I ruoli tra fratelli

La vacanza porta con sé tante occasioni per partecipare e riflettere su alcune dinamiche familiari: c’è più tempo da passare insieme e più tempo anche per annoiarsi. E dalla noia, ovvero da quello spazio interiore lasciato vuoto, qiundi potenzialmente libero di essere riempito dal nuovo, può nascere spesso qualcosa di inaspettato. Per i miei bambini, ad esempio, non essere forzati da eventi esterni a impegnarsi in specifiche attività, permette loro di inventare molti nuovi giochi e nel contempo rendersi maggiormente coscienti di essere loro stessi i soggetti principali delle proprie scelte e dei propri gusti. D’altro canto, la noia, i gusti diversi, la stanchezza, il caldo, … tutto ciò fa anche sì che bisticcino tra loro con più frequenza di prima.

Ed è proprio in questa situazione, cioè quella di due figli che litigano e di una mamma che di rimando si innervosisce facilmente, che è facile applicare involontariamente alcuni tipici automatismi genitoriali, primo fra tutti quello di interrompere il litigio, intervenendo per prendere le parti dell’una o dell’altra sponda e risolvere il problema nel più breve tempo possibile. Nella migliore delle ipotesi, quel che ne rimane è una lista di buoni e cattivi, di vincenti e perdenti.

Da qualche anno a questa parte, durante questo periodo di vacanza, riprendo in mano alcuni libri sulla genitorialità, alla ricerca di un certo capitolo, di un dato argomento. Uno di questi libri, che nel tempo è diventato per me quasi una vera e propria bibbia a cui mi riferisco per trovare conforto e per riflettere meglio su alcune dinamiche familiari, è “Siblings Without Rivalry: How to Help Your Children Live Together So You Can Live Too” (Fratelli senza rivalità) di Adele Faber e Elaine Mazlish.

In uno dei capitoli del libro, si parla proprio di litigi tra fratelli, ma soprattutto si mette in luce l’impulso di molti genitori, di incasellare i propri figli in alcuni determinati ruoli. Le due autrici indagano, attraverso una ricca serie di esempi, il rapporto del bambino con essi, ma anche e forse soprattutto le dinamiche che questi hanno nel rapporto tra fratelli.

Secondo le autrici un figlio è principalmente relegato all’interno di un ruolo specifico da tre principali agenti:
i propri genitori
i propri fratelli
se stesso

Come mamma, mi sono spesso chiesta che cosa mi spinge ad assegnare inconsciamente differenti ruoli ai miei bambini. Forse lo faccio per venire incontro ad un bisogno distorto di infondere sicurezza al figlio di turno. O forse, ancor meglio, a me stessa, magari per proteggere le mie stesse debolezze che riconosco in lui. O la sensazione di controllo che da’ il sapere di aver catalogato e quindi previsto un certo tipo di comportamento. O anche potrebbe essere un modo per riconoscere e dare un nome alle diverse peculiarità di ognuno, così come quando si elogiano i figli in differenti campi di attività. Spesso si lascia invece che a decidere sia l’ordine di nascita, tendendo a prendere le parti di quello che è nella stessa situazione di quella che è stata la nostra e a cui quindi ci si sente empaticamente più vicini.

Ma capita che anche i figli stessi si assegnino dei ruoli. Soprattutto tra di loro. In una coppia di fratelli ad esempio, si potrà rintracciare quello che guida e quello che segue. E ciò che ne emerge è un antagonismo, più o meno velato, che li porta comunque a definire se stessi in base all’altro. Il bambino stesso tende poi a riconoscersi in un dato ruolo, come ad esempio quella del bambno buono, perchè sente che per lui è questo il modo di ottenere la giusta attenzione e approvazione da parte dei suoi genitori. Altrettanto farà il bambino più aggressivo e disubbidiente, perchè anche per lui questo è, di rimando, il modo più semplice di avere attenzione, anche se per comportamenti ritenuti negativi.

A complicare il tutto, bisogna considerare l’esistenza innegabile di alcuni specifici tratti caratteriali che inducono il bambino a scegliere, o meglio, ad adattarsi, ad un certo ruolo invece che un altro. Così, il figlio più naturalmente incline all’aggressività potrà assumere ruoli da bullo, mentre il figlio meno energico, all’interno della relazione fraterna, potrà diventare facilmente la vittima, magari semplicemente perchè non avrà avuto modo di sperimentare altro ruolo. Funziona così anche per le doti naturali, per cui un figlio parrà brillare maggiormente in un’arte a discapito dell’altro, escludendo a priori l’altro da quel campo di attività. Mentre invece, sopratutto nell’arte, fondamentale è il piacere che si trae da essa e l’apporto unico personale che vi si introduce, più che il risultato ottenuto.

La domanda è quindi se è veramente possibile stabilire delle relazioni familiari autentiche senza imprigionare e imprigionarsi in ruoli stereotipati?

In effetti, noi genitori possiamo fare molto in questo senso. Prima di tutto evitando di intrometterci eccessivamente nelle relazioni tra fratelli, evitando di formulare giudizi sulla sitauzione e quindi, prendere le parti.
Quando c’è un litigio, Adele Faber e Elaine Mazlish consigliano di non mostrare attenzione all’aggressore, ma alla parte colpita. In questo modo, chi aggredisce, capisce che il suo modo di agire non trova appiglio nel genitore (a cui inconsciamente richiede attenzione, seppur per comportamenti negativi) mentre invece l’attenzione è focalizzata verso chi è stato aggredito:
“Fammi vedere dove hai male. Non si alzano le mani. Tuo fratello deve imparare a chiedere quello che vuole con le parole e non con la violenza, anche quando è arrabbiato. Vieni, andiamo a mettere del ghiaccio.”

Lo psicologo ed educatore americano dott. Haim Ginott da cui le autrici hanno appreso questi approcci comportamentali, suggerisce infatti di trattare i bambini non come pensiamo che siano, ma come speriamo che diventino. Si sta quindi parlando di un atteggiamento mentale che dobbiamo cambiare noi genitori per primi, lavorando prima di tutto sull’idea interiore dei figli (aprioristica e restrittiva) che abbiamo dentro di noi e lasciando invece spazio ad atteggiamenti che mettano in luce la speranza e la fiducia che essi abbiano la capacità e le risorse per comportarsi in maniera differente.

Cosa spero quindi che diventino i miei figli? Quali sono sono quindi le qualità che devono essere rafforzate in loro?
Ad esempio il bambino aggressivo deve imparare a essere compassionevole e ad usare le sue doti verbali per esprimere dissenso. Mentre l’altro a superare il vittimismo imparando a proteggersi e ad esigere rispetto. Per far questo si deve lavorare all’interno delle relazioni tra i fratelli, visto che non si può interagire con uno se non coinvolgendo anche l’altro o gli altri.

Come esempio, prendiamo il caso in cui ci sia un conflitto per una palla, che uno dei figli (che nella relazione si pone come bullo, l’aggressivo) strappi di mano all’altro (la vittima della situazione). Ricordando i tre fattori che solitamente rafforzano i ruoli nei figli ( genitori, altri fratelli, se stessi) ecco come le autrici suggeriscono di procedere:

Per il bullo:
1. Invece di trattre il figlio come un bullo, il genitore lo può aiutare a rendersi capace di essere civile:
Invece di dire: “Lascia la palla a tuo fratello, non fare l’arrogante”
Genitore: “Tuo fratello vuole indietro la palla”.
2. Quando un altro fratello lo tratta come un bullo, il genitore può dare ai fratelli un’altra idea di come può essere il fratello:
Fratello: “Ridammi la palla, sei cattivo!”
Genitore: “Cerca di chiederglielo in maniera differente, Sarai sorpreso da quanto generoso può dimostrarsi tuo fratello
3. Quando il figlio vede se stesso come un bullo, il genitore può aiutarlo a vedersi come una persona gentile:
Figlio: “Ecco, io sono cattivo!
Genitore: “So che sei anche capace di essere gentile e generoso“.

Per la vittima:
1. Invece di trattare il figlio come vittima, il genitore può aiutarlo a vedersi come una persona capace di far valere i propri diritti:
Invece di dire: “Ti ha strappato la palla, povero piccolo!
Genitore: “Spiega a tuo fratello che stavi giocando tu per primo e che fra poco gli darai la palla, non appena avrai finito di giocare
2. Quando gli altri fratelli lo trattano come vittima, i genitori possono dare una visione diversa del fratello:
Fratello: “La palla è mia e ci voglio giocare io ora!
Genitore: “A tuo fratello come a te, piace molto giocare con la palla e sa che se anche tu ci vuoi giocare, sarà felice di inventare un gioco con la palla insieme a te
3. Quando il bambino vede se stesso come vittima, il genitore può aiutarlo a vedre la propria forza interiore:
Figlio: “Mamma lui mi ha strappato la palla di mano!
Genitore: “Scommetto che potresti mostrargli anche tu di avere tanta forza per riprenderla indietro se volessi

Tutti i bambini nascono con tratti di personalità diversi, ma noi come genitori abbiamo la possibilità di influenzare queste inclinazioni, dando alla natura una sorta di aiuto, di spinta. E’ per questo che è importante usare l’enorme potere che abbiamo con estrema coscienza e saggezza. Ad esempio non attribuendo ai nostri figli ruoli che li possano limitare e condizionare l’idea che essi hanno di sé mentre invece li possiamo aiutare a riconoscere in se stessi tutto il potenziale che hanno e che in futuro, come individui adulti, potranno esplicare appieno nel mondo circostante.

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