Confessioni di una mamma più-che-imperfetta

I giorni passano nella nostra casa. E ogni giorno porta nuove sfide e nuove riflessioni.
Il piccolo batuffolino cresce, è immensamente bello e, per la gioia dei suoi genitori, elargisce sorrisi e versetti di giubilo senza risparmiare nessuno e pare essere sinceramente contento di essere al mondo.

 Questi, sono i giorni che sanno di latte e che ricorderò per sempre nel mio cuore, come è accaduto per quelli dei due fratellini. Sono i giorni cadenzati dal ritmo delle poppate, ma anche i giorni che ogni volta nascono nuovi e sono colmi di nuove scoperte.
Il fratello più grande è molto amorevole e affettuoso nei confronti del piccolo, lo culla, lo carezza e lo bacia con grande desiderio di essergli vicino e di confortarlo.
L’altro, è forse un po’ più guardingo, ma ogni giorno di più apprezza la presenza del nuovo fratellino e comincia a baciarlo e accarezzarlo anche lui. Gli sta anche insegnando i nomi dei suoi Gormiti preferiti…il che è il segno di una grande onorificenza!

In questo periodo, come era prevedibile, le mie energie son state focalizzate prevalentemente sul piccolo arrivato e, seppure mi aspettassi di peggio, ho avuto ben poco tempo materiale per dedicarmi ai miei due figli maggiori con la stessa intensità di prima.
La scuola, una manna dal cielo nei primi due mesi, mi ha dato modo di concentrarmi sul piccolo con la dovuta attenzione, e da qualche tempo, la bella stagione mi ha permesso di ritornare parzialmente all’abitudine di prendere i bambini all’ora dell’uscita. E il nostro trio è ora diventato un allegro quartetto.

Di certo, i pomeriggi sono spesso ora caratterizzati da giochi a cui io partecipo solo in parte.

Il che da un certo punto di vista, ha solidificato ancora di più il sodalizio tra i due fratelli più grandi, che si cercano e giocano (e litigano) assieme con grande passione. D’altro canto, era ciò che in parte mi ero prefissata di fare sin dall’inizio di questa nuova avventura: cioè, mettermi da parte e lasciare che fossero loro a richiedere la mia presenza, qualora fosse stato necessario. E infatti, con sorpresa, sono diventati molto più autonomi e fieri di esserlo: ora si vestono, rifanno i propri letti, si infilano i pigiami e si lavano i denti tutti da soli. Cose che fino a poco tempo fa, erano oggetto di continui sforzi da parte di noi genitori.

 Il rovescio della medaglia è che, nonostante sia molto orgogliosa di loro, vivo tutto ciò con un latente senso di colpa. Sento che li sto trascurando e spesso, mentre mi parlano, invece di guardarli negli occhi , li trapasso con lo sguardo pensando ad altro, come all’incastro degli orari della serata, tra doccie, bagnetto, cena da preparare e lavatrice da avviare…

Mi sento pronunciare parecchi “no” categorici, che prima sapevo evitare con un paio di alternative allettanti. E capita anche che i due si lamentino dei miei “Aspetta un momento” e dei “Dopo lo facciamo”, che non sempre poi, lo ammetto, vengono rispettati.

L’uomo di casa si barcamena al momento tra lavoro, lo stress da traffico del pendolare e le numerose inconbenze pratiche che prima riuscivamo a sbrigare alternandoci e che adesso gravano quasi completamente su di lui: come accompagnare i bambini a scuola la mattina o portarli a judo nel pomeriggio, oppure fare la spesa “grossa” al supermercato.

Il che ci porta, la sera a tavola, a guardarci ed ascoltarci, lo ammetto, spesso senza grande partecipazione emotiva, tra un bambino che piange perchè ha tanto sonno, uno che fa i capricci perchè non vuole mangiare gli spinaci e l’altro che ci vuole a tutti i costi raccontare quella barzelletta “che dice…che dice…che dice…”… Insomma, una di quelle fasi matrimoniali in cui “…Ti amo, ma…sii buono, aspetta un attimo pure tu!”.

E  poi sono cominciate le fatidiche vacanze pasquali. La prima vera vacanza da scuola che abbiamo vissuto dalla nascita di G. E’ stata una bella sfida! Tre figli ed una mamma e più di 12 ore da passare insieme “tête-à-tête”!
All’inizio, ho avuto, lo ammetto un po’ di ansia da prestazione. Soprattutto perchè mi sono ritrovata automaticamente nello status mentale di dover riempire le giornate con attività, impegni, programmi e così via.

Io la chiamo la sindrome della mamma perfetta: cioè quella nevrosi puramente mentale che si attua nell’avere sempre un piano definito  in testa e la volontà di ferro di attuarlo sempre e comunque, costi quel che costi. Ero già pronta a stilare una delle fatidiche liste di attività fai da te e scaricare da internet tutorials su complicati ed estenuanti lavoretti di Pasqua, quando mi sono resa conto che, no, stavolta non ci sarei cascata.

Non tanto perchè sono una che è coerente con le sue altolocate ed edificanti riflessioni, ma perchè, diciamocelo…il solo pensiero mi faceva salire in gola un conato. Troppa fatica, solo pensarlo!
E così semplicemente mi sono affidata. A chi? Al presente, ai gusti e alle preferenze dei due interessati …il che, lo dico per dovere di cronaca, non ha contemplato, nonostante le loro insistenze, la maratona televisiva di Phineas e Ferb!

Ma soprattutto ha previsto quando il tempo lo ha permesso, di uscire all’aperto… giusto solo anche a prendere l’aria e il tepore delle prime giornate primaverili.
E, sorprendentemente, è accaduto qualcosa di inaspettato: l’atmosfera si è rilassata, abbiamo tirato fuori le bici, il monopattino e lo skateboard e portato fuori in terrazza tavolini, pastelli, libri da colorare e fogli bianchi.

Non sempre tutto è filato liscio, naturalmente.

Ma il tempo della vacanza, con l’abbondare delle ore a disposizione l’impossibilità di delegare ad altri, alla scuola, allo sport o alla televisione il compito di intrattenerli, mi ha permesso, ben più di prima, di ascoltarli ed osservarli con maggiore lucidità e pazienza.

E riconoscere, o meglio ricordare,  che dietro ogni capriccio, ogni litigio e ogni lamento, c’è sempre l’espressione di uno sfogo, di un bisogno.

A cui si ha l’opportunità e, finalmente, il tempo di poter provare a rispondere, con una rinata consapevolezza. E vedere cosa succede.

Ma, soprattutto, c’è stato il tempo anche di sbagliare.

E di chiedere scusa. E raddrizzare il tiro, per poi rimettersi in gioco senza rancori.

Perchè nessuno è perfetto.

E, quando ci si vuole bene, ci si da’ sempre un’altra possibilità.

Decluttering

In giro per i blog, durante questo periodo, è tutto un parlare di buoni propositi e obiettivi per il nuovo anno appena iniziato.
Io adoro questi momenti di fermento, anche perché, come ormai qualcuno avrà ben intuito, sono una fan accanita della pianificazione e dell’organizzazione.


Uno degli argomenti del momento, è il decluttering, ovvero quel termine reso famoso dalla mitica Flylady, che sta a significare, parafrasandolo un po’ alla buona, liberare la propria casa dai cosiddetti impicci, ovvero: togliere il superfluo e tenere solo il necessario. Elisa su Genitoricrescono.com ha scritto proprio in questi giorni, un istruttivo e interessante post sull’argomento, che vi consiglio di leggere. Mentre Silvia e Serena hanno lanciato un’iniziativa terapeutica per genitori allo sbando come noi, che trovo semplicemente geniale.

Tutto ciò per dirvi che nella nostra casa, da alcuni mesi, siamo nel pieno di una maxi operazione di decluttering.

Stimolati infatti dall’imminente arrivo del terzo fratellino, stiamo, stanza dopo stanza, ambiente dopo ambiente, lavorando instancabilmente per fare letteralmente spazio al nuovo arrivo ed essere pronti ad accoglierlo nella nostra casa.

Tempo fa ho cominciato dagli armadi: approfittando del cambio stagione, abbiamo abbandonato molto del superfluo e tenuto solo ciò che è adatto alla nostra vita (e taglia!) attuale. Siamo poi passati alla nostra camera da letto, alla camera degli hobby, a quella dei bambini e poi alla cantina, che si era trasformata col tempo in un vero e proprio purgatorio degli oggetti in disuso a cui per abitudine, o forse per meglio dire, per inconsapevolezza, ci sembrava non potessimo rinunciare.

Nel frattempo sta accadendo qualcosa. Man mano che procediamo, mi sto infatti sempre più rendendo conto che questo decluttering parte sì da oggetti materiali, ma in realtà si sta sempre più caratterizzando come un decluttering spirituale della nostra intera famiglia.
E’ come se, tutti quanti, ciascuno a modo proprio, stessimo facendo spazio al bimbo che verrà, dentro alle nostre anime, oltre che nelle nostre camere.

Piano piano, liberarci degli oggetti del passato, ci sta progressivamente aiutando a resettarci come famiglia e ad essere pronti a ricominciare di nuovo, in un diverso e sconosciuto assetto familiare.

Siamo credo ormai tutti e quattro consapevoli, che le nostre routine familiari fra poco non saranno più le stesse. E questo, seppur ci capiti di viverlo a volte con un pizzico di nostalgia preventiva, ci sta sicuramente elettrizzando parecchio.
Di certo non abbiamo idea di come sarà il dopo, quando il fratellino arriverà a casa, ma a modo nostro, ognuno con i suoi tempi e reazioni, ci stiamo preparando all’idea che ciò che prima erano solo parole e aspettative, fra poco saranno una realtà vivente, che ci coinvolgerà tutti. E che ci porterà altrove. Altrove dal passato. E dove conterà solo l’ora.

In questo momento fatidico, quello appena prima della partenza, in cui si saluta ciò che si lascia e ci si prepara ad affrontare il nuovo, stiamo vivendo sentimenti contrastanti molto forti.
Allo stesso tempo però, gli oggetti, il gesto di prenderli in mano per soppesarne il valore che rivestono dentro di noi e il tipo di relazione che abbiamo con essi (che siano lettere, documenti, giocattoli, vestiti o quant’altro), ci stanno aiutando a capire, quanto nel tempo, essi si siano posti nelle nostre vite come veri e propri catalizzatori di emozioni, come se avessero attratto in sé grovigli di pensieri e di ricordi che nel quotidiano abbiamo dato tutti, per troppo tempo, per scontato.

Ci siamo infatti resi conto, ognuno nel modo a sé più consono, che il più delle volte, questi oggetti, così pregni di inerzie emotive, non corrispondono o non corrispondono più, al nostro sentire attuale. E che spesso sono solo più che altro dei feticci di alcune semplici e automatiche associazioni di pensieri, che nulla hanno a che fare con i sentimenti veri e propri.
Pensieri del tipo: “…questo me lo ha regalato…” oppure “..con questo ci ho giocato quando…” o anche “…questo lo tengo nel caso che…” sono infatti dei segnali evidenti di un atteggiamento focalizzato o sul passato o su un futuro ipotetico, che non hanno nulla a che fare con quello che siamo ora noi come individui e come famiglia.

E che soprattutto, non appena ci fermiamo anche un solo un attimo a riflettere, non hanno alcuna relazione con gli oggetti stessi.
Essi infatti, svuotati da quel peso ormai inappropriato, divengono più leggeri e riacquistano la loro vera natura materiale, permettendoci di guardarli per cosa essi sono in sé per sé, più che per cosa hanno rappresentato o che potrebbero essere. E per la maggior parte di essi, questo significa riconoscere che se ne può fare tranquillamente a meno.

Il decluttering allora, é diventato per noi una sorta di terapia familiare nella ricerca della nostra natura essenziale. Verso i valori e le priorità che ci caratterizzano come famiglia.

Un percorso che, partendo dalla confusione di una casa piena di oggetti affastellati, provenienti da altri sé e da altre età, sia del corpo che dell’anima, sta diventando sempre più un viaggio nella profondità del vivere il più semplicemente possibile, in sintonia con il nostro sentire. E che ci permette di lasciarci alle spalle, senza inutili rancori e sentimentalismi obsoleti, ciò che non ci é necessario e che anzi, non potrebbe che renderci il viaggio solo più faticoso.

Siamo quindi scesi a patti con la considerazione, piuttosto liberatoria, che seppur possiamo prepararci e organizzarci materialmente per la vita nuova che verrà, non potremo mai sapere come veramente sarà finché non la vivremo in quel presente che deve ancora arrivare.

Ci sentiamo allora sicuramente più sereni, nell’accorgerci di aver alleggerito il nostro bagaglio di ciò che non ci appartiene più da tempo e di conservare con cura, anche solo come ricordo prezioso delle nostre vite di allora, solo ciò che consapevolmente sappiamo meriti di essere preservato.