gen 302012
 

In questi ultimi giorni di gravidanza, le mie energie sono diminuite drasticamente.
Tanto da farmi sdraiare spesso sul letto, anche nel bel mezzo della giornata, seppur non trovi nemmeno lì un gran conforto.

Domani entrerò in ospedale per partorire mercoledì il mio terzo figlio.


Sento nettamente che il bambino si sta anche lui a suo modo preparando per l’evento e credo che la mia pancia non sia più per lui un posto così ospitale come lo è stata nei mesi precedenti.

Da un paio di settimane mi sto anche confrontando con una noiosa sensazione di nervosismo, che facilmente scarico su chi mi è vicino, bambini compresi.
Credo che molto di questo stato d’ansia nasca dal riconoscere che il mio corpo richiede ora nuovi ritmi, meno incalzanti e più lenti.
Mentre la mia mente, istintivamente volitiva, fatica ad adattarvisi.

In alcuni momenti, comincio a dubitare di poter trovare le energie necessarie per affrontare questo grande passo di un terzo bambino in famiglia e mi confronto di conseguenza con sentimenti di inadeguatezza verso il ruolo di mamma.

Sono perfettamente cosciente che il mio personale percorso di madre, un percorso cominciato più di 7 anni fa, mi ha cambiato profondamente, in tutto e per tutto ed ha aperto orizzonti vastissimi di fronte a me.
L’energia creativa che è scaturita dalla maternità, mi ha permesso di accedere alla vera passione e a scegliere di vivere la vita che fortemente ho voluto senza più gli obsoleti condizionamenti dell’essere figlia. Sento di aver acquisito maggiore consapevolezza verso ciò che so ora essere la mia vera natura interiore e questa scoperta credo mi abbia reso una persona migliore, o per lo meno, più matura.

Ultimamente, stimolata da alcune letture, dal confronto con le altre mamme, soprattutto sui blog, e naturalmente dall’esperienza di vita quotidiana con i miei bambini, mi sto confrontando con alcune riflessioni che, col passare dei giorni e l’avvicinarsi del parto, si stanno facendo sempre più insistenti.

Nel frattempo, ho preso completamente coscienza che i miei due bambini, sono ufficialmente usciti dalla fase dei piccoli, hanno acquisito una personalità ben definita e si trovano a confrontarsi quotidianamente con il mondo esterno e le sue sfide, in maniera progressivamente più complessa.

E quello che mi capita di osservare nei loro comportamenti, nei loro racconti e nelle riflessioni che di rimando entrambi riportano in casa, è spesso contraddistinto dalla mia personale e netta sensazione che, come mamma, avrei potuto in molti casi decisamente fare di meglio.

Intendiamoci: sono consapevole che il più delle volte abbia fatto quel che ho potuto, per di più guidata da un sincero e vivido entusiasmo. Ma allo stesso tempo, so perfettamente che spesso non sono riuscita ad aiutare i miei figli nel modo in cui avrei voluto e dovuto.

Come tutte le mamme, amo immensamente i miei bambini, ma forse non esagero quando dico che molte volte, anche se in perfetta buona fede, sembro essere stata più infatuata dal ruolo di essere madre e dalla gloriosità della matritudine che dall’essere invece, semplicemente, la loro madre.
Come se avessi anteposto il fare la mamma al confronto sincero e diretto con loro e con le effettive necessità che il momento richiedeva.

Non so se in realtà tutto ciò abbia di fatto impedito loro di sperimentare e conoscere completamente se stessi nell’avvicendarsi delle piccole-grandi prove che la vita ha posto loro sinora davanti, ma sono certa che, invece di anteporre il filtro della mia presenza e delle mie elugubrazioni adulte, sarebbe stato meglio “Aiutarli a fare da soli“, per citare una celebre frase di Maria Montessori, facendoli camminare con le loro gambe e limitarmi a sostenerli solo nel momento del vero bisogno.

Tanto più, che quello che al momento pareva essere il modo per voler loro più bene e per esser loro più vicini, stava in realtà minando pian piano la conquista della fiducia in se stessi, instillando sempre pù in loro il dubbio, che senza il mio diretto aiuto, possano farcela da soli.

Non credo di potermi definire una madre egoista, ma ammetto di aver assaporato più volte, il gusto amaro che ha accompagnato un’ affascinante sensazione di potere. Sensazione, accentuata probabilmente dal fatto di essere mamma di due maschi e quindi regina incontrastata del focolare domestico. Ragionando per assurdo, probabilmente una figlia femmina avrebbe ridimensionato prima questo malsano squilibrio e fatto vacillare a tempo debito le mie inconsce illusioni matriarcali.

Ma a questo punto c’è forse un pericolo più grande all’orizzonte, diretta conseguenza degli errori che ho commesso con i miei figli in passato. Quello di cedere alla paura di sbagliare di nuovo e abbandonarmi all’immobilismo, crogiolandomi in una improduttiva sensazione di fallimento.

C’è una frase di Edmund Burke che ho incorniciato e appeso, insieme ad altre, vicino alla porta della nostra casa e che dice “Nessuno commette errore peggiore di colui che non fa niente perchè può fare solo fare un poco”.
Credo infatti che il peggiore errore che possa commettere ora sia quello di continuare ad alimentare aspettative verso me stessa e nei confronti dei miei figli e pretendere di cambiare radicalmente da un giorno all’altro.
D’altronde, sono convinta che, prima di oggi, seppur provassi un crescente disagio interiore, non fossi ancora completamente consapevole degli errori commessi.

Davanti a me e alla mia famiglia, c’è in questo momento, una grande opportunità.
Il nuovo inizio che abbiamo davanti, dettato dalle circostanze così straordinarie di questa nuova vita che si aggiungerà alle nostre, è per noi infatti un’occasione da cogliere al volo.
Un’occasione per reimpostare in maniera più sana alcune obsolete dinamiche familiari e fare un decisivo passo in avanti nel mio personale percorso di madre:

-Interferendo meno con metodi e strategie adulte e alleggerendo il peso del mio ingombrante ego e delle mie aspettative di genitore.

Ascoltando e osservando consapevolmente e insegnando meno.

Rinunciando a stimolarli con situazioni preconfezionate, per rendermi invece completamente presente nel momento in cui siano i miei figli a richiederlo.

– Mettendomi silenziosamente da parte e lasciando che, finalmente, siano loro i veri protagonisti della propria vita.

  4 Commenti to “Essere mamma o fare la mamma?”

  1.  

    Mi incanti, mi togli le parole di bocca, è come se ti seguissi nel tuo percorso perchè lo sto facendo anch’io ma io risulto un’eco.. È interessantissimo il modo in cui ti analizzi e analizzi il tuo fare verso l’esterno, ed è encomiabile il modo in cui gestisci l’equilibrio che sicuramente hai creato nel vostro microcosmo..
    Sii fiera di te stessa, perchè cio che tu fai, ció su cui ragioni e disquisisci non è da tutti..
    Un grande in bocca al lupo!
    Ti abbraccio

  2.  

    Un bellissimo momento per te, per voi! Una famiglia che cresce ancora una volta! Auguroni.

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