La genitorialità come risorsa per la leadership

Ho scritto qualche giorno fa delle problematiche inerenti a quell’abisso, che ho riscontrato personalmente esistere, tra mondo del materno e lavoro, almeno qui in Italia. E oggi, a conferma di quanto il tema non sia uno sfogo personale e personalistico, ma sia uno degli argomenti socialmente più sentiti al momento e che coinvolge moltissime donne (e uomini) nel nostro paese, esce su D di Repubblica questo interessantissimo articolo di Marzia Nicolini su un progetto di Piano C e Inspire ed, ora su un libro appena uscito intitolato Maam. La maternità è un master che rende più forti uomini e donne.

libro

Gli autori Riccarda Zezza e Andrea Vitullo, la prima creatrice di un progetto atto a stimolare nuove dinamiche di incontro tra donne e lavoro e il secondo promotore di nuovi modelli di leadership aziendale, hanno dato vita al progetto MAAM per sfatare vecchi miti (come sostengo anche io), ancora prepotentemente imperanti nel mondo del lavoro italiano, come quello che vede la maternità come un periodo di debolezza lavorativa per una donna e , in generale, per un genitore.
La Zezza e Vitullo invece sostengono che la maternità (e la paternità) permettano di acquisire delle competenze assolutamente compatibili con la nuova idea di leadership che le aziende ricercano ora: empatia, capacità di ascolto, gestione più efficace del tempo, creatività, gestione delle crisi, autorevolezza, problem solving, consapevolezza del presente, pianificazione, visione del futuro, gestione del cambiamento, capacità di saper delegare e motivare gli altri.

Delle skills che, ci dice la neuroscienza, tutti i mammiferi sviluppano nel momento in cui diventano responsabili della prole e quindi della sopravvivenza della propria specie. Questo cambiamento si traduce in una aumentata quantità di sinapsi celebrali atte a favorire maggiore consapevolezza del mondo circostante e degli stimoli che esso rimanda ed in una aumentata capacità di adattamento al cambiamento. Competenze quindi che nascono e prolificano avendo come terreno di espansione la qualità della relazione umana. Tutte doti che sono perfettamente in linea con il profilo di leader che le aziende più sensibili al cambiamenti nel mondo del lavoro stanno cercando attualmente.

La tesi del progetto e, quindi, del libro, è quella di interpretare la maternità ed il ritorno al lavoro dopo il periodo di congedo, come un’ opportunità per le donne, per gli uomini e per le aziende, per trasformare le competenze della maternità in una diversa organizzazione del lavoro, per far crescere la squadra, per snellire i processi lavorativi. MAAM infatti propone percorsi paralleli per le mamme in congedo e per le aziende: i primi sono atti a sfruttare il periodo di congedo delle neo mamme per aiutarle ad acquisire gli elementi di base della consapevolezza che trasforma le competenze genitoriali in competenze di leadership. Mentre il percorso per le aziende si concentra nell’acquisire le competenze per gestire al meglio il rientro di una dipendente dal periodo di maternità e convogliare le nuove competenze della mamma in risorse qualitativamente significative per i gruppi di lavoro, a qualsiasi livello gerarchico esse si esplichino.

E credo fermamente che tutto ciò sia assolutamente vero. Ma non solo. Credo che ci sia un estremo e urgente bisogno di questo cambiamento nella nostra società. Proprio perchè c’è la crisi. Proprio perchè il mondo del lavoro è radicalmente cambiato. Ed attaccarsi a vecchie e decrepite idee sull’organizzazione del lavoro non faccia latro che male a tutti noi. Uomini e donne. Con figli o no.
Ma soprattutto non accettare questo cambiamento non fa altro che male ai nostri figli. Al futuro del nostro mondo.

Purtroppo, per la mia personale esperienza, pur essendo entusiasta del progetto e delle idee sottese ad esse, sono piuttosto scettica che questo cambiamento possa avvenire a breve termine, almeno nella mia vita.
Lavoro in un’azienda che non ha ancora investito alcun soldo in un asilo aziendale e in una città che toglie progressivamente fondi agli asili nido comunali. Vivo in un paese in provincia in cui la scuola non si prende nemmeno la responsabilità di investire alcunchè in un servizio di pre e post scuola, non permette ai non residenti di ususfruire di un servizio di scuolabus e da’ maggiori punti in graduatoria di iscrizione ai bambini dei genitori che lavorano nello stesso comune in cui scelgono di mandare i propri figli a scuola.

Per raggiungere il mio posto di lavoro spendo 3 ore del mio tempo quotidiano prendendo treno, metropolitana e autobus che, per rispondere al calo di investimento pubblico, vivono di disorganizzazione e di “ottimizzazioni” delle linee a scapito della sempre pù cresente massa di utenza pendolare.
Dopo la prima maternità, ho avuto la benedizione della mia azienda nel concedermi il part time all’80%: 6 ore lavorative al giorno, unica soluzione per potermi di fatto permettere di mantenere il mio di posto di lavoro. Se non me l’avessero concesso, mi sarei dovuta licenziare.
Attualmente sono stata assegnata ad una mansione (e, perchè sono a part-time, di profilo nettamente inferiore alla mia esperienza professionale. Una consecutio che vale solo in Italia a quanto pare.) che può essere svolta al 100% in telelavoro. Ma su questo argomento, la mia azienda, la più grande e storica azienda di telecomunicazioni di massa italiana, fa da anni orecchie da mercante.

Leggerò sicuramente questo libro. Ne farò tesoro. Per la mia vita e per quella della mia famiglia. Perchè ci credo molto.
Ma penso fortemente che, vista la situazione attuale, noi mamme povere mortali che si preoccupano di mettere insieme il pranzo con la cena, non possiamo spendere la nostra vita ad aspettarci il cambiamento dalle nostre aziende. Aziende sorde. Aziende, evidentemente, concentrate su altro.

Siamo noi a dover essere quel cambiamento. Per noi stesse, per i nostri figli e per la nostra vita.
Non fra vent’anni. Non fra dieci anni. E nemmeno fra cinque.

Noi donne il cambiamento dobbiamo, e possiamo, esserlo ora. Prendendo coraggio e non accettando più lo status quo come ciò che “ci tocca”. Prendendo in mano le redini della nostra vita, in un modo o nell’altro. Accettando si, ma guardando oltre.

Non facciamoci quindi abbattere da ciò che ci inducono a farci vedere. La nostra diversità è la nostra forza.
Ciò che dice Riccarda Zazzo è qualcosa di estremamente vero e da non dimenticare mai: noi mamme siamo già delle leader.
E ben venga chi, come MAAM, lo grida a voce piena. Forse a qualcuno, ai piani alti, questa voce, prima o poi, arriverà.

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Menu settimanale 11 – 17 marzo

Tra alti e bassi, tra pioggia e freddo, ci sono chiari segni che fra poco ritornerà la primavera! E’ da qualche giorno infatti che a svegliarmi è il cinguettio degli uccellini e le giornate si sono allungate.
Sinceramente, non aspetto altro che poter portare i bimbi a sgambettare felici nei parchi e nei prati!

E poi fra poco arriveranno le verdure e la frutta della primavera! Quante possibilità in più per fare il pieno di vitamine e minerali e sbizzarrirci con nuove ricettine!

Ecco il nostro menù della settimana prossima:

Colazioni:

Pane e crema di nocciole al cioccolato, yogurt
– Muffins alle verdure, spremuta d’arancio
Budino al cioccolato
Yogurt, frutta e biscotti
– Toast con formaggio e prosciutto cotto
– Pancakes
Mini pizza muffins ( preparati la sera prima dall’avanzo dell’impasto della pizza )

Pranzi:

– Minestrina di farro con passato di lenticchie e parmigiano, frutta
– Dentice al forno con verdurine e cous cous intergrale
– Polpettine di tacchino e formaggio con spaghettini al pomodoro
– Minestra di riso e piselli (se credete potete passare o frullare i piselli e ridurli in crema a secondo dell’età del bambino), frutta
– Pasta con passato di verdure, sogliola brasata
– Pasta con il pesto, hamburger ai ferri, insalata mista
– Pranzo in famiglia

Merende (dopo scuola):

– Ciambellone allo yogurt con gocce di cioccolato
Pane con mozzarella e pomodoro
– Muffins di verdure
Budino al cioccolato
– Bastoncini di carote e formaggio

Cene:

– Petto di pollo panato, purè, carote condite
– Tortine di merluzzo e patate con salsa allo yogurt, insalata, zucca stufata
– Lasagne al forno, finocchi conditi
– Brodo vegetale con pastina e parmigiano, omelet alle verdure
– Tortillas con chili vegetariano, insalata
pizza fatta in casa
– Brodo vegetale con pastina, frutta

Buona settimana!

Il falso mito dell’equilibrio

Stanotte ho sognato di volare e di planare leggera sui luoghi della zona in cui abito e in cui di fatto si svolge la nostra vita di tutti i giorni: la scuola dei miei figli, la piazza del paese, le strade che percorro con i bambini in macchina ogni giorno, il parco giochi e infine il nostro quartiere, il nostro palazzo, la nostra casa.
Mi sentivo potente. Sentivo di avere finalmente una visione completa del panorama, sentivo, finalmente, di padroneggiare appieno la realtà e di poterla guardare con la netta consapevolezza di potermi posare laddove desiderassi senza perdere lo sguardo d’insieme, senza dover per forza restringere il mio campo di visione.

Come molte persone, ma soprattutto, come molte donne, sono cresciuta con l’idea che, qualsiasi cosa avessi voluto fare nella vita, l’avrei ottenuta.
I miei genitori mi hanno sempre spinto a pensare in grande, come dicono loro, ovvero a non porre limiti alla mia voglia di fare, alla realizzazione dei miei sogni.
Continuo a pensare che questo sia un messaggio molto potente da passare come genitori ai propri figli. Li pone nella situazione di poter avere un vastissimo panorama su cui volgere lo sguardo.

Ma, allo stesso tempo, quest’atteggiamento può nascondere alcune insidie.

Quella di cui sto parlando è l’idea di onnipotenza che sottende a questo concetto. Nulla da eccepire sul fatto che se si ha un sogno nel proprio cuore, si abbia l’assoluto dovere di realizzarlo, ma allo stesso tempo bisogna anche avere la maturità di comprendere, ad un certo punto del proprio viaggio, che avere un sogno, avere una passione, significa anche restringere il campo d’azione, significa anche sacrificare qualcosa, significa anche non poter avere, contemporaneamente, tutto.

Credo che la nostra generazione di donne, e mi rivolgo soprattutto a quelle che sono diventate mamme, semplicemente perchè è una realtà che mi sento di conoscere sicuramente meglio rispetto a quella delle donne senza figli, sia cresciuta sotto il pesante fardello psicologico del mito dell’equilibrio.

Cioè, di quell’idea, del tutto irrealistica secondo me, di poter dividere la propria attenzione sempre e comunque su cose differenti, dedicando ad ognuna di esse una parte di noi stessi.
Un mito di un meccanismo di produttività oliato alla perfezione, un mito di purezza funambolica in cui non ci si può permettere di sbagliare o di lasciare qualcosa indietro. Insomma, diciamocelo, un mito di assoluta, implacabile e irrealistica onnipotenza.

Tanto più che questa idea malsana di equilibrio a cui per moltissimo tempo ho cercato strenuamente di adattarmi, ha l’assurdo e crudele risvolto che nessuna di queste cose, che si dovrebbero mantenere in perpetuo equilibrio, possa ottenere mai la nostra completa ed unica attenzione. Qualche maniaco della produttività lo chiama multitasking, cercando, secondo me, di nobilitare con un termine intriso di efficienza, ciò che invece ha implicato nella mia vita più affanno che serenità, più dispersione di energie, che concentrazione.

Al mito, a me così caro, del funambolo, ho pian piano, col tempo e con l’esperienza, a volte illuminante, ma il più delle volte del tutto frustrante, sostituito l’immagine, forse meno eterea ma altrettanto magica, del giocoliere.
L’azione del giocoliere, implica infatti che ad una nozione di equilibrio si sostituisca quella di ritmo.
Il giocoliere deve aver sufficiente maestria da saper cadenzare e padroneggiare i tre principali momenti dell’azione: il lancio degli oggetti in aria, il passaggio in volo di essi verso una differente destinazione prima che cadano a terra, e la presa al volo degli oggetti in una nuova configurazione, ovvero quella pausa impercettibile dell’azione che si attua appena prima di ricominciare un nuovo giro.

Ci sono momenti nella vita in cui ho bisogno di focalizzarmi sul lancio di qualcosa: imparare qualcosa di nuovo, concentrare la mia attenzione su un nuova idea creativa, investire la mia attenzione su un figlio che sta crescendo, vivere appieno la vita come coppia; mentre ci sono altri momenti in cui c’è bisogno che mi concentri sul riacchiappare qualcosa prima che cada: dedicarmi alle faccende casalinghe, aiutare un figlio in un momento di difficoltà, ricucire un rapporto d’amicizia che si sta deteriorando, onorare un dovere professionale.
A seconda dei momenti, è vero, sto sempre lasciando indietro qualcosa, perchè tutto non può essere svolto contemporanemente. Il movimento del giocoliere è infatti il frutto di tutte quelle impercettibili pause tra una fase e l’altra dell’ azione, ma nulla è mai per sempre, è solo il frutto della scelta di un momento, a cui dedico la mia particolare attenzione, prima di passare al prossimo.

C’è un che di rasserenante in questa visione, perchè implica un’idea, realistica e non ansiogena, di divenire, che si confà completamente alla realtà della mia vita.
Non posso essere sempre presente ovunque, non ho certamente il dono dell’onniscienza e non posso neanche avere l’arroganza di pensare di poter controllare sempre tutto, di essere onnipotente. Per questo mi affido a chi conosce già i piani che ha per me.

Inoltre, questa idea di ritmo, sottende anche la consapevolezza di dover, ogni volta, conoscere quali siano le priorità del momento.
Nella mia scala dei valori, mi sono posta come punto imprescindibile che le relazioni (con Dio, con mio marito, con i miei figli, con gli amici) abbiano sempre la priorità rispetto ad altri compiti pratici. Questo perchè, senza alcun dubbio, sono solo esse che danno vero spessore e solidità alla mia vita.

Di certo, spesso, perdo il ritmo e il groove si interrompe. Ma fa anche questo parte del gioco. E il bello sta nel trovare nuovi modi creativi di ricominciare il lancio e ricostruire il ritmo.
Allo stesso tempo però, ci sono dei rari momenti, in cui l’ abilità diventa danza, e in cui con trepidante emozione, riesco anche a riminare con sufficiente consapevolezza la magia di questo movimento divino, in cui tutto sembra girare col ritmo giusto, in cui ho la sensazione di non lasciare nulla indietro.

E’ in questi brevi momenti di grazia, che, ancora di più, il mio cuore si rivolge con gratitudine e riconoscenza verso l’alto.
E’ in quei momenti che mi pare proprio di intravedere lissù, un sorriso immensamente amorevole e benevolo.