Le mamme e l’umore della famiglia

Foto di Jenny Downing  in licenza Creative Commons su Flickr
Foto di Jenny Downing
in licenza Creative Commons su Flickr

Durante i primi mesi di vita del nostro primo figlio, credevo che mio marito stesse esagerando quando mi diceva che io, la mamma, ero il vero termometro emotivo della nostra casa. E cioè che in moltissime occasioni, l’umore di mio figlio era strettamente condizionato dall’umore della sua mamma. Di conseguenza, mi suggeriva mio marito, avrei dovuto prendere assolutamente sul serio l’ enorme potere che io stessa avevo nel poter ristabilire attraverso il lavoro sulle mie stesse emozioni, la serenità emotiva di mio figlio.

In realtà,  solo dopo l’arrivo del secondo e poi del terzo figlio, mi sono resa consapevolmente conto, attraverso la pratica e l’esperienza di vita familiare, che queste affermazioni erano assolutamente veritiere. Vorrei chiarire subito, che con questo non voglio investire la madre di un ruolo divino e totalizzante, come Mater creatrice delle emozioni dei propri figli, perchè non credo in verità che non ci sia nulla di grandioso in questa affermazione. E neanche credo che constatare la veridicità di questo concetto possa far si che le mamme si considerino il centro nevralgico della famiglia o, peggio ancora, che debbano sentirsi investite di una responsabilità enorme sulle proprie spalle. La mia è semplicemente una constatazione di fatto:

Nella mia personale esperienza di figlia prima e di madre poi, è assolutamente vero che spesso sia la mamma a dare il “la” nello stabilire l’umore complessivo, positivo o negativo, degli altri componenti della famiglia.

Il perchè questo accada è probabilmente più semplice di quanto si possa pensare. Prima di tutto la mamma è colei che accoglie e nutre il proprio figlio sin dalla nascita. E’ lei che da subito si pone come il punto di riferimento per i bisogni materiali ed emotivi del bambino. Ed è quindi lei che solitamente rappresenta la sfera emozionale di conforto ed affetto del figlio. La mamma insomma, ha a a che fare con il cuore, con il sentimento di accoglienza e di amore. E quindi colei che istruisce e instrada per prima i principali comportamenti emotivi dei propri figli.

Un altro aspetto da considerare è che i figli, soprattutto nei primi anni di età, sono delle vere e proprie spugne, cioè assorbono istantanemante tutte le sfumature emotive presenti nelle relazioni familiari, specialmente quelle che coinvolgono direttamente la mamma.

Inoltre i figli, per imparare, emulano il comportamento degli adulti di riferimento, in primis della mamma e del papà. Perciò, essere esempio positivo e coerente per i propri figli è anche in questo campo di vitale importanza: non posso sgridare mio figlio perchè urla ed è aggressivo mentre sono io stessa ad urlare e ad essere aggressiva con lui. Non posso pretendere dai miei bambini la calma, quando mi comporto come una scheggia impazzita che passa da una faccenda all’altra, da un impegno all’altro senza nemmeno alzare lo sguardo verso di loro. Non posso insomma, esigere educazione ed obbedienza dai bambini, quando io sono la prima a non obbedire ai miei valori, ai miei propositi e alle mie priorità.

Non sto effettivamente dicendo nulla che noi tutti genitori non sappiamo già.  Ma forse spesso ciò che mi è sfuggito è quanto sia importante, per il bene di tutti noi in famiglia e specialmente per i miei figli, che sappia riconoscere le mie emozioni e sia in grado di controllarle, prima che travolgano me e chi mi sta accanto.

Stanchezza, nervosismo, ansia, preoccupazioni minano continuamente il mio umore in famiglia. Non importa quali ragioni io possa avere, essere una mamma nervosa, seppur sia un sentimento del tutto umano e giustificabile, non è qualcosa in cui mi possa permettere di indulgere per troppo tempo.

Ecco quindi ciò che, in molte occasioni, mi aiuta a riprendere contatto con me stessa e a ristabilire il termomentro emotivo familiare su temperature più consone a tutti noi.

  • Respirare: sembra una cosa detta e ridetta, ma per me è la migliore. Semplicemente ascoltare il mio respiro che entra ed esce da me mi ricentra e mi aiuta a trovare un nuovo equilibrio da cui ripartire con più serenità.
  • Time out: se proprio non riesco a governarmi, scelgo di tirarmi fuori dalla situazione prima che sia troppo tardi. Vado in un’altra stanza, mi impegno in qualcos’altro per distrarre la mia attenzione dalla rabbia o dalla frustrazione. A volte, basta un poco di tempo fuori dal “ring” delle emozioni, per aiutarmi a sbollire i bollenti spiriti e a ripartire con nuove energie.
  • Musica e danza: per noi è un vero e proprio reset emotivo. La musica e il ritmo ci distraggono da quelle situazioni in cui la rabbia o il rancore possono prendere il sopravvento. I bambini sono poi particolarmente sensibili verso le sensazioni che scaturiscono dai toni e dai ritmi musicali. E il movimento fisico della danza li aiuta a scaricare la rabbia o la stanchezza. Naturalmente, vale anche per le mamme!
  • Dormire: a volte per noi mamme è solo una questione di stanchezza fisica. Ritagliarsi qualche minuto di sonno in più è un grande investimento per la salute psico-fisica di tutti.
  • Scrivere: se il logorio emotivo non trova fine, allora scrivere ciò che provo è un valido aiuto per riuscire a fermare le mie emozioni e chiarirle a me stessa.
  • Leggere: ci sono molti libri che possono aiutare le mamme a calmare la rabbia e ritrovare serenità. Alcuni si possono leggere addirittura insime ai bambini, come Urlo di mamma o Che rabbia!
    . Mentre altri sono rivolti agli adulti. Tra i miei preferiti spiccano Un genitore quasi perfetto, Il genitore consapevole e Raising Our Children, Raising Ourselves by Aldort, Naomi (2006).

E voi? Quali strumenti usate voi mamme per riportare il termometro di casa su temperature più tiepide? Avete altri suggerimenti da dare?

Se volete acquistare i libri che ho citato nel post, potete farlo da questi link affiliati.

A casa

La pausa natalizia è ufficialmente finita. Si ricomincia la vita di tutti i giorni, con i suoi ritmi e le sue regole.
Per noi, è stato un lungo periodo di pausa. Un momento che ci ha permesso di vivere insieme molte ore, lasciando che fosse lo scorrere del tempo a dettare i suoi stessi ritmi. Le nostre giornate sono state cadenzate dagli orari dei pasti e dal sonno. Niente più di questo.

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Di solito, anche in vacanza, non ci accade molto spesso. Ma due bambini malati su tre, ci hanno fermato in casa per parecchi giorni. Siamo stati per lo più solo noi cinque. Se abbiamo visto qualcuno, lo abbiamo invitato in casa nostra, a pranzare, a chiacchierare o a giocare.
Non abbiamo potuto assecondare la voglia di avventure fuori casa, nè in case altrui, nè all’aperto, nè in giro per musei o per altri appuntamenti che la stagione festiva offriva in quantità.

Come ho accennato, ci sono stati frequenti bisticci, capricci, nervosismi, sgridate e anche punizioni, che hanno a volte minato il clima di serenità. Ma che hanno anche stimolato in noi genitori riflessioni importanti sulla nostre scelte educative.

Eppure…. Eppure, questa vacanza, questo stare insieme, nonostante le febbri alte, gli antibiotici, le notti insonni a somministrare tachipirine, le continue pulizie, i panni sporchi da lavare…questa staycation, come si dice in inglese, questa vacanza in casa, è stata meravigliosa.

Perchè non c’è per me modo migliore di onorare la mia vera, profonda natura che essere così presente con loro: con la mia famiglia.
Sono nella pienezza di me stessa. Nel posto dove sento di Essere: io e mio marito, in casa, con i nostri figli: ubbidienti o disubbidienti, sani o malati, tranquilli o nervosi, eccitati o annoiati che siano, noi con loro tre ci sentiamo profondamente a casa.

E’ vero, dopo dieci giorni senza mettere il naso, tranne rare incursioni, fuori dalla porta, desideravo come l’aria di poter assaporare un po’ di tempo fuori di casa. Eppure questo non ha annebbiato mai in me la gioia di poter assaporare e succhiare ogni piccolo momento, ogni singola goccia da tutto quello che abbiamo passato insieme in questi giorni: sia delle dolcezze, ma anche delle immancabili piccole amarezze.

Perciò non giudicatemi male, oppure fatelo senza troppi scrupoli se lo ritenete necessario ad assecondare la vostra natura, se metto da parte anni e anni di lotte femministe (che approvo e santifico in nome della libertà di ognuno, uomo o donna che sia, di essere ciò che desidera essere) e proclamo ad alta voce, ma con profonda tenerezza e nostalgia, che non c’è niente di più grande e giusto per me stessa di essere una moglie e una mamma a tempo pieno.

Onorare mio marito ed essere la sua compagna per la vita, il suo aiuto, la sua spalla, la sua fiducia.
Esercitare al meglio il compito affidatomi di educare i nostri figli secondo i valori dell’ amore, della gioia, della speranza, della fratellanza e del rispetto di se stessi e degli altri, affinchè un giorno possano esprimersi nel mondo attraverso i loro unici talenti, per renderlo un posto migliore e per passare poi questa testimonianza ai loro figli.
Io sono questo e questo sento di essere.

Per il resto, per i modi in cui questo debba avvenire, giorno dopo giorno, sia quello che Dio vorrà.

La genitorialità come risorsa per la leadership

Ho scritto qualche giorno fa delle problematiche inerenti a quell’abisso, che ho riscontrato personalmente esistere, tra mondo del materno e lavoro, almeno qui in Italia. E oggi, a conferma di quanto il tema non sia uno sfogo personale e personalistico, ma sia uno degli argomenti socialmente più sentiti al momento e che coinvolge moltissime donne (e uomini) nel nostro paese, esce su D di Repubblica questo interessantissimo articolo di Marzia Nicolini su un progetto di Piano C e Inspire ed, ora su un libro appena uscito intitolato Maam. La maternità è un master che rende più forti uomini e donne.

libro

Gli autori Riccarda Zezza e Andrea Vitullo, la prima creatrice di un progetto atto a stimolare nuove dinamiche di incontro tra donne e lavoro e il secondo promotore di nuovi modelli di leadership aziendale, hanno dato vita al progetto MAAM per sfatare vecchi miti (come sostengo anche io), ancora prepotentemente imperanti nel mondo del lavoro italiano, come quello che vede la maternità come un periodo di debolezza lavorativa per una donna e , in generale, per un genitore.
La Zezza e Vitullo invece sostengono che la maternità (e la paternità) permettano di acquisire delle competenze assolutamente compatibili con la nuova idea di leadership che le aziende ricercano ora: empatia, capacità di ascolto, gestione più efficace del tempo, creatività, gestione delle crisi, autorevolezza, problem solving, consapevolezza del presente, pianificazione, visione del futuro, gestione del cambiamento, capacità di saper delegare e motivare gli altri.

Delle skills che, ci dice la neuroscienza, tutti i mammiferi sviluppano nel momento in cui diventano responsabili della prole e quindi della sopravvivenza della propria specie. Questo cambiamento si traduce in una aumentata quantità di sinapsi celebrali atte a favorire maggiore consapevolezza del mondo circostante e degli stimoli che esso rimanda ed in una aumentata capacità di adattamento al cambiamento. Competenze quindi che nascono e prolificano avendo come terreno di espansione la qualità della relazione umana. Tutte doti che sono perfettamente in linea con il profilo di leader che le aziende più sensibili al cambiamenti nel mondo del lavoro stanno cercando attualmente.

La tesi del progetto e, quindi, del libro, è quella di interpretare la maternità ed il ritorno al lavoro dopo il periodo di congedo, come un’ opportunità per le donne, per gli uomini e per le aziende, per trasformare le competenze della maternità in una diversa organizzazione del lavoro, per far crescere la squadra, per snellire i processi lavorativi. MAAM infatti propone percorsi paralleli per le mamme in congedo e per le aziende: i primi sono atti a sfruttare il periodo di congedo delle neo mamme per aiutarle ad acquisire gli elementi di base della consapevolezza che trasforma le competenze genitoriali in competenze di leadership. Mentre il percorso per le aziende si concentra nell’acquisire le competenze per gestire al meglio il rientro di una dipendente dal periodo di maternità e convogliare le nuove competenze della mamma in risorse qualitativamente significative per i gruppi di lavoro, a qualsiasi livello gerarchico esse si esplichino.

E credo fermamente che tutto ciò sia assolutamente vero. Ma non solo. Credo che ci sia un estremo e urgente bisogno di questo cambiamento nella nostra società. Proprio perchè c’è la crisi. Proprio perchè il mondo del lavoro è radicalmente cambiato. Ed attaccarsi a vecchie e decrepite idee sull’organizzazione del lavoro non faccia latro che male a tutti noi. Uomini e donne. Con figli o no.
Ma soprattutto non accettare questo cambiamento non fa altro che male ai nostri figli. Al futuro del nostro mondo.

Purtroppo, per la mia personale esperienza, pur essendo entusiasta del progetto e delle idee sottese ad esse, sono piuttosto scettica che questo cambiamento possa avvenire a breve termine, almeno nella mia vita.
Lavoro in un’azienda che non ha ancora investito alcun soldo in un asilo aziendale e in una città che toglie progressivamente fondi agli asili nido comunali. Vivo in un paese in provincia in cui la scuola non si prende nemmeno la responsabilità di investire alcunchè in un servizio di pre e post scuola, non permette ai non residenti di ususfruire di un servizio di scuolabus e da’ maggiori punti in graduatoria di iscrizione ai bambini dei genitori che lavorano nello stesso comune in cui scelgono di mandare i propri figli a scuola.

Per raggiungere il mio posto di lavoro spendo 3 ore del mio tempo quotidiano prendendo treno, metropolitana e autobus che, per rispondere al calo di investimento pubblico, vivono di disorganizzazione e di “ottimizzazioni” delle linee a scapito della sempre pù cresente massa di utenza pendolare.
Dopo la prima maternità, ho avuto la benedizione della mia azienda nel concedermi il part time all’80%: 6 ore lavorative al giorno, unica soluzione per potermi di fatto permettere di mantenere il mio di posto di lavoro. Se non me l’avessero concesso, mi sarei dovuta licenziare.
Attualmente sono stata assegnata ad una mansione (e, perchè sono a part-time, di profilo nettamente inferiore alla mia esperienza professionale. Una consecutio che vale solo in Italia a quanto pare.) che può essere svolta al 100% in telelavoro. Ma su questo argomento, la mia azienda, la più grande e storica azienda di telecomunicazioni di massa italiana, fa da anni orecchie da mercante.

Leggerò sicuramente questo libro. Ne farò tesoro. Per la mia vita e per quella della mia famiglia. Perchè ci credo molto.
Ma penso fortemente che, vista la situazione attuale, noi mamme povere mortali che si preoccupano di mettere insieme il pranzo con la cena, non possiamo spendere la nostra vita ad aspettarci il cambiamento dalle nostre aziende. Aziende sorde. Aziende, evidentemente, concentrate su altro.

Siamo noi a dover essere quel cambiamento. Per noi stesse, per i nostri figli e per la nostra vita.
Non fra vent’anni. Non fra dieci anni. E nemmeno fra cinque.

Noi donne il cambiamento dobbiamo, e possiamo, esserlo ora. Prendendo coraggio e non accettando più lo status quo come ciò che “ci tocca”. Prendendo in mano le redini della nostra vita, in un modo o nell’altro. Accettando si, ma guardando oltre.

Non facciamoci quindi abbattere da ciò che ci inducono a farci vedere. La nostra diversità è la nostra forza.
Ciò che dice Riccarda Zazzo è qualcosa di estremamente vero e da non dimenticare mai: noi mamme siamo già delle leader.
E ben venga chi, come MAAM, lo grida a voce piena. Forse a qualcuno, ai piani alti, questa voce, prima o poi, arriverà.

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