La quinta parete

Chiunque condivida la propria casa con dei bambini conosce bene ciò di cui voglio parlare.

In barba al detto “mi piego e mi spezzo“, i bambini conoscono l’arte di usare  lo spazio in maniera molto diversa dagli adulti. Lo si vede continuamente nella nostra casa: se noi grandi consideriamo normale usare superfici rialzate come tavoli, scrivanie, comodini, letti, librerie,  per riporre e consultare i nostri oggetti di maggior uso, per i bambini questo concetto sembra essere istintivamente del tutto incomprensibile e restrittivo.

Loro, sia per questioni di dimensioni personali che di prospettiva, in aggiunta alle 4 pareti di casa, ne conoscono e ne padroneggiano un’ altra, che considerano altrettanto degna della loro attenzione ed esplorazione quotidiana. Una quinta parete che noi genitori sembriamo aver, con il passare degli anni, progressivamente dimenticato e la cui importanza continuiamo a sottovalutatare spesso: il pavimento!

A chi di noi infatti non è  successo di cercare di inculcare nella mente dei nostri figli l’assurdo diktat di raccogliere gli oggetti da terra e rimetterli al loro posto, oppure di smettere di scrivere sdraiati sul pavimento o di giocare sotto il letto?

Perchè se solo potessimo sforzarci di andare  per un attimo al di là della nostra comprensibile pretesa di aver una casa in ordine dove ogni cosa abbia il suo posto e  possa essere ritrovata al suo prossimo uso (ammesso che il precedente uso sia stato completato!) e se ci fermassimo a pensare un attimo e ci separassimo dall’urgenza emotiva (ammettiamolo, esclusivamente nostra) di contemplare superfici piane nitide e sgombre da oggetti – a meno di quelli che naturalmente abbiamo deciso noi essere importanti! – potremmo contemplare con crescente stupore e ritrovata leggerezza, l’acquisizione di una nuova prospettiva spaziale che allarga sia i nostri orizzonti interiori che la nostra assopita percezione dimensionale e ci rende più vicini e connessi emotivamente ai nostri figli.

Ricordo ancora quando alcuni anni fa, B.  si sdraiava per terra a pancia sotto, intento in contorsioni faticosissime che prevedevano l’uso concentrato di tutto il suo corpo: le gambe  si strusciavano potentemente sul pavimento, mentre le braccia andavano a cercare qualcosa più in là, allungandosi con forza esasperata ma controllata.

Il mio primo impulso, naturalmente, era quello di intimarlo di evitare di sporcarsi i vestiti e ordinargli di tirarsi subito in piedi. Ma, poi mi accorsi, che il bisogno di B. continuava a ripetersi comunque, nonostante i miei inutili rimproveri, in un gioco ormai diventato per lui praticamente necessario.

Ben presto ho capito che mi stavo perdendo qualcosa, che c’era sicuramente una sua ragione imprenscindibile che motivava fortemente quella sua azione ripetitiva. Allora cercai il modo, attraverso alcune domande, di avere accesso a quel suo mondo così lontano dalla mia superficiale visione dello spazio…e della vita.

Così mi accorsi allora che B. non stava semplicemente strisciando, che quello non era un movimento che si attuava solo sul piano orizzontale. La sua era in realtà un’azione verticale! Si stava infatti arrampicando su una ripidissima parete rocciosa e, ogni giorno di più, si stava avvicinando alla tanto agognata cima della montagna.

Ecco, non posso dire che da quel giorno, abbia smesso di rimproverare i miei figli di disegnare sdraiati per terra, giocare sotto al letto (non sempre pinto e lindo come vorrebbe Martha Stewart), rotolarsi sul tappeto o lasciare una miriade di oggetti sparsi sul pavimento: non sono sempre così presente a me stessa e d’altronde, alcune delle mie ragioni hanno il diritto di essere altrettanto considerate quanto le loro; ma posso affermare di aver varcato alcune volte, con nitida coscienza e sincera intenzione, quella meravigliosa soglia che spesso separa la mia stereotipata ragionevolezza di persona adulta, dal mondo meraviglioso e pluridimensionale dei miei bambini e di aver trovato quel cammino insieme a loro estremamente entusiasmante, divertente e stimolante.

In quei momenti ho percepito la loro (e anche mia, a volte, quando mi ricordo come lasciarmi andare) innata capacità di essere completamente immersi e avvolti dal presente, di vedere oltre l’abitudine e i comportamenti mentali prettamente formali dietro cui noi genitori ci barrichiamo spesso e che ci escludono dal condividere appieno l’unicità dei nostri figli e l’amore familiare.

Allora, quel che mi esorto a fare, è di assaporare profondamente questi momenti di gioia pura e di stupore estremo insieme ai figli. Anche solo per pochi minuti, tra la cena sul fuoco e i panni da stendere.

Se poi a tanto il destino di mettere a posto tocca sempre irrimediabilmente a noi, genitori piegati (…e spezzati!) sulla quinta parete…cosa ci cambia farlo fra 5 minuti, quando la porta di quel mondo si sarà per noi di nuovo chiusa?

P.S.:  per evitare il mal di schiena, consiglio a tutti di piegarsi facendo leva sulle gambe anzichè sulla schiena…funziona! :-)

La disciplina (3): un approccio genitoriale partecipato

Vi avevo anticipato nel precedente post della serie che avremmo conosciuto più da vicino cosa ne pensa sull’argomento una certa branca di sociologia genitoriale americana contemporanea, che si focalizza sulla relazione emozionale tra genitori e figli, come base per l’acquisizione da parte dei bambini di un bagaglio emotivo foriero di una vita consapevolmente felice.

Christine Carter, sociologa americana autrice di Raising Happiness: 10 Simple Steps for More Joyful Kids and Happier Parents parla di authoritative parenting ovvero di autorevolezza genitoriale descrivendo quei genitori di cui parlava, a suo modo alcuni anni prima, anche Bettelheim, cioè presenti e coinvolti empaticamente nella relazione con i propri figli, senza cedere alla persuasione del controllo della situazione e senza essere invasivi.

La studiosa sottolinea che l’auto disciplina (che il sociologo Mischel, come abbiamo visto in questo post, riscontrò essere esistente già in età precoce nei bambini) è un’abilità, non un dono innato, che risponde ad un preciso tipo di sistema nervoso centrale , chiamato il know system, tipicamente freddo e cognitivo che reagisce lentamente e strategicamente ponderando le possibili conseguenze delle azioni e che si contrappone al go system, caldo emotivamente e sottostante al potere della reazione istintuale a degli stimoli.

Essendo quindi un’abilità, l’autodisciplina può quindi essere allenata ed esercitata consapevolmente da parte dei genitori, come un po’ faceva la mamma giapponese dell’esempio di Bettelheim.

Per far ciò, come ben si può immaginare, è richiesta ai genitori la capacità di essere costanti, in maniera positiva, nel proprio coinvolgimento nella relazione con i propri figli; e, seppur evidenziando alcuni opportuni e condivisi limiti invalicabili, i genitori devono considerare come valore prioritario la trasmissione di segnali chiari e tranquilli, che stimolino ed enfatizzino nei bambini risvolti positivi di un’azione necessaria (promotion focused) invece di descrivere eventuali possibili disastri (prevention oriented) come conseguenza di comportamenti sbagliati da parte dei figli.

A questo scopo inoltre, secondo alcuni recenti studi che la Carter cita esaurientemente nel suo libro, è fondamentale che i genitori trovino il modo di incoraggiare situazioni in cui i bambini possano avere coscienza del proprio discorso interiore, in primis attraverso il gioco libero non strutturato, potentissimo strumento educativo (purtroppo oggi poco praticato da bambini super impegnati in mille attività extra-scolastiche!) che stimola nei bambini la capacità di dare direzioni a sè e agli altri e aiuta l’auto-regolazione.

E nel far questo, la sociologa consiglia a tutti noi genitori di essere vicini emotivamente e fisicamente ai propri figli, mostrandoci amorevoli e rispettosi delle particolari individualità di ognuno.
Compito dei genitori infatti, è evitare di coltivare aspettative e di incasellare i figli in paradigmi o etichette, ma principalmente porsi in ascolto di essi, con empatia, pazienza e fiducia.

Ed eccoci quindi nuovamente ad insistere su questi tre concetti chiave genitoriali come chiavi di volta di una relazione serena e gratificante con i propri figli, affinchè essi possano acquisire e rafforzare l’abilità di conoscere e di auto-disciplinare le proprie emozioni (soprattutto quelle negative) bilanciandole tramite l’esperienza cosciente di un bagaglio interiore di competenze emotive positive su se stessi e il mondo.

Un approccio che, abbiamo visto, teorizzava anche Bruno Bettelheim, qualche anno prima al di là dell’oceano.

Ma cosa praticamente noi genitori siamo tenuti a fare per allenare queste abilità nei nostri figli?

Di questo ed altro ancora parleremo nel prossimo post della serie!

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A presto!

La disciplina (2): un approccio genitoriale partecipato

Nel precedente post, abbiamo visto come l’esperimento dei Marshmellows, abbia già evidenziato, in tempi ancora insospettabili, che i bambini posseggano già in età precoce, un sistema autonomo e cosciente di autoregolazione delle emozioni che permette loro di sospendere una gratificazione imminente, per una più appagante soddisfazione finale.

Questo tipo di auto-disiciplina si pose al tempo di Mischel come una valida alternativa al più tradizionale metodo disciplinare imposto e mostrò quanto la consapevolezza delle emozioni potesse contribuire a lungo termine a costruire in questi bambini, una vita più serena e felice.

Questo approccio è stato seguito anche da una delle maggiori voci di riferimento della psichiatria infantile europea del dopoguerra.

Bruno Bettelheim, il famoso psicoterapeuta austriaco, autore, tra gli altri di un compendio divulgativo utilissimo e grandemente illuminante per la nostra famiglia intitolato Un genitore quasi perfetto, dedica un intero capitolo del suo splendido libro alla disciplina.

Egli si sofferma appunto sul fatto che già a partire dall’ etimologia della parola disciplina, da discere imparare, ovvero un’ istruzione impartita a discepoli, si possa riconoscere l’estrema importanza dell’esempio del maestro nel processo di stimolo e apprendimento per i bambini.

L’autodisciplina è quindi un apprendere da un maestro e, sottolinea Bettelheim:

Se questo è il significato di “discepolo” e di “disciplina”, come può venire in mente che la disciplina si possa imporre o inculcare a forza nelle persone? Nessuna disciplina degna di essere acquisita può essere inculcata; anzi l’idea stessa di forza, è estranea e contraria all’idea di discepolato.

E aggiunge che:

Il modo migliore, anzi forse l’unico modo  per diventare persone “disciplinate” è di emulare l’esempio di qualcuno che si ammira, e non già di venire istruiti verbalmente […], nè tanto meno di esservi indotti con le minacce.”

Infatti, ci fa notare Bettelheim, quanto più il bambino è piccolo, tanto più ammira i suoi genitori. E tanto più quest’ ultimi sono coinvolti emotivamente nel rapporto (sia con reazioni di tipo positivo che negativo), tanto più i bambini rispondono prontamente allo stimolo esemplificativo mostrato dai genitori.

Ciò suggerisce che l’insegnamento dell’autocontrollo, a differenza di quello esterno, autoritario, è quindi un processo che richiede molta pazienza e dedizione da parte dei genitori.
E implica inoltre da parte di essi, la capacità di poter attingere ad un patrimonio interiore di esperienze infantili e di azioni personali esemplificative, come base per poter aiutare il proprio figlio verso la conoscenza di se stesso e delle proprie emozioni e verso un uso cosciente e auto-regolato di esse.

A questo proposito ancora Bettelheim porta l’esempio della differenza tra gli occidentali e gli orientali (nello specifico i giapponesi) riguardo il modo in cui i genitori concepiscono la disciplina nell’educazione dei propri figli.

Nel primo caso, dice lo psichiatra, abbondano le indicazioni di tipo autoritario “Smettila! Non fare questo! Non toccare! Mangia che ti fa bene!” in cui in generale in primis la madre, indica al figlio cosa deve fare e come comportarsi.

Questo approccio è assolutamente estraneo invece a quello orientale: la madre giapponese infatti, si pone nei confronti del figlio stimolando in lui, da una parte il lato empatico della situazione, attraverso domande del tipo: “Come credi che io mi senta quando fai così?” , mentre dall’altro attende che egli possa riflettere per suo conto sui suoi comportamenti e prendere una decisione positiva a riguardo, aiutandolo in questo modo a cementificare autonomamente la consapevolezza e il controllo delle proprie emozioni.

Quest’atteggiamento, si evince bene, sottintende un’ attesa fiduciosa e paziente da parte della madre di aspettare tutto il tempo necessario affinchè il figlio possa prendere la giusta decisione. E, nel far ciò, astenendosi,nel frattempo, da qualsiasi tipo di giudizio predeterminato.
Evidentemente, questo approccio non può che accrescere il rispetto di sè del bambino.

La pazienza e la fiducia nella buona riuscita del figlio, sono quindi due virtù fondamentali del genitore che si prefigge lo scopo di stimolare l’autodisicplina nel proprio figlio:

Sono la mancanza di fiducia da parte della madre e del padre e soprattutto i loro dubbi sulla buona riuscita dei figli a rendere così difficile a tanti bambini di avere fiducia in se stessi […] I miei genitori non sbagliano pensa il bambino, e perciò se non hanno fiducia in me, devono avere delle buone ragioni. […] La vera autodisciplina si fonda sul rispetto che ci fa provare per noi stessi: ecco perchè la mancanza di fiducia e di rispetto rende non solo difficile, ma addirittura impossibile acquisirla“.

E’ proprio su questo tipo di approccio partecipato da parte del genitore, che mi piace soffermarmi, perchè lo ritengo quello più vicino alle mie corde interiori e anche quello che sento come più rispettoso della natura individuale e irripetibile dei miei bambini.

Questi sono anche le argomentazioni su cui si fonda il lavoro di un’ intelligente sociologa americana contemporanea, che ammiro enormemente e che seguo con grande passione, Christine Carter.

Ma per saperne di più dovrete attendere il prossimo post!

A presto!

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