Digitalizzare i ricordi

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A partire dagli anni della scuola dell’infanzia, ma forse a pensarci bene, anche durante quelli del nido, la nostra casa è stata quotidianamente invasa da una enorme quantità di carta, sotto le differenti forme di toccanti, vibranti, meravigliose ed eclettiche forme d’arte espressiva.

La gioia iniziale e la miracolosa sensazione di poter toccare con mano, la potenza e la capacità iconografica dei nostri piccoli artisti di casa, che accoglievamo inizialmente con espressione estasiate e gridolini di meraviglia, con il passare del tempo, ha lasciato man mano il posto a sorrisi soddisfatti e a visi sempre un po’ più preoccupati, che già pregustavano il momento ben poco sublime in cui, quei meravigliosi lavoretti, quelle divertenti e colorate amplificazioni del sè in mutamento dei nostri bambini, sarebbero dovuti entrare a forza di spinte, accortacciamenti e incursioni fulminee e decise, nel nostro, ormai, troppo piccolo, armadio degli hobby.

Eh si, perchè ormai, di spazio, non ce nè più e, nonostante i nostri buoni propositi, pile di fogli disegnati si ergono accatastati sulla scrivania, in attesa di essere guardati con l’attenzione dovuta e di essere poi riposti in alcuni raccoglitori ad anelli, ormai strapieni, mi duole ammetterlo, di forse troppe meravigliose opere d’arte dei nostri bambini.

Come capiterá a molti genitori, trovo estremo disagio a separarmi da questo tipo di ricordi, espressioni particolari e lucide testimonianze dei diversi stadi della loro infanzia, di specifici momenti della loro vita di bambini, ma anche di quella di noi genitori.

Si, perchè molti di quei disegni, ci hanno aiutato in moltissime occasioni, a sentirci più uniti e a crescere insieme come famiglia: per molto tempo infatti, durante gli anni dell’età pre-scolare, i disegni dei nostri figli hanno rivestito un ruolo per così dire, epistolare, ovvero hanno permesso a noi genitori, di leggere quei tratti iconografici, come se fossero delle vere e proprie lettere scritte, attraverso le quali i nostri bambini ci parlavano e comunicavano con noi in maniera del tutto efficace. Tramite questo colloquio non scritto, ma appunto, disegnato, abbiamo capito molto sullo stato della loro anima, sui loro disagi, sulle loro domande. E non solo. I loro disegni infatti, non ci hanno solo mostrato di che cosa era ed è fatto il loro mondo, ma, altrettanto spesso, hanno avuto il compito di mostarci quello che non c’era, quello che mancava e che aveva bisogno di trovare una sua strada per uscire e farsi avanti.

Perciò, affrontare il momento fatidico in cui, per forza di cose, ci si deve confrontare con la necessità di fare una cernita, non è per me cosa da poco.
Ma non per questo, mi do’ pervinta. Come in tutto, l’importante è chiarirsi le idee e cominciare a piccoli passi.

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Riflettendo un poco sulla questione, infatti, ho capito di aver avuto a riguardo un atteggiamento troppo emotivamente confuso, che mi portava a conservare tutto, in nome di una idea del passato però un po’ troppo teorica e, sicuramente, un po’ troppo superficiale.

Spostare coscientemente l’attenzione dal sentimento negativo, del tutto comprensibile, del distacco dal passato a quello invece positivo dell’apertura fiduciosa verso il futuro, mi ha permesso di conservare effettivamente solo quello che ha una reale valenza, non solo come elemento del passato, che riguarda l’infanzia dei nostri figli, ma anche come elemento che possa dirci ancora molto sul nostro presente come famiglia.

Ecco quindi alcuni parametri che stiamo usando, per prenderci cura dei ricordi più importanti e per far sì che essi, e solo essi, abbiano effettivamente modo di essere preservati con la dovuta cura e attenzione.

1. Raccogliere i disegni in un unico punto della casa. Ok, non sarà elegante, ma come dicono gli americani, un elefante va mangiato un morso alla volta. E se non si sa quant’è grande quest’elefante, sarà del tutto diffcile capire in quanti morsi si debba mangiarlo! Noi abbiamo scelto un angolo di una stanza vicino ad una finestra. La pila ci fa impressione, ma il fatto che sia abbastanza visibile al nostro occhio per tutto il giorno, ci fa sempre ricordare che quello è un compito di cui prendersi cura, non appena ce ne è occasione.

2. A partire da quel mucchio di fogli, abbiamo cominciato, a piccoli morsi, appunto, a fare una cernita, eliminando i disegni che possono essere effettivamente cestinati, di cui non si abbiamo particolare memoria o che non ci sembrano più essere sighnificativi.

3. Finita questa (lunga!) fase, cominceremo a dividere i disegni per autore e poi per periodo preciso (su alcuni avevamo apposto preventivamente la data) o orientativo (anno o stagione). Questo compito, che pare difficile a dirsi, è in realtà facile, se abbiamo lavorato bene nel conservare solo i disegni di cui abbiamo memoria!

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4. Con il gruppo di fogli prescelti alla mano, potremo aupicabilmente procedere alla scansione digitale di essi. Abbiamo intenzione di dedicare una cartella specifica sul nostro hard disk e farne una copia di backup su dvd o chiavette dedicate, dividendo in sotto cartelle per periodo e autore.
Convertire in digitale le opere ci permetterà di avere moltissimi disegni a portata di mano e di poter anche lavorarci su, presentandoli magari in un montaggio digitale da rivedere su schermo, come in una galleria d’arte virtuale.

5. E gli originali? A seconda del numero delle scansioni, decideremo se conservarli tutti o procedere ad una ulteriore cernita degli originali (50 per figlio?), dando loro nuova vita (in un raccoglitore con cartelline trasparenti diviso per annata e autore) oppure scegliere di incorniciarli a rotazione nella loro camera.

6. Avvantaggiarsi per il futuro: di certo auspichiamo che questo metodo ci possa aiutare a valutare e a soppesare meglio anche i disegni di produzione recente, conservando solo le opere che rispondono alle idee espresse sopra, facendo una cernita al momento e apponendo solo su quelli da conservare, autore e anno, prima di scansionarli.

E voi? Quali metodi usate per conservare (e non essere soffocati da) i ricordi familiari?

Meno carne…sulla nostra tavola! La ricetta degli hamburger vegetali.

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Per un certo periodo di tempo, sono stata vegetariana.

Le ragioni per cui lo sono stata, continuano ad essere le stesse per cui, dopo qualche tempo, sono tornata ad essere onnivora: il rispetto delle specie uccise e della unicità della loro vita, la cura della propria salute e di quella dei miei cari e la coscienza delle conseguenze delle proprie scelte e delle proprie azioni, anche in campo alimentare.

Per quanto mi riguarda, queste non sono affermazioni di poco conto. Esse infatti hanno un’ importanza fondamentale nella mia vita e guidano a tutt’oggi le scelte etiche ed alimentari della nostra famiglia.

“Se niente importa, non c’è niente da salvare”.

Queste poche parole sono stampate dentro di me da alcuni anni, dopo aver letto un ormai famosissimo libro di Jonathan Safran Foer. Un romanzo, o un saggio, o un’inchiesta, non saprei bene come definirlo, che per molti è divenuto il vessillo del vegetanesimo o del veganesimo, ma che, secondo me, è molto di più di questo.

Anzi, questo libro, a mio parere, parla molto di più agli onnivori, che ai vegetariani o ai vegani. Esso infatti non ha l’intento di dividere il mondo in categorie di umani: chi mangia carne, brutto e cattivo, chi non la mangia, buono e compassionevole. Sarebbe troppo facile e, davvero, non ci sarebbe stato bisogno di un altro libro su quest’argomento.

Chi vuole sapere, infatti, quanto altamente disumano, e orribilmente crudele, sia l’ allevamento intensivo di animali, concepiti e tenuti in vita, se di vita ancora si può parlare, esclusivamente per essere carne da macello pronta per il consumo indiscriminato del genere (dis)umano, già avrà modo di saperlo. E, se persegue nelle sue azioni, avrà sicuramente le proprie ragioni, che giustificano tali comportamenti.

Chi invece non vuole sapere, continuerà tranquillamente a pensare che questa situazione globale del nostro intero ecosistema, non lo riguardi affatto, e che davvero la carne che compra, tagliata e confezionata o già trasformata in cibo pronto al consumo, sia stata presa da animali uccisi senza che se ne accorgessero e che pascolavano fino a qualche ora prima placidamente nei prati verdi e nelle aie pulite e spaziose raffigurate nelle immagini pubblicitarie di cui sceglie altrettanto incoscientemente di cibarsi quotidianamente.

Invece, quel che l’autore ci dimostra molto semplicemente, con la grazia, la dolcezza e la genuinità di chi si muove con purezza d’animo nella crudezza del mondo e tra la diversità delle persone con cui si confronta rispettosamente, è che, seppur l’uomo sia nato onnivoro e cacciatore, oltre che raccoglitore e poi, coltivatore, ha dalla sua parte la possibilità di scegliere di nutrirsi di cibo in cui la parte animale (la carne e il pesce per i vegetariani, ma anche i latticini e le uova per i vegani) possa essere coscientemente esclusa o ridotta drasticamente, in vista di valori etici fondati sulla compassione per gli esseri viventi del nostro pianeta e in nome di una esistenza umana che si ponga in maniera paritaria e rispettosa nei confronti delle altre forme di vita.

Tutto questo, prima di tutto, perchè il consumo di carne, soprattutto da parte della civiltà americana (su cui l’autore fonda la sua indagine, ma che rispecchia sempre più anche il nostro stile di vita europeo) è assolutamente spropositato al fabbisogno della popolazione statunitense: tanto che il quantitativo totale potrebbe addirittura sfamare l’intera popolazione mondiale.

E, in secondo luogo, perchè un tale orientamento unidirezionale, non è dettato da propensioni culturali, nè tanto meno da ragioni geografiche, bensì da una progressiva e calcolata pianificazione dell’ appiattimento del gusto in base alle leggi spietate del mercato economico, che produce carne da macello a bassissimo costo e con altissimo guadagno, sfruttando specie animali ormai snaturate completamente sia per qualità di vita che per fattori genetici costruiti in laboratorio.

Questa strategia politico-economica, che ha nel tempo mutato completamente l’aspetto geo-territoriale di migliaia e migliaia di acri di terra americana, adibita esclusivamente alla coltivazione di mais per foraggi, anch’esso geneticamente modificato, fonda sul consumo di carne e pesce da allevamento intensivo le basi dell’alimentazione (e le condizioni di salute) di un’intera nazione, ma non solo di essa.

Ciò che invece risulta evidente da qualsiasi indagine tra vegetariani, vegani o semplicemente tra onnivori consapevoli, è che il mondo del cibo a nostra disposizione, è invece vastissimo e variegato. Spesso (e questo discorso va al di là dell’analisi diretta su carne e pesce, ma riguarda tutti gli alimenti) noi tutti siamo mentalmente imprigionati da tipologie di cibo e di preparazione e consumo di esso, dettate più da abitudini culturali, che da scelte consapevoli, mentre sarebbe auspicabile una maggiore apertura verso altri cibi e ingredienti, parimente nutrienti, che semplicemente non conosciamo o crediamo non attinenti alla nostra cultura.

Se è vero che, bisogna prediligere il consumo di cibo locale, sia per questioni qualitative, ma anche per ragioni di ecosostenibilità, è pur vero che nessuno ci obbliga a concepire il nostro modo di mangiare esclusivamente in base a quello che la maggior parte dei nostri coetanei o genitori, ha fatto e continua a fare, solo perchè viviamo in un certo luogo o apparteniamo ad una certa cultura gastronomica.

Prendiamo come esempio la struttura di un pranzo all’italiana, fatto di una successione temporale di un primo a base di cereali, di un secondo proteico e di un contorno vegetale. Se ci pensiamo, questo è un diktat del tutto assurdo, se questo significa limitarsi a rimanere entro questo schema teorico. E’ possibile infatti, senza nulla togliere alla salutare e invidiata tradizione della gastronomia italiana, assaporare gli stessi componenti nutrizionali, in un piatto unico o in una successione o diversa composizione di essi.

A maggior ragione, questo discorso, va secondo me applicato, se si parla di carne e di pesce: sostanziali, per il nostro apporto proteico quotidiano, sono invece assolutamente sostituibili con altri cibi vegetali (legumi, cereali proteici, alghe, semi oleosi) o di produzione animale (latticini, uova) che possono e devono coadiuvare la varietà delle nostre scelte alimentari sia per la nostra salute, sia per quella del nostro intero pianeta.

Tutti, anche i più scettici e restii a questo genere di sensibilizzazione, sono a conoscenza di quante preziose risorse siano utilizzate e depauperate per sostenere l’allevamento intensivo e la preparazione industriale di preparati di carne e di pesce. E in un mondo transculturale e globalizzato, è altrettanto assurdo, focalizzarsi su consumi e scelte dettate dal mercato economico più che dai gusti personali o da scelte ideologiche.

A mio parere, dobbiamo sempre aver bene in mente che noi tutti, come consumatori, abbiamo il potere di far pesare le nostre scelte anche in campo alimentare. Prendiamo ad esempio il pesce fresco: per esperienza personale so per certo che i mercati locali della mia zona, sono riforniti quasi sempre delle stesse tipologie di pesce fresco non allevato: merluzzo, sogliola, spigole e orate, o pesce già sfilettato (e per carità, senza spine!) come il pangasio o la gallinella. Solo raramente si trova altro tipo di pesce, se non i frutti di mare. Eppure il nostro Mar Mediterraneo è pieno di pesce azzurro, come le alici, le sardine, le sarde, le aringhe, il maccarello o sgombro, le alici, il pagello, o fragolino. Eppure di questo pesce, se ne trova pochissimo: se si chiede il perchè, tutti i commercianti che ho sentito, mi hanno risposto che molto di quel pescato, non arriva nemmeno ai mercati generali, perchè c’è poca richiesta da parte dei consumatori. Lo immagino di certo, visto che un maccarello, assolutamente confrontabile per gusto e qualità nutritive, al salmone e al tonno, costa almeno ben 5 volte di meno al chilo di una nobile sogliola!!!. Eppure, le rare volte che l’ho trovato, l’ho comprato e tutti noi ne abbiamo assaporato la delicatezza e la versatilità. E per una volta, alcuni merluzzi e alcune sogliole, hanno potuto nuotare un po’ più a lungo.

Questo per dire, che nel nostro piccolo, noi consumatori possiamo far molto nell’orientare le leggi del mercato. In ultima istanza, la parola definitiva spetta veramente a noi e a nessun altro. Saper diversificare le proprie scelte alimentari, soprattutto per noi onnivori, è un aspetto di grande valore etico, oltre che di salute ed economico.

Nella nostra famiglia, non siamo mai stati dei grandissimi consumatori di carne. Abbiamo sempre cercato di variare le alternative proteiche in tavola. Però da quando i bambini sono diventati più grandi e hanno cominciato a frequentare le mense scolastiche e gli eventi sociali, abbiamo notato che entrambi avevano di colpo modificato il loro gusto, preferendo di gran lunga prodotti e preparati pronti all’uso, quasi sempre a base di carne, a quelli a base di legumi o di pesce. Senza parlare delle verdure, che ad un certo punto, sembravano cominciare a non tollerare neache alla vista.

Non è stato facile, e in alcuni casi non lo è tutt’ora, riuscire progressivamente, con la pazienza e la tenacia di una goccia cinese, a ridirezionare il loro gusto convertito, verso le strade della varietà e di una appetibilità non sintetica, ma naturale. Devo dire però che ho ottenuto grandissimi risultati. Anche con il più ostinato e recalcitrante, che, fosse per lui, andrebbe avanti a carne, pasta, pizza e patatine fritte e che fino a poco tempo fa, solo alla vista del verde nel piatto, alzava gli occhi al cielo.

E’ stato un percorso graduale, ma piuttosto costante ed ad oggi, ci siamo assestati su un consumo di carne (locale, biologica e proveniente da animali che hanno avuto spazio per muoversi e mangiare erba da pascolo o semi) di una volta a settimana, senza però contare il pranzo dai nonni la domenica o quelli dei bambini alla mensa scolastica (che nel 60-70% dei casi prevedono purtroppo preparati a base di carne o pesce surgelato, anche se, fortunatamente biologici). E per il resto una varia scelta tra legumi, latticini, uova e semi oleosi.

Di carne non ne sentiamo una gran mancanza, soprattutto perchè col tempo abbiamo imparato ad utilizzare i legumi come base proteica assolutamente equivalente alla carne, anche nei metodi preparazione. Anzi, vi dirò, in molte occasioni, il gusto ci ha guadagnato di certo!

Per farvi un esempio, ecco

I più buoni hamburger vegetali che abbiamo mai mangiato!

E per di più li serviamo all’americana, con tanto di ketchup e panini fatti in casa!

Ingredienti:

– 175 g di riso cotto
– 1 cipolla tritata finemente
– 1 spicchio d’aglio schiacciato
– 2 uova
– 130 g di farina
– 250 g di pane grattugiato
– 150 g di carote grattugiate
– 220 g di fagioli cotti
– ½ avocado schiacciato
– 1 cucchiaio di olio e.v.o.
– 1 cucchiaio di salsa di soia
– Cumino, origano e del prezzemolo tritato finemente q.b.

Si può facilmente adattare questa ricetta:
per vegani: sostituendo le 2 uova con 440g di semi di lino e 240ml di acqua o con una patata media.
per gli intolleranti e allergici: sostituire la farina di grano e il pane grattugiato con qualsiasi altro tipo di farina o di pane.
Eliminando la salsa di soia.

Procedimento:

  1. In un padellino, cuocere la cipolla con l’aglio in un po’ d’olio.
  2. Nel frattempo, mettere tutti gli ingredienti in una terrina e mescolarli bene. Testate la consistenza e semmai aggiungete altra farina o riso.
  3. Con le mani umide, formate col composto dei piccoli hamburger, pressandoli bene con le mani per farli restare sodi durante la cottura. Fateli stare almeno mezz’ora nel frigo su un vassoio e ricopriteli con un canavaccio.
  4. Friggete gli hamburger in poco olio su una padella antiaderente, per 3-4 minuti per lato, o almeno finchè non sono ben coloriti.
  5. Gustate in un panino e con accanto del ketchup e un’ insalata.

Buon appetito!

Pannolini lavabili: i nostri primi otto mesi

E’ da qualche tempo che mi riprometto di aggiornare qui l’andamento della nostra esperienza con i pannolini lavabili.
Sono infatti ormai 8 mesi abbondanti che li usiamo. La nostra esperienza é assolutamente positiva. Non sentiamo minimamente la mancanza degli usa e getta, anche se, devo ammetterlo, continuo tutt’ora a esserne piuttosto sorpresa.
Scrivo questo, perchè all’ inizio, confesso di aver avuto timore di essermi imbarcata in un’ impresa piú grande delle mie forze: un piccolo appena nato, due fratelli sotto gli 8 anni e una plausibile stanchezza post-partum, mi facevano guardare quei pannolini di stoffa, tutti ben lavati e ordinati sotto il fasciatoio, come degli ostacoli da superare o come impegni da compiere per il Bene assoluto, ma che poco in realtà avevano che fare con il nostro modo di vivere. Anzi, nutrivo forti timori di aver fatto il passo piú lungo della gamba, avendo la sensazione lampante di dover far si che ci dovessimo adattare ad una situazione che, nella migliore delle ipotesi, pregustavo come ecosostenibile e salutare, ma che richiedeva, per quanto mi riguardava, l’onere di dovermi sobbarcare di un ulteriore impegno.

Sorprendentemente invece, non solo i lavabili hanno positivamente disatteso le mie cupe aspettative pessimistiche, ma devo anche ammettere che, seppur tutt’ora non sappia se sto dicendo qualcosa di positivo o meno, la nostra vita con i lavabili, non é cambiata affatto!Infatti la flessibilitá e la comoditá dei pannolini lavabili, ci hanno permesso di dimenticare di star facendo qualcosa di giusto oltre che di buono per noi stessi, per l’ecosistema e per la salute di nostro figlio e del nostro portafoglio.
Di certo questi valori hanno inizialmente orientato le nostre decisioni teoriche, ma ora, devo ammetterlo, ci abbiamo proprio preso gusto, e probabilmente continueremmo comunque, anche a prescindere da esse! Quel che infatti ne abbiamo ricavato, é che invece sono stati proprio i lavabili ad adattatarsi perfettamente alla nostra vita e senza traumi, senza fatica, ma anzi con soddisfazione e la piú totale sostenibilitá!Ecco quindi un primo bilancio della nostra esperienza, delle diverse tipologie adottate e dei diversi modelli che abbiamo usato durante i mesi scorsi e che continuamo ad usare tutt’ora.

I PRIMI 3 MESI:
Abbiamo utilizzato esclusivamente All-in-two (AI2), ovvero, pannolini di tessuto variabile con abbinata una mutandina impermeabile in pul.
Come inizio, ci siamo fermati a due tipologie di AI2: i muslin, dei teli rettangolari di cotone simile alla garza o ad una mussola a trama molto rada di cm 80×80.

La nostra scelta si è orientata su 10 muslin Disana in cotone biologico che abbiamo comprato ad un prezzo veramente ragionevole. Sono pratici da usare, basta conoscere alcune piegature base. Un po’ impegnativo prendere la mano quando il bambino comincia ad agitarsi sul fasciatoio, ma se si inizia da subito, quando il bambino è ancora un neonato, li consiglio vivamente. Inoltre, li ho usati anche per altri scopi: come lenzuolino da culla d’estate, come base per il cambio quando siamo fuori casa e anche come bavaglino o come telo dopo bagno. Uno dei grandissimi, encomiabili vantaggi dei muslin è la velocità di asciugatura: imbattibili.
Gli svantaggi: si devono conoscere le piegature, non hanno una fortissima assorbenza, ma è uno svantaggio a cui si può rimediare con l’aggiunta di un booster, (ovvero di una striscia di tessuto imbottito che fa da rinforzo). Ad ogni modo per le feci liquide dei neonati vanno benissimo anche senza rinforzo. Non sono il massimo per cambi al volo, ma molto dipende dalla pratica acquisita.

Necessitano di una chiusura. Noi abbiamo usato degli snappies, fantastiche ed efficacissime invenzioni della tecnologia moderna, che hanno soppiantato le classiche spille da balia dei tempi che furono.

Un altro AI2 che abbiamo usato moltissimo nei primi tre mesi è stato il fitted (ovvero una mutandina assorbente preformata) Popolini Two Size in bamboo, una fantastico pannolino leggero, ma assorbente, poco ingombrante e molto confortevole che prevede la possibilità di adattare secondo la taglia l’aderenza attraverso dei pratici bottoncini a pressione.

Lo svantaggio principale è che questo tipo di pannolini devono essere acquistati a taglie. La nostra taglia S è durata fino ai 4 mesi circa. Inoltre richiedono tempi di asciugatura un po’ lunghi, all’incirca di 48 ore in inverno.

Per entrambi gli AI2, abbiamo usato delle cover impermeabili Popolini Popo-wrap, che prevedono chiusura a velcro personalizabile secondo la taglia e l’ingombro del pannolino.

Per la notte, i primi tre mesi ci siamo sentiti più sicuri ad usare gli usa e getta, nel numero di 2 a notte.

DAI 3 AI 6 MESI CIRCA:
Abbiamo continuato con l’assetto precedente e dopo aver abbandonato quelli in bamboo perchè ormai troppo piccoli, ci siamo oientati sugli AI2 fitted di Popolini chiamati Ultrafit, in cotone organico.

Abbiamo cominciato ad usarli anche per la notte (avendo eliminato il cambio intermedio notturno), perchè hanno un’assorbenza incredibile, anche se sono piuttosto ingombranti e asciugano lentamente in inverno, anche se in meno tempo di quelli in bamboo.

Inoltre abbiamo affiancato alcune altre tipologie di lavabili come gli All in One (AI1) in tutto e per tutto simili come praticità agli usa e getta, in quanto sono pannolini interi che prevedono o meno booster aggiuntivi fissi o mobili.

Le nostre scelte si sono orientate su i Gro-Via nella versione Hybrid (che uniscono la semplicità degli AI1 con la flessibilità degli inserti mobili): sono ideali per i cambi fuori casa, assorbenti anche grazie a booster che si attaccano con bottoncini al corpo del pannolino e sono anche superveloci da asciugare. L’unica pecca é un giro coscia forse troppo sgambato, che piú di una volta ha permesso ai liquidi di fuoriuscire.

Abbiamo anche adottato dei pannolini pocket, cioè pannolini AI1 che possono essere farciti tramite una tasca interna con uno o più inserti assorbenti.
Abbiamo scelto un prodotto italiano, i Naturalmamma pocket in cotone organico e inserti in micropile.

I pocket hanno l’encomiabile vantaggio di essere regolabili per taglia (questi vanno dai 3 ai 12-18 mesi circa), attraverso dei bottoncini sul davanti e alla vita tramite stretch. Lo svantaggio maggiore è la lentezza di asciugatura dei pannolini. Noi li abbiamo acquistati in una conveniente offerta da 10, con doppi inserti in dotazione, che ci hanno permesso di poter sopperire a questo inconveniente di cui altrimenti bisogna tener bene conto prima del”acquisto.

DAI 6-7 MESI AD ADESSO:
Per il batttesimo ci siamo fatti regalare dai nonni degli splendidi e coloratissimi AI1/pocket della Totsbots Easyfix con interni di micropile assolutamente confortevoli e assorbenti, pur non risultando affatto ingombranti.

La loro particolare tipologia prevede una lunga striscia di micropile che si ripiega prima su se stessa e poi va inserita internamente ad un a tasca simile a quella dei pocket, facendo da inserto. Ma che ha la praticitá di rimanere attaccata al pannolino e di poterla srotolare prima del lavaggio, cosí da velocizzare l’asciugatura (peraltro velocissima).

Della stessa marca stiamo usando degli AI2 Bamboozle Stretch in tessuto morbido e assorbente di bamboo che usiamo con la mutandina impermeabile. Anche questi comodissimi e pratici, anche se un po’ lenti, come tutti quelli in bamboo, nell’asciugatura. Vanno a taglie e ognuna di esse puó essere a sua volta adattata a due stadi diversi, tramite bottoncini sulla parte davanti.

Questa invece é una cover della Mother-ease che ha bottoncini laterali invece che lo stretch. E’ comoda come velocità di cambio, ma la trovo definitivamente ingombrante (fa effetto palloncino), anche se devo ammettere che da’ molta sicurezza di contenimento dalle eventuali fuoriuscite provenienti dallo strato sottostante. I bottoncini, per una mutandina cover, secondo me, non sono una buona idea, perchè limitano la durata della taglia.
Devo ammettere però che li ho acquistati soprattutto attirata dalle fantasie estive e marine, ma forse, se tornassi indietro, non le comprerei.

Durante i giorni di settembre, il caldo e probabilmente dei cambi meno frequenti (mea culpa!) hanno provocato al piccolo una irritazione da candida. Per 2 settimane abbondanti, sotto consiglio della pediatra, siamo tornati agli usa e getta, per evitare che l’umidità aggravasse la situazione e affinchè le creme potessero agire localmente senza rovinare i tessuti dei pannolini.

Questa esperienza, involontariamente, mi ha permesso di fare, a conti fatti, un passo in avanti, nella conoscenza degli assetti giusti per il mio piccolo.Ad esempio, ora ho eliminato completamente i veli raccoglifeci di carta (simili in tutto e per tutto ad una carta cucina, o ad una carta igienica, che si buttano nel wc e permettono di togliere il grosso, senza sporcare troppo i pannolini). Oltre ad essere uno spreco di carta ed un costo aggiuntivo, quei veli si impregnavano di pipì, facendo rimanere il bagnato a contatto con la parte genitale per troppo a lungo. Per la pelle sensibile non va bene.
Ho trovato quindi una nuova soluzione semplice, economica, ecosostenibile e soprattutto, efficacissima per la pelle: i veli lavabili di micropile.

Questi infatti hanno la proprietà di far passare il bagnato nello stato sottostante, asciugandosi immediatamente e isolando quindi la pelle dal bagnato quel tanto che basta per non causare irritazioni. Si comprano in pacchi da 10, a prezzi bassi e possono essere lavati e riusati all’infinito. Inoltre, con le feci solide dei bambini svezzati, sono comodissimi, perchè si svuotano nel water senza problemi.
Per chi ha bambini con questo tipo di predisposizioni alle irritazioni, si vendono anche dei telini in seta buretta (una seta grezza dalle potenti proprietà curative per la pelle) che possono essere utili nei momenti di maggiore infiammazione.
Dopo questa esperienza, abbiamo messo in stand-by i Naturalmamma pocket, perchè probabilmente il loro fondo di cotone organico facilitava non poco il ristagno. Ora li usiamo per cambi al volo e sempre con micropile infilato internamente e con velo di pile a contatto con la pelle.

Un altro aspetto importante di cui abbiamo fatto esperienza, è stata la necessità di semplificare e snellire il nostro bagaglio di pannolini lavabili. Soprattutto in previsione dei prossimi mesi da camminatore e fino al momento del vasino, abbiamo acquistato dei prefolds, ovvero delle striscie rettangolari di cotone divise verticalmente in tre colonne da 2 cuciture longitudinali che servono a tener ferma una imbottitura centrale.

I prefold sono usatissimi negli USA, perchè uniscono i vantaggi dei muslin (sono molto economici) all’assorbenza degli imbottiti, senza aver bisogno di acquisire moltissima manualità, in quanto le piegature sono facilitate dalle cuciture. Abbiamo acquistato dei kit convenienti della Real Nappies, azienda Neozelandese che rifornisce gli ospedali pubblici di quella (civile!) nazione, che comprendono anche delle mutandine impermeabile con tasselli di velcro alla vita (e quindi meglio adattabili alla circonferenza vita del bambino) . Ma ho già in mente, se ci sarà necessità, di cucirmi i prossimi prefold da sola, essendo veramente facilissimi da coinfezionare in casa riciclando vecchi asciugamani e lenzuola di flanella o cotone.
Per ora stanno andando benissimo. Comodi, non ingombranti, la mutandina è di ottima fattura e ben aderente, e sono facilissimi da usare. Inoltre possono essere farciti con booster aggiuntivi, anche quindi per la notte, il nostro prossimo passo che, a breve, adotteremo.

Per i giorni in cui lavoro e in cui il piccolo sta con i nonni e per i cambi al volo fuori casa, sto usando ancora alla grande il set di AI1 di Totsbots. I nonni si trovano bene e non hanno riportato alcuna difficoltà durante i cambi di pannolino.

PER CONCLUDERE:
I primi otto mesi sono andati benissimo. E’ stata, ed è tutt’ora, un’ esperienza molto importante per tutti noi in famiglia e, mi sento di dirlo, anche per chi ci frequenta da vicino e per tutti coloro con cui interagiamo quotidianamente, prime fra tutte le mamme di altri bambini piccoli che non conoscevano i lavabili.

Ecco in sintesi cosa ho imparato in questi 8 mesi:

Ho imparato che i pannolini lavabili sono altamente personalizzabili e flessibili a seconda del bambino e delle sue specifiche caratteristiche (Il mio ad esempio ha pelle delicata e girocoscia ampio e sono fattori che ora ho ben presente prima di procedere ad acquistare) e anche a seconda degli stadi di crescita. Consiglio di comprare varie tipologie e di limitarsi nella tentazione di comprare troppo e subito.
Nel mio caso infatti, il pacco da 10 di Naturalmamma è stato forse un acquisto eccessivo per numero di pannolini, anche se non posso dire che ci abbia rimesso economicamente o che abbia preso una buggeratura. Sono infatti ottimi pannolini, che al momento sono in stand-by, ma che non escludo di usare nuovamente quando gli AI1 Totsbots saranno diventati troppo piccoli.

– Un altro elemento di cui ho fatto esperienza, è la praticità dei cambi. Usando molto gli AI2, ora che il piccolo si muove moltissimo sul fasciatoio, ho imparato a farcire già il pannolino e tenerlo pronto per il cambio già dopo l’asciugatura. E ora, in tutto e per tutto, la velocità di cambio è comparabile con quella degli usa e getta.

– Inoltre, ho capito di dover evitare il manicheismo: non bisogna farsi prendere dalla mano e considerare i lavabili una scelta definitiva e da cui non si può tornare indietro. Certo, non posso evitare di sentirmi un po’ in colpa quando uso i pannolini di carta, ma se lo faccio c’è sempre una necessità dietro, per cui è sempre da considerarsi una soluzione momentanea. Ad ogni modo l’importante è che i lavabili siano la regola generale e non l’imperativo assoluto.

– Se si pianifica bene, ho imparato che il fabbisogno di pannolini è davvero minimo in termini di spesa economica. Nel nostro caso, questo non è successo al 100%: forse avrei potuto fare scelte più oculate soprattutto durante i primi mesi, ma devo altrettanto ammettere che non c’è stato un pannolino o una tipologia che sia rimasto nel dimenticatoio: ho usato tutto e di tutto ho ora una ben definita idea e opinione.

Quale sono le vostre esperienze con i lavabili? Quali tipologie sono più adatte all’età e alle particolarità dei vostri figli?