La disciplina (3): un approccio genitoriale partecipato

Vi avevo anticipato nel precedente post della serie che avremmo conosciuto più da vicino cosa ne pensa sull’argomento una certa branca di sociologia genitoriale americana contemporanea, che si focalizza sulla relazione emozionale tra genitori e figli, come base per l’acquisizione da parte dei bambini di un bagaglio emotivo foriero di una vita consapevolmente felice.

Christine Carter, sociologa americana autrice di Raising Happiness: 10 Simple Steps for More Joyful Kids and Happier Parents parla di authoritative parenting ovvero di autorevolezza genitoriale descrivendo quei genitori di cui parlava, a suo modo alcuni anni prima, anche Bettelheim, cioè presenti e coinvolti empaticamente nella relazione con i propri figli, senza cedere alla persuasione del controllo della situazione e senza essere invasivi.

La studiosa sottolinea che l’auto disciplina (che il sociologo Mischel, come abbiamo visto in questo post, riscontrò essere esistente già in età precoce nei bambini) è un’abilità, non un dono innato, che risponde ad un preciso tipo di sistema nervoso centrale , chiamato il know system, tipicamente freddo e cognitivo che reagisce lentamente e strategicamente ponderando le possibili conseguenze delle azioni e che si contrappone al go system, caldo emotivamente e sottostante al potere della reazione istintuale a degli stimoli.

Essendo quindi un’abilità, l’autodisciplina può quindi essere allenata ed esercitata consapevolmente da parte dei genitori, come un po’ faceva la mamma giapponese dell’esempio di Bettelheim.

Per far ciò, come ben si può immaginare, è richiesta ai genitori la capacità di essere costanti, in maniera positiva, nel proprio coinvolgimento nella relazione con i propri figli; e, seppur evidenziando alcuni opportuni e condivisi limiti invalicabili, i genitori devono considerare come valore prioritario la trasmissione di segnali chiari e tranquilli, che stimolino ed enfatizzino nei bambini risvolti positivi di un’azione necessaria (promotion focused) invece di descrivere eventuali possibili disastri (prevention oriented) come conseguenza di comportamenti sbagliati da parte dei figli.

A questo scopo inoltre, secondo alcuni recenti studi che la Carter cita esaurientemente nel suo libro, è fondamentale che i genitori trovino il modo di incoraggiare situazioni in cui i bambini possano avere coscienza del proprio discorso interiore, in primis attraverso il gioco libero non strutturato, potentissimo strumento educativo (purtroppo oggi poco praticato da bambini super impegnati in mille attività extra-scolastiche!) che stimola nei bambini la capacità di dare direzioni a sè e agli altri e aiuta l’auto-regolazione.

E nel far questo, la sociologa consiglia a tutti noi genitori di essere vicini emotivamente e fisicamente ai propri figli, mostrandoci amorevoli e rispettosi delle particolari individualità di ognuno.
Compito dei genitori infatti, è evitare di coltivare aspettative e di incasellare i figli in paradigmi o etichette, ma principalmente porsi in ascolto di essi, con empatia, pazienza e fiducia.

Ed eccoci quindi nuovamente ad insistere su questi tre concetti chiave genitoriali come chiavi di volta di una relazione serena e gratificante con i propri figli, affinchè essi possano acquisire e rafforzare l’abilità di conoscere e di auto-disciplinare le proprie emozioni (soprattutto quelle negative) bilanciandole tramite l’esperienza cosciente di un bagaglio interiore di competenze emotive positive su se stessi e il mondo.

Un approccio che, abbiamo visto, teorizzava anche Bruno Bettelheim, qualche anno prima al di là dell’oceano.

Ma cosa praticamente noi genitori siamo tenuti a fare per allenare queste abilità nei nostri figli?

Di questo ed altro ancora parleremo nel prossimo post della serie!

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A presto!