Il mio Mei Tai per portare il bambino

Dopo aver letto questo interessante libro sul maternage e averne sentito parlare molto sul web, sono rimasta particolarmente attratta dall’arte del portare, ovvero, tutte quelle antiche pratiche transculturali (e che si stanno riscoprendo in Europa solo negli ultimi anni) che consistono nel portare il bambino sul proprio corpo, con l’aiuto di diversi sussidi, rudimentali o più sofisticati a seconda della cultura di appartenenza o delle preferenze di ognuno.

Soprattutto per il mio secondo figlio, a partire dai 6 mesi circa, ho usato frequentemente il marsupio e l’ho trovato molto comodo in alcune specifiche situazioni. Ho invece letto recentemente che l’uso delle fasce, seppur richieda un iniziale investimento di tempo per far pratica, è sicuramente più flessibile, meno ingombrante e si adatta meglio alla fisiologia sia di chi porta (non affaticando la schiena), sia di chi è portato.

Ho scoperto infatti che il portare è consigliato sin dalla nascita e ha moltissimi benefici sia per il bambino che per la mamma: come ben esprime FrancescaTra il genitore e il figlio infatti si stabilisce una relazione profonda, caratterizzata da un alto contatto; il distacco dalla mamma avviene con maggiore facilità perché il piccolo si sente sicuro di sé; i bambini vengono immersi fin da piccolissimi nella vita degli adulti, a cui partecipano attivamente attraverso tutti i sensi.

E per questo che il portare, come ben dice Esther Weber, autrice del libro Portare i piccoli e dell’omonima associazione culturale: “E’ un approccio rispettoso e particolarmente adatto nella relazione tra genitori e bambini proprio nella realtà occidentale“.

Secondo moltissimi studi recenti espressi anche da Alessandra Bortolotti: i bambini portati piangono meno, essendo assecondati i loro bisogni primari di vicinanza con la madre e quelli di fiducia nel contatto continuo con essa e, quindi sul lungo periodo, il portare contribuisce a consolidare l’autonomia del bambino.

Portare, proprio per lo stretto contatto a prova di bacio tra mamma e bambino, aiuta la comunicazione e la relazione madre-figlio e facilita il continuum fra endogestazione ed esogestazione, utilissimo quindi per aiutare il bambino a superare il trauma della nascita in particolar modo in casi di parto prematuro, gemellare, cesareo o comunque difficoltoso: il supporto offre al bimbo contenimento e protezione rassicuranti, trovandosi in condizioni molto vicine a quelle che provava nell’utero materno, stimolando anche l’organo dell’equilibrio e migliorando in generale lo sviluppo corporeo.

Portare è comodo, pratico, economico, ecologico e sostenibile.

Ma come sostiene bene quest’articolo : “L’essenza del portare non sta negli obiettivi che ci poniamo nel farlo (porto perchè pianga meno, porto per essere più comoda, porto così sarà più stimolato…), […] ciò che conta è la vicinanza. E’ da questa vicinanza che nascono tutti gli effetti positivi del portare, che sono gli effetti dell’amore“.

E ancora Francesca sottolinea come: “Usare la fascia non è una moda, ma una scelta, un modello di educazione in un certo senso: nella nostra società si tende a voler insegnare ai bambini a diventare precocemente indipendenti dai genitori dal punto di vista emotivo; con la fascia invece è il genitore ad adattarsi alle esigenze del bambino standogli accanto e infondendogli sicurezza proprio nel periodo della loro vita in cui si sentono più vulnerabili.

Esistono moltissimi tipi di supporti tra cui scegliere. Io ho avuto in prestito da un’amica la fascia lunga, che non vedo l’ora di provare, ma nel frattempo, nell’attesa che arrivi il piccolo, mi sono cimentata nel cucirmi il Mei Tai, il portabébé di origine cinese, che puo’ essere utilizzato in diverse posizioni fin dalla nascita.

Ne ho cucite due versioni: uno imbottito, forse più comodo nei mesi invernali (quello a sinistra nella foto all’inizio di questo post, in stoffa a fiori), e uno semplice di stoffa pesante (a destra nella foto).

Per il modello e le istruzioni mi sono basata su questo tutorial a cura di Claudia. Per capire come si usa, potete vistare questa pagina, ricca di immagini esplicative.

In rete inoltre si trovano moltissime informazioni, spunti di riflessione e video-tutorial sull’uso delle diverse fasce, sui Mei Tai e sul significato del portare in generale.

E voi? Fatemi sapere quale è la vostra esperienza nel portare e cosa ne pensate a riguardo nei commenti qui sotto.

La mia sfida

Sono un animale domestico. Così, quando sin da piccola mi figuravo il mio futuro, non ho mai avuto una idea ben chiara di me come individuo, con un lavoro definito fuori dalla mia casa. Ma avevo un’immagine ben precisa in testa: sarei stata una mamma.

Mi è sempre piaciuto imparare ed ho amato molto, sin da piccola, scrivere. Temi e saggi, più che storie.
Cresciuta in una casa piena di libri, ho naturalmente trovato interesse per la lettura.
Seppur abbia seguito negli studi universitari la mia passione per il teatro e la danza, al cui centro c’era l’uomo come mente-corpo pensante, non ho mai avuto alcun interesse di farne una vera e propria carriera. Anzi, direi di non essermi mai focalizzata sulla ricerca di una professione vera.

Per molti anni, assolutamente troppi direi, ho fatto quello che dovevo fare: sono entrata nel mondo del lavoro con diligente spirito di collaborazione e sentimenti di gratitudine verso la mia famiglia di origine.

Matteo ed io ci siamo sposati con grande gioia: presi più dall’entusiasmo di mettere su famiglia, che da calcoli pratici e progetti a lungo termine. Sposarmi e diventare mamma è stata una scelta che ho preso, per la prima volta in tutta la mia vita, ascoltando il mio io interiore invece del mio ingombrante essere sociale.

Conservo ancora i test di gravidanza di entrambi i miei bambini. Sono segni indelebili di una rivoluzione fisica e psichica. Di uno slancio verso un futuro già iniziato e di un percorso a ritroso dentro di me e verso i miei ricordi, la mia infanzia e la riscoperta della mia vera natura.

I miei figli mi hanno insegnato con infinita dolcezza e a volte con fortissima determinazione, a fare i conti con me stessa e a confrontarmi con molti scheletri nell’armadio. E a vivere con coscienza e intenzione la mia vera passione d’infanzia.
E nulla è più uguale a prima.

Di certo non è sempre tutto rose e fiori: essere genitori non è sempre semplice ed esaltante, soprattutto quando i bambini ci rendono così arrabbiati, avidi di briciole di tempo libero senza minori nelle vicinanze, stressati dalla vita frenetica e quella di coppia …beh…diciamocelo … quale vita di coppia?
E credo che fanno bene molte mamme a essere oneste con se stesse e a confrontarsi tra di loro sul lato più oscuro della maternità e della genitorialità.

Ma questo non vuol dire che essere mamme sia uno stato d’essere in cui sia preclusa per antonomasia la felicità e la realizzazione personale.
Di certo ogni mamma è a sé, e porta dentro una differente storia.
Personalmente, l’essere mamma mi ha reso una persona enormemente felice e mi ha aperto la strada per una crescita personale a volte dolorosa, ma sempre entusiasmante e appassionante.

E poi ci sono loro. I miei figli.
Le persone più divertenti dell’universo.
Con loro, ho riscoperto la mia più istintiva risata.

Quando sono diventata mamma, non sapevo nulla di bambini. A parte mio cugino, di alcuni anni più piccolo di me, non ne avevo mai tenuto in braccio uno. Sentivo intorno a me una legge non scritta (e forse nemmeno detta) per la quale le mamme sanno naturalmente “da sé” come comportarsi con i loro figli. Seppur attribuisca all’intuizione e alla sapienza istintiva delle mamme e dei loro figli grande valore, so per certo che l’esperienza mi sarebbe stata più semplice e probabilmente meno frustrante a volte, se avessi sin da subito conosciuto delle piccole strategie e delle pratiche nozioni che mi avessero facilitato un poco la vita quotidiana con i bambini.

Pian piano, attraverso blog e libri, ho avuto modo di conoscere moltissime diverse realtà, sul mondo delle mamme, realtà diversissime da ogni parte del mondo, ma che alla fine si accomunano tutte e che mi hanno aiutato a sciogliere molti dubbi e a stimolare in me e nella mia famiglia appassionanti e entusiasmanti orizzonti.

Credo che ogni mamma si deve equipaggiare di strumenti pratici che ci permettano di esprimerci al massimo con i nostri figli, aiutandoli a irrobustirsi e a superare le loro debolezze. Pretendiamo la professionalità in tutte le differenti aree della nostra società e della nostra vita: perché i nostri figli dovrebbero ricevere di meno?
I nostri figli meritano di averci al nostro meglio: mamme entusiaste, motivate e preparate.
E non ho detto perfette: ho detto al meglio di noi stesse.

I figli con la loro spontaneità e la loro innocenza ci pongono di fronte a nuove sfide ogni giorno. E trovo questo di grande stimolo. Spesso commetto degli errori e mi sento tremendamente inadeguata, ma so che questo viaggio lo voglio percorrere con coscienza e gioia, facendo del mio meglio ogni giorno per mantenere l’entusiasmo e un clima familiare sereno e stimolante per tutti.