Come spiegare la Shoah ai bambini?

Immagine tratta dal libro per bambini "Anne Frank" di Josephine Poole e Angela Barrett
Immagine tratta dal libro per bambini “Anne Frank” di Josephine Poole e Angela Barrett

Domani, 27 gennaio 2015, ricorreranno i 70 anni dal giorno in cui le truppe Russe varcarono le porte del campo di concentramento di Auschwitz. La giornata della memoria, è celebrata in tutto il mondo come l’ occasione per ricordare i milioni di ebrei uccisi, di ogni età e di ogni ceto sociale, condannati a vivere in condizioni disumane e uccisi barbaramente nei campi di sterminio.

Non è facile per un genitore, avvicinare i propri figli allla conoscenza e al ricordo di tali crudeltà. Noi tutti, nel nostro immaginario colletivo di adulti, pensiamo alla Shoah, ovvero il programmatico sterminio delle popolazioni ebraiche (ma non solo) da parte dei soldati nazisti, come l’apice del baratro in cui l’uomo è caduto. Purtoppo, non è stato il solo. Ma sicuramente il più grande per numero di vittime.

Eppure, come genitori, nonostante non comprendiamo come la razza umana sia riuscita a concepire e ad arrivare a tanta crudeltà, siamo tenuti a parlarne con i nostri figli, a spiegare loro, qualcosa che è dovere di ogni essere umano conoscere.

Ma come spiegare la Shoah ai bambini? Quali parole usare?(…)

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Le buone pratiche digitali

Foto di Intel Free Press  in licenza Creative Commons su Flickr
Foto di Intel Free Press in licenza Creative Commons su Flickr

Tornando sul tema dei bambini e tecnologia digitale, vorrei segnalarvi alcune iniziative interessanti di cui sono venuta a conoscenza tramite il Centro per la Salute del Bambino con sede a Trieste, che molti di voi conosceranno per essere tra i partner di Nati per leggere e Nati per la Musica.

La onlus sta portando avanti un progetto a mio parere molto interessante che riguarda il rapporto dei bambini con le nuove tecnologie audiovisive digitali (DDs, digital devices) come la televisione, i videogiochi, i dispositivi mobili, le app e, naturalmente, internet.

Un gruppo multidisciplinare di esperti in materia (pediatri, psicologi, psocoterapeuti e sociologi dei media) sotto il coordinamento del Centro, ha infatti prodotto un documento che mi piace condividere con tutti voi dal titolo Tecnologie digitali e bambini: indicazioni per un utilizzo consapevole . In questo articolo si sottolinea come l’avvicinamento e l’uso dei DDs da parte dei minori, sin dai primissimi anni di vita, non dovrebbe essere ostacolato, ma più semplicemente guidato verso un uso corretto e consapevole di essi da parte dei genitori, degli insegnanti e da tutti gli adulti che circondano i nostri figli.

Gli studiosi infatti propongono a questo proposito una serie di buone pratiche familiari, essendo la famiglia il luogo in cui principalmente avviene il primo contatto con le nuove tecnologie. Sottolineano i ricercatori che fondamentale per i genitori non è solo saper guidare l’inevitabile approccio precoce dei bambini verso le tecnologie, ma anche e soprattutto avere la costanza di supervisionare l’ utilizzo di questi mezzi, nei modi compatibili con l’età dei figli. In questo modo i bambini potranno godere appieno delle smisurate possibilità educative ed esperienziali dei DDs, ma anche minimizzare i possibili rischi per la salute fisica e mentale dei bambini e dei ragazzi.

Il rapporto con le nuove tecnologie per i nostri figli, di qualsiasi età, è ormai inevitabile. Hanno poco senso ormai, a mio parere, le demonizzazioni di questi strumenti. E’ vero, essi contengono numerosi rischi, principalmente legati all’abuso del loro utilizzo e alla dipendenza che essi possono instillare in noi tutti. Quello su cui, secondo me, come genitori si deve puntare è ad una accettazione di essi come oggetti utili per promuovere esperienze.

Usale-non-farti-usare

In qualche modo, con le nostre buone pratiche genitoriali, dobbiamo prima di tutto riuscire ad educare i nostri figli ad usare le tecnologie non come fini a se stesse (per esempio, evitare di permettere di usare il videogioco semplicemente come mero passatempo) ma inserirle in un più ampio progetto educativo familiare. Esistono milioni di applicazioni che i nostri figli possono sperimentare, approfondendo magari concetti scientifici, matematici, linguistici. E molte sanno davvero unire contenuto e divertimento.

Ma a mio parere valgono a poco se ad usarli è un figlio lasciato da solo davanti ad un monitor. Nella mia esperienza di mamma, sono arrivata a riflettere molto sul modo in cui i miei figli spendono il loro tempo in casa, dopo la scuola e dopo le attività sportive. E mi sto rendendo conto di quanto sia spesso facile, ma deleterio per la loro salute e per la serenità familiare, acconsentire ogni volta ai loro desideri digitali.

Prima di tutto perchè più sono stanchi, più desiderano la coccola del monitor (sia esso la tv o il videogioco). E poi anche perchè l’abitudine a queste pratiche digitali li porta progressivamente a dimenticarsi cosa voglia dire giocare. In molte occasioni, soprattutto per i due figli che vanno alla scuola primaria,  siamo arrivati a dover intervenire e riaccendere in loro la scintilla del gioco libero.

Improvvisare un gioco, proporre un’attività, può aiutarli immensamente a riposare la mente e a ritrovare il contatto con se stessi e con i propri bisogni.

So benissimo infatti che quando riesco a dare ai miei bambini l’opportunità di riscoprire altre attività ( come il gioco all’aria aperta, la lettura, la musica, le relazioni con i compagni) il mezzo digitale saprà essere riconosciuto dai miei bambini semplicemente come tale e quindi usato con giudizio e serenità, non aspettandosi da esso più di quello che possa effettivamente dare loro.

Questo post partecipa al blogstorming Crescere digitali di genitoricrescono.

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I magnifici dieci di Anna Cerasoli

Oggi vorrei consigliare ai miei colleghi genitori, un libro che in casa nostra è ormai diventato un classico.

Si tratta de I magnifici dieci. L’avventura di un bambino nella matematica scritto dalla professoressa e divulgatrice scientifica Anna Cerasoli.

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Come il titolo ben suggerisce, si tratta di una serie di piccole storie, quella del bambino Filo e di suo nonno, professore di matematica in pensione, da cui l’ autrice prende spunto per introdurre i lettori ad alcuni concetti base della matematica, attraverso un tono leggero e un metodo pratico ed appassionante. In ogni capitolo infatti, il punto di partenza è un problema di tutti i giorni, come una sedia che traballa, la misurazione di un tavolo, una crostata appena sfornata, a cui nonno e nipote cercano di trovare una soluzione pratica.

Quello che mi piace della Cerasoli e dei suoi libri (ne ha scritti altri di questo genere, sull’ introduzione ai concetti insiemistici, sulla geometria, su cognizioni matematiche della scuola secondaria superiore e via dicendo), è in primo luogo l’idea di un libro di narrativa come stimolo per i bambini ai ragazzi per l’apprendimento della matematica.

Ma oltre questo,  la passione che trapela dalle sue pagine, il suo muoversi leggiadro tra concetti matematici che intere generazioni di adulti, me per prima, hanno ingurgitato come elenchi di numeri da mandare a memoria, diventa invece lo strumento per scoprire quanto invece la matematica sia, come l’arte, come la scrittura, una risposta ad un bisogno innato dell’essere umano di leggere la realtà circostante.

Allora conoscendo i problemi di Pitagora, di Archimede, di Fibonacci e l’ epoca in cui vivevano (quanti studenti capirebbero meglio la matematica studiando la storia della matematica, scoprendo così quale fu il bisogno originario che spinse gli uomini a formulare una risposta matematica!), scopriamo che quelle formule, sono semplicemente un modo di scrivere in un linguaggio simbolico, condensato, un percorso concreto , un’ esperienza che diventa così leggibile in maniera universale. La matematica serve quindi in tutti i luoghi, in tutte le epoche e in qualsiasi attività umana.

L’insuccesso della matematica nelle scuole e la sensazione di noia o addirittura di paura che provano molti studenti, nasce proprio dall’ errore di partire dall’astrazione di oggetti matematici, invece che dalla vita di tutti i giorni. E io stessa ne sono la riprova, avendo riscoperto la matematica a trentadue anni, mentre mi dilettavo col cucito creativo.

Mio figlio più grande, che frequenta l’ultimo anno della primaria e che ogni weekend fatica terribilmente a fare i compiti di matematica, è un appassionato di scienza e di astronomia. E riesce, stimolato dal padre e dalla lettura di libri come questi, ad arrivare a concetti logici di gran lunga superiori alla temuta divisione a due cifre, che ancora oggi dopo due anni, detesta come un gatto con l’acqua.

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C’è quindi qualcosa che non va nel modo in cui ancora spesso è affrontato l’approccio didattico alla matematica. E non è tanto e solo questione del singolo docente, ma a volte di un’ idea distorta della didattica, che deve confrontarsi con scadenze, programmi, quadrimestri, risultati.

Il gioco invece è un elemento essenziale anche in questo ambito: la matematica è pratica, ma anche molto pindarica. Perchè nasce da una curiosità, da un bisogno di trovare una risposta facendo leva più sulla creatività che sulla memoria.

Una mia cara amica, maestra elementare in ambito scientifico-matematico, mi ha detto di aver più volte sperimentato le idee della Cerasoli tra i suoi alunni, riuscendo ad appassionare anche i più restii. Ma mi ha anche confessato di aver dovuto molte volte desistere, perchè ci sarebbe voluto troppo tempo e sarebbe rimasta troppo indietro con il programma, potendo suscitare lo scetticismo non tanto della dirigenza scolastica, quanto di molti genitori, avidi di quaderni ordinati e riempiti di operazioni in colonna.

Non c’è tempo quindi bambini per cercare le proprie soluzioni ai problemi, bisogna studiare matematica!

Fibonacci

Ed ecco di nuovo bambini (e ex-bambini) frustrati e incasellati sotto l’etichetta di non-naturalmente-portato per il linguaggio matematico. Un linguaggio che da ora in poi susciterà in loro disagio e paura di fallire. A questo proposito Anna Cerasoli suole ricordare quanto invece la matematica sia importante anche come coinvolgimento emotivo degli alunni. I quesiti matematici diventano infatti l’ occasione per familiarizzare con le diverse emozioni che le differenti fasi dei problemi suscitano in loro: curiosità, senso di sfida, timore di non farcela, bisogno di trovare chiarezza, caparbietà. E naturalmente, l’autrice sottolinea quanto sia fondamentale per la vita saper accettare l’errore come opportunità di esperienza per i possibili problemi futuri, sia sui banchi di scuola che fuori.

Vi consiglio quindi vivamente questo libro. E’ una lettura adatta parimente ai genitori e ai bambini. Anzi, è proprio il tipo di libro da guardare insieme e da leggere ad alta voce, carta e penna alla mano. Per i concetti proposti, l’età consigliata è dagli 8 anni in poi.

Buona lettura!

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