Una donna e “le altre”

C’ è molta forza ed entusiasmo in una giovane mamma che torna a lavoro dopo la maternità. C’ è l’ebbrezza di un tempo ben definito davanti a se’, tutto da dedicare ad altro. C’ è l’energia di riscoprire ciò che si è lasciato prima di diventare mamme e di ricominciare a tessere le fila del discorso laddove si era lasciato. C’ è l’eccitazione di rivedere colleghi e perseguire progetti professionali con la possibilità di immergersi completamente , senza interruzioni, senza cambi pannolini, senza dover interrompere per preparare biberon o pappine. C’ è la sensazione di essere gioco forza costrette a lasciare il bambino (al nido, ai nonni, al papà) perché mamma deve lavorare e perché in fondo in qualche modo si farà, perchè lo hanno fatto in tante prima di me , perché comunque vada ci si abituerà ai nuovi ritmi, perché è importante realizzarsi anche fuori la famiglia, perchè è giusto, perchè una persona ne ha bisogno, perchè è così che va, perchè questa è in fondo la parità dei diritti tra uomo e donna….
Si, c’ è molta forza ed entusiasmo in una giovane mamma che torna a lavoro dopo la maternità.

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Peccato che non passi molto tempo, per molte davvero lo spazio di un minuto, quello appena successivo al varcare la porta dell’ufficio, allo strisciare del tesserino nel tornello, quello dopo aver salutato i vecchi colleghi di lavoro, per capire che, probabilmente, tutto non era esattamente come lo si era immaginato. Per molte mamme, questa sensazione si materializza in cruda realtà, non appena scoprono che altre persone svolgono il ruolo che avevi tu prima di partorire, e per di piu’ vedendo che queste stesse persone sono state indirizzate a farlo con l’assoluta naturalezza di chi ti ha dato ormai per spacciata, invisibile, non disponibile, dedita orrmai ad altro, insomma, persa. C’è chi ti invita a prenderti i tuoi tempi, a riambientarti, perché sai, le cose sono diverse da prima e, peraltro, sei in part time e certe cose si possono solo gestire da chi é a tempo pieno. Anzi, le cose importanti accadono proprio dopo la tua ora di uscita. A poco vale dire che in sei ore di lavoro si riesce a fare molto e che anzi, avere un bambino ti ha insegnato a spremere al massimo ogni minuto che possa dedicare a te stessa. Ma no, non conta nulla. Lei, l’ altra, di certo non ha la tua esperienza, per carità, ma è giovanissima, non ha figli ed è a contratto e per di più sarebbe una vera stupida a dichiarare lo straordinario.

Peccato che quest’ entusiasmo iniziale, sia ancor più incrinato dai nuovi compiti che ti sono invece assegnati. Ben al di sotto di quelli di prima e che magari sono supervisionati dalla stessa ragazza precaria che faceva le medie quando tu sei entrata interna nell’ azienda, e che sicuro passerebbe anche sopra il cadavere della madre per guadagnarsi un contratto più lungo, una sicurezza in più per uno stipendio fisso, per un futuro più certo.
Peccato che la forza iniziale, sembra venir meno quando ci si ritrova isolate, dimenticate, messe da parte dai colleghi che parlano di progetti di lavoro di cui tu ormai non sei aggiornata, perche’ sai tu non c’eri.

E peccato che se tuo figlio si ammala (e se val al nido si ammala, si ammala e si ammala ancora!) il tuo sacrosanto diritto, sudato diritto di prendere dei giorni, (peraltro non retribuiti!) di malattia bambino, diritto ottenuto da quelle madri lavoratrici di una o due generazioni fa, che si sono battute mettendo a repentaglio anche il loro posto di lavoro, siano usati dalle tue stesse colleghe come un vessillo per creare un altro varco tra te e le altre, quelle che abbiamo avuto figli anche noi eppure

Per molti giovani mamme, inizialmente animate da forza ed entusiasmo, basta quindi lo spazio di una giornata partita col piede giusto, una giornata che doveva segnare un cambiamento, una bella sfida, che doveva lasciare il sapore del ma si, è dura, ma ce la possiamo fare, siamo una famiglia, per capire che almeno qui, almeno per lei, la maternità ed il lavoro saranno sempre da due parti diverse della barricata. Che le donne, sia quelle mamme che quelle che non lo sono, sia quelle che tentano di trovare un nuovo equilibrio e quelle che, non cercandolo o non trovandolo, si sono ormai abituate, non potranno far altro per sopravvivere che scegliere di schierarsi dall’una o dall’altra parte.

Lo ha ben scritto Loredana Lipperini in un libro illuminante e ancora attualissimo, individuando questo imperante divisionismo forzato tra donne, questa idea del tutto fuori dalla realtà, se solo ci si sofferma un attimo a pensarci ( ma che invece détta legge alla nostra realtà di tutti i giorni), che vede le donne schierate irrimediabilmente sempre l’ una contro l’ altra, che spinge le donne a dover per forza scegliere di appartenere ad uno stereotipo, ad una corrente, ad un gruppo, ad una squadra, azzerando così in ognuna di esse la peculiarità, l’ unicità e la diversità delle proprie esperienze e delle proprie scelte.
E che tutto quello che qualcuno ha deciso che non possa appartenere ad esso, non solo sia annullato, respinto, buttato via, ma anzi sia manifestatamente sminuito, messo in ridicolo, aggredito, usato contro altre donne, contro altri eserciti di donne. In una vera e propria battaglia tra donne, tra tutte le donne.

Scrive la Lipperini quanto le donne possano, a volte, essere le peggiori nemiche di se stesse. Ed è vero: siano esse quelle che ad esempio scelgono (o sono convinte di scegliere?) di dedicarsi alla famiglia, alla carriera o ad un ibrido equilibrismo fra le due sponde.
Un meccanismo del tutto assurdo, come assurdo è il dik-tat autoimposto di dover per forza prendere una posizione, dimenticando che questo è solo un costrutto sociale, non reale. Se solo noi donne riuscissimo a comprendere fino in fondo che questo schema risponde esclusivamente a logiche e a regole che sono convinta non ci appartengono. Ma, nonostante questo, non c’è più nemmeno bisogno di indicarcele, tanto ormai siamo bravissime ad autoinfliggercele da sole!
Un maschilismo tutto al femminile che ormai da tempo (ma siamo nel 2014, caspita!) porta anche gonne a tubino e tacco 12, che scimmiotta all’ esterno valori effeminati , ma che dentro (ultima notizia dalla dirigenza Apple e Facebook) cavalca l’ onda sbandierando la libertà di scelta delle donne ed invece promuove campagne per il congelamento dell’ ovulo. Mentre le aziende si guardano bene dal sostenere progetti e sensibilizzazioni sociali che mirino a liberare le donne da quegli stessi tabù di dover per forza scegliere da che parte stare, a quale modello conformarsi e in quale ambito concentrare tutto l’ odio, l’ aggressività repressa, figlia di questa scelta apparentemente obbligata, contro le altre categorie di donne sentite irrimediabilmente come il nemico da combattere. Insomma, il famoso buon vecchio specchietto per le allodole. Un bel favore che le donne ancora fanno al mondo, decrepito e puzzolente di marcio, del maschile al potere.

Perchè si è lavorato bene nel tempo, questo si, nel trasformare il sacrosanto diritto alla parità tra i sessi e la libertà per cui si sono battute le nostre madri appena cinquant’anni fa, alla scelta, democratica e politically correct, di quale etichetta scegliere per se stesse tra quelle a disposizione, quale eroina di donna eleggere come musa ispiratrice: quella che i figli non se li può permettere altrimenti perde tutto ciò che si è conquistata faticosamente sul posto di lavoro, oppure quella dolce e nostalgica della donna che si sacrifica sull’ altare della maternità naturale (sono mamma ergo sono) oppure quella che ce la può fare, con il tailleur e il ferro da stiro in mano, con un bambino in braccio e alla tracolla la borsa da manager.
Le mamme ce la fanno, è il titolo di una (nuova!) uscita in libreria, nata dalle dita frenetiche di una politologa italiana e, nel frattempo, mamma di due bambine.
Ma davvero noi donne sentiamo ancora, dopo anni di battaglie, di riflessioni, di dibattiti, di fustigazioni, di immense gioie e di innumerevoli dolori, di femminismi e di discriminazioni, la crudele necessità di schierarci le une contro le altre?
Ce la possiamo fare, si. Ma a fare cosa?

Ad essere brave e sante, qualunque sia il nostro gruppo di appartenenza?
Ad essere ancora una volta ciò che gli altri vogliono che siamo?
Gli altri: il padre, il marito, l’ amante, il capoufficio, il presentatore, la pubblicità … ma (perchè non ci facciamo mancare nulla) anche la mamma, l’amica, la valletta, lo sponsor, la suocera, la collega, la dirigente, la vicina di casa.

Perchè in fondo in questo noi donne siamo brave: a farci dire cosa essere.

Davvero è questo il nostro unico, vincente, innato talento?

Bisogni e desideri. La mia personale spirale compulsiva.

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Nell’ultimo anno, dopo un burrascoso ritorno al lavoro, sono stata preda di alcuni spiacevoli comportamenti compulsivi.
Questi comportamenti si sono attuati in due sfere apparentemente distinte: quella del cibo e quella del denaro. Riflettendoci, tanto diversi non sono: infatti sia il cibo che il denaro hanno a che fare con la smania di possesso di un oggetto, che sia esso un pezzo di pizza o l’ultimo gadget da acquistare.

Espressioni di un disagio personale più profondo, questi comportamenti hanno di certo origine nella mia interiorità e nel mio desiderio inconscio e irrefrenabile, seppur passeggero, di trovare un conforto in risposta a situazioni stressanti e generatrici di tensioni che ho vissuto e che sto ancora vivendo principalmente sul posto di lavoro. Il cibo e lo shopping paiono infatti “capirmi”. A loro posso confessare senza remore tutta la mia infelicità, tutta la mia rabbia, tutto il mio vittimismo e anche tutta la mia inadeguatezza di mamma. Anche se poi, non appena appagato il desiderio del momento (un altro biscotto, un altro panino, un altro libro, un altro capo di abbigliamento), in verità non ottengo alcun effettivo conforto. Anzi, mi ritrovo a dover gestire altre emozioni negative: senso di colpa, senso di vuoto, disprezzo per me stessa. E cosi’ via….fino al prossimo desiderio da appagare, fino al prossimo passo in una spirale senza senso che mi stava portando sempre più in basso.

Ma come distinguere un bisogno vero da un desiderio passeggero? E se appagare i desideri non aiuta ad appagare il vero bisogno dietro ad essi, esiste un modo per soddisfare un bisogno sincero?

Feelings come and go like clouds in a windy sky. Conscious breathing is my anchor.

― Thích Nhất Hạnh.

Credo che il bisogno si caratterizzi per nascere da una sincera necessità (interiore o concreta, per la psicologia hanno pari dignità) : nel mio caso è il bisogno di essere confortata durante un lungo e (tutt’ora) faticoso periodo professionale negativo.
Mentre invece il desiderio è un’ emozione, una voglia, una reazione all’ urgenza di rispondere ad un bisogno, tramite un meccanismo di compensazione, ovvero il desiderio, cioe’ un appagamento sostitutivo. Paradossalmente quindi il desiderio nasce da una cattiva interpretazione del vero bisogno. Ed inoltre questa mistificazione ha origine da un sottostante malinteso: l’ inconsapevole automatismo (sentito come una assoluta necessita’) di appagare il bisogno. Ho bisogno di conforto, quindi mangio. Il mezzo (il desiderio, la cosiddetta “voglia”) con cui la risposta si attua, proprio perchè non risponde sinceramente ad un bisogno ma è un suo palliativo, e’ variabile di persona in persona, da situazione in situazione e quindi, sorprendentemente, ha poca importanza.

Sciogliere questo nodo invisibile non e’ un processo semplice, ma mi sta aiutando a conoscere meglio il vero bisogno che si e’ nascosto per sin troppo tempo dietro futili desideri del momento. Credo che sia proprio questo quello che il Buddismo definisce il superamento del desiderio. Superamento, non annientamento. Il desiderio nasce, vive, è presente. Ma si guarda ad esso con sguardo partecipato, consapevole. Sentire il desiderio non pretende una reazione o una risposta, ma semplicemente un riconoscimento del bisogno ad esso sotteso.

Sto cosi’ cominciando a prestare più attenzione ai miei automatismi, alle mie pratiche inconsapevoli. E allora mi sono chiesta con sincera curiosità cosa possa mai accadere di cosi’ grave nel concedermi un momento di pausa prima di agire una delle mie ossessioni. Ho cominciato ad inserire un respiro, due respiri di riflessione prima di avventarmi su quel pane, prima di cliccare su quel link. E a sentire che cosa veramente fosse quella voglia: che colore ha, che forma ha, dove lo sento: nel cuore, nella pancia, nel collo, nella testa. Con mio grande stupore, già questo atteggiamento di ascolto, mi sta aiutando a diminuire l’impulso di agire compulsivamente e sta contribuendo ad instillare in me il dubbio che sia assolutamente necessario trasformare la mia voglia in azione. Contenere il desiderio, osservarlo per quello che e’, cioe’ semplicemente un’ emozione del momento, una nuvola che passa nel cielo come dice Thich Nhat Hanh. E il desiderio, piano piano, volta per volta, perde forza e si smonta da sè, senza necessità di alcun vero intervento.

Non servono atti di volontà, ma semplicemente portare luce laddove non si vedeva prima a sufficienza: un bisogno da accogliere con calma e compassione. Una parte molto profonda di me, vuole essere solo ascoltata, solo riconosciuta, solo presa in considerazione. Non pretende che io smonti il mondo per lei, vuole solo sapere che io la sto ascoltando. Vuole solo che io la rassicuri, un respiro alla volta, che, nonostante mi senta cosi’ spesso depauperata nella mia attuale esperienza professionale, sono invece ancora cosi’ viva dentro e cosi’ presente, con i miei sogni, con le mie passioni, con i miei talenti e col mio unico modo di vivere la vita.

La mia storia

L’ultimo post di VDM risale al marzo del 2013. Quasi un anno e mezzo fa.
Un tempo enorme. I miei due figli più grandi frequentavano ben due classi di meno e il più piccolo aveva da poco cominciato a camminare. Più della metà della sua vita è quindi passata senza che io pubblicassi più nulla su VDM.

Il motivo per cui è successo questo non è sintetizzabile in un post e nemmeno ho voglia di spendere tempo a provarci. So che sarebbe comunque riduttivo e non completamente sincero.
Ciò che posso però dire è che nel tempo, gradatamente, VDM stava sempre più diventando l’immagine di ciò che io fortemente volevo rappresentare di me stessa, più che la vera me stessa. Non c’è stato intento disonesto o intenzionale nel perseguire questa china, perchè per prima stavo mentendo a me stessa. Ed infatti non rinnego assolutamente nulla di quello che ho scritto. Anzi, rileggendomi, mi chiedo spesso dove abbia mai trovato la lucidità di trascrivere in parole la complessità del periodo che stavo vivendo.

C’èra una volta quindi, una mamma che ben si comportava e che, pur essendo la mamma dei miei sogni, non era al 100% quello che io sono ora. Questa supermamma, come alcune con mio grande stupore solevano chiamarmi, stava fastidiosamente cominciando a non lasciare più spazio a ciò che sarebbe stata di lì a poco la differente realtà dei fatti.

Ricominciare a confrontarsi con il lavoro è stato in effetti un duro colpo a questa idea istintivamente romantica della maternità e del mondo ad esso correlato.
E questo shock, seppur prevedibile e previsto, si è rivelato più duro di quanto pensassi, tanto da far vacillare per qualche tempo addiriittura l’ intrinseca bontà di quei valori. Un sovversivo senso di inadeguatezza si è progressivamente aperto un varco dentro di me, portandomi dritta dritta verso la destinazione dell’infelicità esistenziale.

Così, alla soglia dei 40 anni, ho iniziato a chiedermi chi veramente fosse la persona dietro questa parola così importante: mamma.
Nonostante il continuo e incommensurabile amore verso i miei figli, ho improvvisamente cominciato a sentire sulle mie spalle tutta l’irreversibilità di questo ruolo e la sua complessità. Ho comiciato a guardare con occhi diversi al mio passato di donna e ho speso moltissimo tempo a ripercorrere alcune tappe significative della mia vita, chiedendomi sinceramente se avessi agito ogni volta con sufficiente consapevolezza.

Pur nell’estrema confusione di quei momenti, non ho mai dubitato della bontà della mia scelta di sposare mio marito e avere dei figli. Questa spinta fa parte del mio corredo genetico, credo. Ma ho rimpianto invece di non aver speso sufficiente tempo prima dei figli a testare i miei talenti, a superare le mie paure di non essere sufficientemente brava a farcela da sola, a cercare la mia strada professionale. Ho d’altro canto osservato che ogni volta invece proprio le maternità mi abbiano permesso di scoprire quanto (tanto!) avevo da dare al mondo: una vera esplosione di creatività, curiosità, entusiasmo e passione per la vita.

Per parecchi mesi queste riflessioni mi hanno letteralmente ossessionato, cancellando qualsiasi altro interesse. So di non essermi mostrata al mio meglio come moglie, mamma, figlia e amica. Ma questo momento di forte depressione ha avuto l’importante effetto di spazzare via ciò che non era più rispondente ai miei bisogni. Ed ora, piano piano, non so nemmeno veramente come e perchè, sono affiorati alcuni elementi positivi e, con essi, anche la voglia di riscrivere sul blog.

Nulla apparentemente è cambiato: i problemi col lavoro sono sempre gli stessi, i miei dubbi rimangono sempre tali, le difficoltà sono continuamente in agguato. Ma il mio modo di guardare ad essi è differente. Mi fido più di me stessa, mi affido maggiormente alla vita cecando di superare supposizioni, strategie e preconcetti. Mi concedo di più a tutti coloro che mi vogliono bene per quello che sono: la mia famiglia, i miei amici e tutti coloro che si mostrano con cuore sincero nei miei confronti.
E soprattutto so di essere amata, di essere stata voluta qui, in questo mondo, in questa forma, con questa vita.

Cosa sono io e cosa sia diventato VDM ancora non l’ho ben afferato. Ma sono serena nell’ammettere che va bene così.
E’ tornata la voglia di confrontarsi nuovamente col mondo della rete, col mondo delle mamme blogger. Un mondo che guardo ora con occhi diversi, magari un po’ più disincantati verso alcune pericolose esasperazioni o riduzioni del mondo materno. Ma sono anche occhi più consapevoli di ciò che veramente di buono e autenticamente sincero c’è dentro e intorno a me.

Ringrazio quindi voi tutti, lettori conosciuti e sconosciuti, che avete commentato e popolato VDM anche nel periodo della mia assenza.
Ho molta voglia di continuare a conoscervi e spero che anche voi abbiate voglia di scoprire, insieme a me, cosa sta diventando VDM.