa congrua al menù della settimana e, attenendoci solo ad essa, risparmiare tempo e denaro. Inoltre permette di limitare al massimo i viaggi verso/dal supermercato durante la settimana e quindi risparmiare ancora di più, facendo un unica spesa alla settimana.

Ma devo dire che, soprattutto nell’ultimo trimestre, il menù settimanale è diventato un sussidio straordinario nel menage familiare perchè mi permette di dedicare il meno tempo possibile anche alla pianificazione del menù stesso. A me piace cucinare e devo ammettere che non mi pesa eccessivamente stare ai fornelli , ma in questi ultimi mesi di gravidanza, ho apportato alcuni cambiamenti fondamentali che mi hanno permesso di ottimizzare il metodo, applicando la legge del minimo sforzo e del massimo risultato.

Sono infatti passata a pianificare 2 settimane di pasti per volta, concentrando la pianificazione in una unica sessione .
E, soprattutto, ho capito che in base ai gusti della nostra famiglia e alle nostre abitudini alimentari, non c’era effettivamente bisogno di stilare ogni volta ex-novo i menù. Bastavano un paio di menù flessibili e orientativi per rendermi la vita sicuramente più facile e meno impegnativa in termini di tempo e di concentrazione.

Per prima cosa, ho pianificato, (anche su una base orientativa dei pranzi a mensa) le scelte proteiche delle cene settimanali, ovvero esclusivamente i cosiddetti secondi per 2 settimane.
Ho capito, che non avevo bisogno in realtà di pianificare i contorni, perchè sapendo più o meno la quantità richiesta a settimana, riesco a scegliere il tipo di verdure e frutta che trovo disponibili a seconda delle stagioni e della disponibilità al mercato di zona. Inoltre, durante la settimana, cerco sempre di attenermi a preparazioni veloci e semplici, che ben si adattano ai nostri gusti e al nostro tipo di vita familiare.

Ho allora stabilito una griglia bi-settimanale di cene che faccio ruotare quindi, ogni 2 settimane.
Avendo pianificato solo i secondi, la flessibilità dei 2 menù, fa si che non si percepiscano affatto le ripetizioni dei pasti e si apprezzi comunque una certa varietà.

Ecco un esempio:

1a settimana
LUNEDI’: carne (a scelta: macinato o marinata, pollo o vitello)
MARTEDI’: minestra e pesce
MERCOLEDI’: formaggio e legumi (lenticchie stufate, fagioli all’uccelletto, ceci conditi o falafel fatti in casa, riso e piselli…)
GIOVEDI’: burritos (i miei vanno matti per le tortillas con carne macinata) e verdure stufate
VENERDI: o pesce o pizza fatta in casa (dipende da cosa preferiamo di più)
SABATO: pianifico in linea di massima anche il pranzo: uova (omelette, occhio di bue, sode o alla coque) e la sera cena americana con hamburger e patatine fatti da noi.
DOMENICA: libera e leggera dopo i pranzi domenicali che solitamente facciamo dai nonni, da amici oppure da noi con pasta per primo e secondo di carne, quindi solitamente per cena basta un toast o un brodino di verdura con degli affettati misti

2a settimana:
LUNEDI’: carne (a scelta: polpette, carne panata, arrosto o qualcosa che ho già surgelato in precedenza, ecc.)
MARTEDI’: formaggio e legumi
MERCOLEDI’: uova
GIOVEDI’: minestra e legumi
VENERDI: pasta e pesce
SABATO: pianifico orientativamente anche il pranzo che è pasta col pesto fatto in casa (o comunque qualche ricetta nuova che contenga semi oleosi) e legumi. La cena è pizza fatta in casa
DOMENICA: minestrina con formaggio

Nel mio menù settimanale ho anche pianificato un accenno di colazioni, merende e pranzi (questi ultimi solo per me che sono a casa), soprattutto per evitare di rimanere a corto di idee e mangiare il più sano possibile, ora che sono in gravidanza, ma mi adatto molto usando avanzi della sera prima e cucinando in anticipo per le colazioni (ciambelloni, pan brioche o biscotti).

Aiuta anche molto preparare in anticipo più secondi contemporaneamente e surgelarli per le cene della settimana. Preferisco infatti cucinare il più possibile in meno sessioni, l’ho trovato comodo in termini di tempo nelle preparazioni e anche un modo per sporcare meno la cucina durante la settimana.
Inoltre, se ho voglia di provare qualcosa di nuovo, posso tranquillamente inserirlo sulla base allo schema orientativo che è pianificato per quel giorno.

Questo è quindi lo schema di massima che applico per la nostra famiglia, ma credo che ognuno possa facilmente crearne a non finire in base alle proprie esigenze, ai propri gusti e ritmi familiari.
E’ uno schema che quindi consiglio vivamente a tutti e che inoltre penso ci potrà facilitare la vita nei primi mesi dopo la nascita del fratellino, in cui ci sarà bisogno di ottimizzare al massimo la spesa e le cene familiari. Inoltre non necessita della mia presenza e supervisione, perchè può essere tranqullamente gestito anche da mio marito in piena autonomia.

Di certo la vita sarà per noi piuttosto piena nei prossimi e sapere che questa parte della gestione familiare è più o meno sotto controllo, mi permette di concentrarmi solo su quello di cui veramente c’è bisogno.

E voi, che strategie usate e suggerite per organizzare i pasti della vostra famiglia?