La disciplina (4): un approccio genitoriale partecipato

Nei precedenti post ho cercato di sintetizzare come i valori della fiducia nelle peculiarità dei propri figli, della pazienza e della empatia verso i loro sentimenti, siano aspetti fondamentali dei genitori autorevoli, che enfatizzano nel rapporto con i propri figli la qualità della relazione con essi e li aiutano a sperimentare con consapevolezza le proprie emozioni affinchè essi, sicuri della presenza dei propri genitori come loro alleati, possano costruirsi da sè un proprio bagaglio emotivo che li accompagni con entusiasmo attraverso le esperienze della vita.

A questo punto però, alcuni potranno storcere il naso, alludendo al fatto che queste considerazioni, seppur molto edificanti, non aiutino però i genitori a risolvere i problemi pratici che ogni momento i bambini pongono davanti a noi: come i capricci, i comportamenti aggressivi o pericolosi per sè e per gli altri.

Concetti su cui invece si sofferma invece un certo tipo di approccio di genitorialità autoritaria che trova il suo fondamento nell’insegnamento e nell’ imposizione dall’alto, dall’esterno del bambino, di ben precise nozioni, regole e limiti.

Personalmente, mio malgrado, mi ritrovo più spesso di quanto voglia ad esercitare con i miei figli il ruolo di genitore autoritario. E, badate bene che, essere un genitore autoritario non vuol dire per me essere semplicemente il genitore severo e intransigente che punta il dito verso il figlio in segno di disapprovazione, ma anche colui che, armato della più dolce e confortante buona volontà e buona fede, non si astiene dal dover per forza correggere nei propri figli i comportamenti cosiddetti sbagliati e indicare invece quelli corretti, invadendo in continuazione il territorio sperimentale del proprio figlio e instillando ancor più frequentemente in lui il dubbio sulle proprie autonome capacità di giudizio.

Pur non provando alcuna stima di me in quelle situazioni e pur non mi riconoscendomi affatto interiormente in quel tipo di genitore, so per certo che ognuno di noi è diverso e che possa e debba abbracciare l’approccio genitoriale a lui più consono, nel rispetto di se stessi e dei propri valori fondanti.

Perciò, ammettiamo che la disciplina di tipo autoritario, che abbonda di divieti precisi e di indicazioni sul dover essere e dover fare, abbia qualche valenza educativa.
Aiuti cioè, i bambini a fortificare il carattere, come sento dire in molti, a comportarsi bene , ad abituarsi a viver meglio nel mondo e a perseguire con lucidità i propri obiettivi, avendo già bene in mente quale sia il modo giusto per perseguirli.

La disciplina nell’approccio autoritario è quindi concepita come una medicina amara, che, seppur possa sembrare di cattivo gusto al palato del bambino, ha un’ inconfutabile utilità pratica nello sconfiggere i germi del cattivo comportamento e si pone come un infallibile strumento per aiutare i figli a sapersi presto destreggiare con autonomia e determinazione nella vita.

Questa branca educativa, ad esempio, usa spesso la punizione come metodo efficace  per porre dei limiti e insegnare ai bambini a riconoscere il comportamento corretto, attraverso l’esperienza della sofferenza e della privazione di qualcosa.

Dal punto di vista dell’efficacia, la punizione ha indubitabilmente un effetto immediato e sicuro: date alcune certe premesse, sembra dire il metodo, il genitore non dovrà far altro che mettere in pratica un’ azione di rimando che insegni al figlio le conseguenze delle proprie azioni così da farne esperienza per comportarsi bene la prossima volta.

I metodi educativi che usano la disciplina come strumento di controllo sono certamente molto rassicuranti, perchè in effetti rispondono ad un bisogno naturale dei genitori, cioè quello di dominare la situazione e essere sicuri che i bambini siano sempre ben educati e prevedibili nelle loro azioni e comportamenti.
Insomma, fanno in modo che, in fondo, i bambini non diano troppo fastidio, soprattutto in situazioni sociali in cui è sembra essere richiesto un modo di agire orientato al rispetto delle abitudini e delle priorità degli adulti.

Ma oltre ad essere chiaramente ineffettiva a lungo termine, la punizione tende a danneggiare i bambini, esponendoli a possibili problemi di comportamento violento e diminuita abilità di conoscere e controllare autonomamente il loro modo di agire e i loro sentimenti.
E anzi, ancor peggio, li espone ripetutamente di fronte ad una cattiva reputazione di se stessi e delle proprie emozioni.

In altre parole, c’è una grande differenza tra la vera disciplina e la punizione. Come abbiamo visto, la parola disciplina ha la stessa radice del verbo imparare, ovvero del processo di apprendimento.
Disciplinare i nostri figli significa stimolare in loro un processo di apprendimento che li rende curiosi, aperti e pronti all’esperienza, di qualsiasi tipo essa sia.
La punizione fa l’inverso, porta i bambini a focalizzarsi non su ciò che possono imparare da una data situazione, ma sulla sofferenza e sul dolore che sentono in riferimento a quell’esperienza.

A questo punto però, mi faccio una domanda: senza nulla togliere ai fautori, sono sicura in perfetta buona fede, della teoria autoritaria, mi chiedo ora a chi è utile veramente questa metodologia educativa sulla disciplina?

Siamo assolutamente sicuri che essa nasca per aiutare i bambini o che invece serva più a tranquillizzare noi adulti, una scorciatoia neppure molto celata che sembri evitare a noi genitori di sobbarcarci dell’ impegno emotivo che comporta essere dei veri authoritative parents e metterci in gioco veramente come individui?

Vi aspetto al prossimo post!

La disciplina (3): un approccio genitoriale partecipato

Vi avevo anticipato nel precedente post della serie che avremmo conosciuto più da vicino cosa ne pensa sull’argomento una certa branca di sociologia genitoriale americana contemporanea, che si focalizza sulla relazione emozionale tra genitori e figli, come base per l’acquisizione da parte dei bambini di un bagaglio emotivo foriero di una vita consapevolmente felice.

Christine Carter, sociologa americana autrice di Raising Happiness: 10 Simple Steps for More Joyful Kids and Happier Parents parla di authoritative parenting ovvero di autorevolezza genitoriale descrivendo quei genitori di cui parlava, a suo modo alcuni anni prima, anche Bettelheim, cioè presenti e coinvolti empaticamente nella relazione con i propri figli, senza cedere alla persuasione del controllo della situazione e senza essere invasivi.

La studiosa sottolinea che l’auto disciplina (che il sociologo Mischel, come abbiamo visto in questo post, riscontrò essere esistente già in età precoce nei bambini) è un’abilità, non un dono innato, che risponde ad un preciso tipo di sistema nervoso centrale , chiamato il know system, tipicamente freddo e cognitivo che reagisce lentamente e strategicamente ponderando le possibili conseguenze delle azioni e che si contrappone al go system, caldo emotivamente e sottostante al potere della reazione istintuale a degli stimoli.

Essendo quindi un’abilità, l’autodisciplina può quindi essere allenata ed esercitata consapevolmente da parte dei genitori, come un po’ faceva la mamma giapponese dell’esempio di Bettelheim.

Per far ciò, come ben si può immaginare, è richiesta ai genitori la capacità di essere costanti, in maniera positiva, nel proprio coinvolgimento nella relazione con i propri figli; e, seppur evidenziando alcuni opportuni e condivisi limiti invalicabili, i genitori devono considerare come valore prioritario la trasmissione di segnali chiari e tranquilli, che stimolino ed enfatizzino nei bambini risvolti positivi di un’azione necessaria (promotion focused) invece di descrivere eventuali possibili disastri (prevention oriented) come conseguenza di comportamenti sbagliati da parte dei figli.

A questo scopo inoltre, secondo alcuni recenti studi che la Carter cita esaurientemente nel suo libro, è fondamentale che i genitori trovino il modo di incoraggiare situazioni in cui i bambini possano avere coscienza del proprio discorso interiore, in primis attraverso il gioco libero non strutturato, potentissimo strumento educativo (purtroppo oggi poco praticato da bambini super impegnati in mille attività extra-scolastiche!) che stimola nei bambini la capacità di dare direzioni a sè e agli altri e aiuta l’auto-regolazione.

E nel far questo, la sociologa consiglia a tutti noi genitori di essere vicini emotivamente e fisicamente ai propri figli, mostrandoci amorevoli e rispettosi delle particolari individualità di ognuno.
Compito dei genitori infatti, è evitare di coltivare aspettative e di incasellare i figli in paradigmi o etichette, ma principalmente porsi in ascolto di essi, con empatia, pazienza e fiducia.

Ed eccoci quindi nuovamente ad insistere su questi tre concetti chiave genitoriali come chiavi di volta di una relazione serena e gratificante con i propri figli, affinchè essi possano acquisire e rafforzare l’abilità di conoscere e di auto-disciplinare le proprie emozioni (soprattutto quelle negative) bilanciandole tramite l’esperienza cosciente di un bagaglio interiore di competenze emotive positive su se stessi e il mondo.

Un approccio che, abbiamo visto, teorizzava anche Bruno Bettelheim, qualche anno prima al di là dell’oceano.

Ma cosa praticamente noi genitori siamo tenuti a fare per allenare queste abilità nei nostri figli?

Di questo ed altro ancora parleremo nel prossimo post della serie!

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A presto!

La disciplina (2): un approccio genitoriale partecipato

Nel precedente post, abbiamo visto come l’esperimento dei Marshmellows, abbia già evidenziato, in tempi ancora insospettabili, che i bambini posseggano già in età precoce, un sistema autonomo e cosciente di autoregolazione delle emozioni che permette loro di sospendere una gratificazione imminente, per una più appagante soddisfazione finale.

Questo tipo di auto-disiciplina si pose al tempo di Mischel come una valida alternativa al più tradizionale metodo disciplinare imposto e mostrò quanto la consapevolezza delle emozioni potesse contribuire a lungo termine a costruire in questi bambini, una vita più serena e felice.

Questo approccio è stato seguito anche da una delle maggiori voci di riferimento della psichiatria infantile europea del dopoguerra.

Bruno Bettelheim, il famoso psicoterapeuta austriaco, autore, tra gli altri di un compendio divulgativo utilissimo e grandemente illuminante per la nostra famiglia intitolato Un genitore quasi perfetto, dedica un intero capitolo del suo splendido libro alla disciplina.

Egli si sofferma appunto sul fatto che già a partire dall’ etimologia della parola disciplina, da discere imparare, ovvero un’ istruzione impartita a discepoli, si possa riconoscere l’estrema importanza dell’esempio del maestro nel processo di stimolo e apprendimento per i bambini.

L’autodisciplina è quindi un apprendere da un maestro e, sottolinea Bettelheim:

Se questo è il significato di “discepolo” e di “disciplina”, come può venire in mente che la disciplina si possa imporre o inculcare a forza nelle persone? Nessuna disciplina degna di essere acquisita può essere inculcata; anzi l’idea stessa di forza, è estranea e contraria all’idea di discepolato.

E aggiunge che:

Il modo migliore, anzi forse l’unico modo  per diventare persone “disciplinate” è di emulare l’esempio di qualcuno che si ammira, e non già di venire istruiti verbalmente […], nè tanto meno di esservi indotti con le minacce.”

Infatti, ci fa notare Bettelheim, quanto più il bambino è piccolo, tanto più ammira i suoi genitori. E tanto più quest’ ultimi sono coinvolti emotivamente nel rapporto (sia con reazioni di tipo positivo che negativo), tanto più i bambini rispondono prontamente allo stimolo esemplificativo mostrato dai genitori.

Ciò suggerisce che l’insegnamento dell’autocontrollo, a differenza di quello esterno, autoritario, è quindi un processo che richiede molta pazienza e dedizione da parte dei genitori.
E implica inoltre da parte di essi, la capacità di poter attingere ad un patrimonio interiore di esperienze infantili e di azioni personali esemplificative, come base per poter aiutare il proprio figlio verso la conoscenza di se stesso e delle proprie emozioni e verso un uso cosciente e auto-regolato di esse.

A questo proposito ancora Bettelheim porta l’esempio della differenza tra gli occidentali e gli orientali (nello specifico i giapponesi) riguardo il modo in cui i genitori concepiscono la disciplina nell’educazione dei propri figli.

Nel primo caso, dice lo psichiatra, abbondano le indicazioni di tipo autoritario “Smettila! Non fare questo! Non toccare! Mangia che ti fa bene!” in cui in generale in primis la madre, indica al figlio cosa deve fare e come comportarsi.

Questo approccio è assolutamente estraneo invece a quello orientale: la madre giapponese infatti, si pone nei confronti del figlio stimolando in lui, da una parte il lato empatico della situazione, attraverso domande del tipo: “Come credi che io mi senta quando fai così?” , mentre dall’altro attende che egli possa riflettere per suo conto sui suoi comportamenti e prendere una decisione positiva a riguardo, aiutandolo in questo modo a cementificare autonomamente la consapevolezza e il controllo delle proprie emozioni.

Quest’atteggiamento, si evince bene, sottintende un’ attesa fiduciosa e paziente da parte della madre di aspettare tutto il tempo necessario affinchè il figlio possa prendere la giusta decisione. E, nel far ciò, astenendosi,nel frattempo, da qualsiasi tipo di giudizio predeterminato.
Evidentemente, questo approccio non può che accrescere il rispetto di sè del bambino.

La pazienza e la fiducia nella buona riuscita del figlio, sono quindi due virtù fondamentali del genitore che si prefigge lo scopo di stimolare l’autodisicplina nel proprio figlio:

Sono la mancanza di fiducia da parte della madre e del padre e soprattutto i loro dubbi sulla buona riuscita dei figli a rendere così difficile a tanti bambini di avere fiducia in se stessi […] I miei genitori non sbagliano pensa il bambino, e perciò se non hanno fiducia in me, devono avere delle buone ragioni. […] La vera autodisciplina si fonda sul rispetto che ci fa provare per noi stessi: ecco perchè la mancanza di fiducia e di rispetto rende non solo difficile, ma addirittura impossibile acquisirla“.

E’ proprio su questo tipo di approccio partecipato da parte del genitore, che mi piace soffermarmi, perchè lo ritengo quello più vicino alle mie corde interiori e anche quello che sento come più rispettoso della natura individuale e irripetibile dei miei bambini.

Questi sono anche le argomentazioni su cui si fonda il lavoro di un’ intelligente sociologa americana contemporanea, che ammiro enormemente e che seguo con grande passione, Christine Carter.

Ma per saperne di più dovrete attendere il prossimo post!

A presto!

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