La porta stretta

Portastretta

Entrate per la porta stretta, poiché larga è la porta e spaziosa la via che mena alla perdizione, e molti son quelli che entrano per essa. Stretta invece è la porta ed angusta la via che mena alla vita, e pochi son quelli che la trovano. (Matteo 7:13-14).

Papa Francesco in questo ultimo periodo è tornato con inistenza a parlare della famiglia. Del compito di essere genitori e di mettere al mondo figli. Mi riferisco in particolare a due dichiarazioni che il Papa ha rilasciato sulla genitorialità consapevole e sui figli come risorsa di futuro in una società depressa. Credo che nel momento odierno, almeno in Italia, almeno nella zona dove io vivo, ovvero la periferia di Roma, scegliere di fare tre figli sia stato scegliere la porta stretta. Nella nostra vita di coppia, altre volte abbiamo scelto la porta stretta rispetto alla via maggiormente battuta dai nostri coetanei. Nessuno ci ha obbligato a fare quelle scelte. Le abbiamo decise entrambi senza grandi difficoltà, fidandoci della vicinanza di Dio nel nostro progetto e l’uno dell’altra.

Alcuni giorni fa, un padre spirituale durante un pomeriggio di condivisione tra famiglie cristiane, ha portato fuori nuovamente questo concetto, ricordando che ricercare la porta stretta, permette di vivere sicuramente qualcosa di profondo.

Si stava parlando della vicenda di Sansone e Dalila. Storia molto ostica, strana, condita con moltissimi elementi discordanti rispetto alle altre vicende bibliche. La storia di Sansone è la storia di un disegno divino nato e cucito addosso a lui. Ma perchè esso si compia, la sua vita sarà costellata di violenza, di sangue, di dolore. Sansone nasce con lo scopo di distruggere i FIlistei. Tanto è importante questo compito vendicativo di Dio verso i Filistei, che Dio sembra assecondare l’arroganza e la rozzezza di quest’uomo, pur di arrivare allo scopo. Ed Ecco Dalila. Donna Filistea che dopo averlo sposato, trama alle sue spalle per scoprire il suo punto debole e consegnarlo ai suoi fratelli Filistei. E Sansone? Sansone cede, sedotto dalla bellezza della donna, ma soprattutto così preso dalla sicurezza del voto di matrimonio con cui a lei si è legato, da riverlarle anche il più intimo e inconfessabile segreto della sua forza divina. Sansone si consegna totalmente a Dalila, abbandonando e quindi tradendo il progetto che Dio aveva su di lui. Tagliati i suoi capelli e vinto, Sansone viene incarcerato, accecato, costretto al girare la ruota della macina incessantemente, ma alla fine trova comunque la sua terribile, divina, vendetta. La mano di Dio si posa nuovamente su di lui, che implora il Signore di dargli un’ultima volta la forza e il destino divino si compie: muoia Sansone con tutti i Filistei, schiacciati tutti sotto il peso del loro terribile comune destino.

Questa storia è come una sorta di puzzle il cui disegno si svela pienamente nei versi finali, in cui tutti i pezzi della vita di Sansone, tutti i personaggi che hanno animato la sua storia, in qualche modo si ritrovano testimoni dell’ ultimo, culminante momento. Perchè la via che Dio ha tracciato per noi, seppur tradita, ci condurrà comunque alla Sua porta stretta.

Probabilmente ci arriveremo per un’altra strada, il cammino non sarà lineare, ma tortuoso, angusto. Dietro questo non è sempre facile scorgere la fedeltà di Dio, ma intravedere in qualche modo all’ orizzonte quella porta stretta, sentire il disagio della perseveranza, nonostante tutto e tutti, a volte ci indica che siamo nella giusta direzione per compiere quel destino, quel progetto.

Questo episodio biblico, in qualche modo, mi calza a pennello. Mi arovello infatti ormai da molto tempo su questi argomenti. Quale è il disegno che Dio ha voluto per me? Per quale scopo, per quale destino ha forgiato la mia anima? A quale bivio mi sta aspettando? A quale porta stretta mi sta conducendo?

La via larga è la più battuta. Per me è la via che permette all’altra vita, quella degli affetti, dei figli, della famiglia, di esistere e di continure a sopravvivere. E’ la via della sicurezza economica. Ma è anche, purtroppo, la via estenuante della macina che gira trainata da un eroe cieco e sconfitto.

Contemporaneamente, mi arrovello sul perchè invece io sia così arrogante ed egoista da non potermi accontentare di quella porta larga e, in fondo, anche più comoda. Che male in fondo c’è nel calpestare la via battuta, sentirsi sereni con quella sicurezza, seppure non è quello che sento di volere nel profondo di me stessa? Quanta arroganza ed egoismo c’è nell’ostinarsi a dire di no a quello che sarebbe così semplice, tranquillo e anche necessario per la serenità di tutta la mia famiglia?

Questa ostinazione mi snerva. Mi forzo e mi sforzo nel portare la mia croce. Come facciamo tutti, in qualche modo. Di questo sono assolutamente certa. Ognuno porti la sua croce, si dice appunto, a ragion veduta. Ed è per questo che mi sforzo di superare il mio innato vittimismo per abbracciare uno sguardo più ampio e collettivo.

D’altrocanto, devo però ammettere con me stessa che sono anche molto stanca. Anzi, a dire il vero, sono proprio esausta. A volte, mi piacerebbe ripulire la mia mente da questa nebbia di pensieri ossessivi e semplicemente affidarmi a Dio. Andare avanti. In qualche momento mi sembra di riuscirci, per poi svegliarmi nuovamente,  intontita dalle mie ossessioni che ritornano a parlarmi.

Ed è soprattutto in questi momenti che, nonostante tutto il bene che le persone e la vita mi dimostrano, mi sento sola. Mi sento abbandonata. Ed eccolo, di nuovo, il vittimismo.

Ma forse questa volta è un bene: perchè Sansone solo quando è caduto in ginocchio e ha chiesto a Dio di ricordarsi di lui, ha capito veramente da chi arrivava la sua vera forza.

Ed alla fine, quel che davvero non riesco ancora a capire è se la mia croce sia il sacrificio di perseguire la via larga per assecondare la serenità di tutti (ma non la mia) o se invece la mia croce sia proprio questo continuo, ossessivo arrovellarmi. E se così fosse, che cosa devo imparare ancora da questa estenuante esperienza?

Forse che passare per quella porta larga, è effettivamente la mia porta stretta?

2 pensieri riguardo “La porta stretta”

  1. Tante riflessioni anche scomode, tutte profonde. Ne apprezzo la sincerità ma mi spaventa un pò l’idea che la vita sia una croce da portare e non l’espressione della pienezza di sé; magari non una realtà realizzata nell’immediato ma un desiderio, un obiettivo, non separato dagli altri ma condiviso. Io penso che la gioia sia una causa e non un effetto, una sfida quotidiana, una specie di disciplina che va coltivata con leggerezza ma alla quale abbiamo diritto ora, nel presente perché la piena realizzazione di sé è la premessa di una coesistenza pacifica in famiglia e nella società. So per esperienza che non è facile ma vale la pena di tentare.

    1. Mi spiace se abbia dato l’idea che la mia vita sia una croce da portare. Assolutamente non è così. Ma certo, una parte purtroppo lo è. Ed è quella che ha permesso all’altra parte della mia vita che mi soddisfa pienamente (la famiglia, i figli, gli affetti, le amicizie, gli interessi, le passioni ecc.e cc.) di esistere e di crescere. Perciò in un certo senso, sono comunque grata che sia esistita. Ma che essa direttamente mi porti felicità, questo no, non posso dirlo. Attaccata a lei ci sono tante sofferenze personali e tante insoddisfazioni nell’ambito professionale che non posso continuare a negare, in nome del quieto vivere. Certo, il mio obiettivo, come dici tu, è raggiungere questa pienezza di me a prescindere dalle contingenze esterne e, davvero, come dici tu, non è affatto facile! Ma ad un certo punto alcuni aspetti esterni della propria vita si devono anche mettere sul piatto della bilancia. E, senza farsi prendere dalle sensazioni del momento, decidere effettivamente se siano o no dei rami secchi da tagliare, con tutte le conseguenze che questa potatura può comportare per me e per la mia famiglia. E ciò devo farlo proprio per riuscire a vivere bene nel presente! Grazie del tuo bel commento…ti voglio bene.

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