Stagioni

James Abbott McNeill Whistler (1834–1903), “Arrangement in Grey and Black No. 1”, aka “Whistler’s Mother”, oil on canvas, Summer 1871

Quando impareranno a mettere le scarpe al loro posto?

Possibile che devo ricordare ogni sera di lavarsi i denti?

Quando la finirano di lanciare i calzini sporchi dal letto prima di mettersi sotto le coperte??

Quando sono in casa passo intere giornate a pulire la tavoletta del bagno, vittima di troppi centri mancati, a passare l’aspirapolvere sotto al tavolo prima che il mio piccolo si mangi tutte le briciole residue dell’ultimo pasto, a caricare lavatrici e a raccapezzare mutande e vestiti lasciati per terra, a pulire sederini sporchi e a raccogliere continuamente oggetti da terra, cercando di ritrovare ogni volta il loro posto….

Mentre gattono rincorrendo quel buffo birbaccione urlante di risate isteriche di gioia e eccitazione, il mio sguardo si sofferma sulle manate unte sul vetro della finestra del salone e sul variegato habitat di oggetti non bene identificati che giacciono nascosti sotto il divano.

Presa dalla persistente ciclicità di compiti mondani delle mie giornate casalinghe, i miei occhi smettono di guardare e le mie orecchie di prestare ascolto. Si assopiscono nel passare oltre, nel pensare al dopo, nel rifuggire dall’ora.

Per quanto stancante, debilitante e infinito possa sembrarmi questo momento della mia stagione di mamma di tre maschietti di 1, 6 e 8 anni, questo momento domani non ci sarà più, sarà finito.

Come ora devo ricordare con non poca concentrazione come era stato cullare il mio primo figlio, come era stato accompagnare con la mano il mio secondo che muoveva i primi passi e, solo sei mesi fa, le lunghe sedute di poppate del mio terzo figlio sul divano, tra pochi attimi mi chiederò di riportare alla mente la sensazione mattutina di avere un’intera giornata piena si di compiti mondani, ma emotivamente libera dai fardelli di preoccupazioni gestionali e dagli stress lavorativi della mamma pendolare.

Sapere che quella prima parola detta a mezza bocca l’ho sentita, che quel passo incerto l’ho testimoniato, che quella risata corale (per cosa, poi?) sulla strada bagnata, di ritorno dalla scuola, l’abbiamo vissuta insieme, che quel dolce peso sull’anca destra e l’abitudine a far tutto con una mano sola erano la mia normalità…

Un giorno piangerò di nostalgia al ricordo di quel continuo piegarsi sulle ginocchia ruvide e screpolate a forza di gattonare rincorrendo piedini veloci e a chinarsi a raccogliere macchinette.
Un giorno le mie ginocchia saranno tremendamente liscie e morbide, il mio seno sarà di nuovo completamente vuoto e questa volta non per un periodo della vita, ma lo sarà per sempre.

Aiutami Signore ad amare tutte le stagioni della mia vita, ad accogliere il ciclico avvicendarsi dei mie compiti mondani con animo paziente e a preservare con cuore attento e consapevole quei momenti quotidiani che ora paiono infiniti, ma che invece un giorno mi sembrerà di poter contare sulle dita di una mano.

Aiutami ad amare tutto, il bello e il brutto, l’eccitante ed il noioso, ciò che sembra esaltare la mia natura e ciò che mi sembra non padroneggiare mai.

Aiutami ad affidarmi a Te, ai piani che hai scritto per me. Ad amare la mia famiglia donandomi a loro completamente, senza bisogno di ricompense, oltrepassando il mio egoismo e servendoli con cuore puro come hai fatto Tu.

Perchè questi giorni, presto, non saranno più.

L’amore che cambia

Quando questa foto è stata scattata, nè la ragazza nè il ragazzo avevano la più minima idea di come la loro vita sarebbe diventata…15 anni dopo.
Una casa di proprietà, due macchine, due lavori, una vita fuori città, ma soprattutto un matrimonio e ben tre figli a rivoluzionare ogni volta gli equilibri e smentire ogni volta pianificazioni, concettualizzazioni e priorità.

Quando questa foto è stata scattata, il romanticismo prevaleva sulla realtà, il tempo libero su quello delle necessità, la sicurezza delle proprie opinioni sulla concretezza del presente.
Non avevano bene in mente dove volevano arrivare e, benchè molto innamorati, ognuno guardava al futuro come a qualcosa che aveva connotati individuali e personali.
La loro idea di unione era quella della convivenza: la convivenza di spazi, di interessi, di passioni, di spese e di bollette, ma soprattutto la assoluta necessità di essere vicini. In coppia, insomma.

Con la convivenza è arrivata anche, a gradi, la conoscenza: la conferma delle meravigliose virtù, che li avevano fatti innamorare uno dell’altra, ma anche delle proprie uniche abitudini e inclinazioni. E soprattutto, dei primi difetti: da quelli più piccoli come il fatidico dentrificio lasciato stappato, al broncio appena alzati, all’essere permalosi, al lasciare pile di vestiti accatastati su una sedia, fino a quelli più evidenti sul modo diverso di approcciarsi ai problemi, di relazionarsi con la propria emotività e con gli altri fuori dalla coppia.

Quando questa foto è stata scattata, avevamo da poco deciso di metterci insieme, perchè ci sembrava giusto ufficializzare che ci amavamo e ci pareva un atto dovuto che anche gli altri accanto a noi lo sapessero.
Un po’ come fanno i cani, quando marcano il territorio.

I nostri litigi, quelli che c’erano, erano sempre connotati dalla esagerazione emotiva, senza mezzi termini. Una volta, in piena notte, uno di noi due ha anche raggiunto la stazione e pensato di prendere un treno per Parigi e rifarsi una vita.

Ma quel treno non è stato mai preso. Anzi, di lì a poco, ci siamo anche sposati.
Quasi dieci anni fa.

Non mi vergogno di ammettere che i motivi per cui abbiamo scelto di sposarci in chiesa, fossero sentiti principalmente da parte mia e che questi motivi vivessero di ragioni pratiche e sociali, più che spirituali. Di certo, sentivo forte il richiamo intrinseco a voler che Dio testimoniasse la nostra unione e la rendesse unica. Ma per tutto il resto, pensavo al matrimonio come un’ unione civile, regolarizzata socialmente e giuridicamente. Abbiamo anche partecipato ad un corso pre-matrimoniale, organizzato dalla parrocchia, ma trovavamo del tutto fuorviante che a parlarci di matrimonio fosse un prete, che ovviamente, non poteva che parlare di esso per sentito dire.

Non avevamo assolutamente idea che con il tempo, con l’arrivo dei figli, con le sfide quotidiane che come famiglia ci siamo trovati ad affrontare in questi dieci anni – le disillusioni, le ingenuità, le sofferenze, le preoccupazioni e le infinite , enormi gioie che abbiamo provato insieme – ci potessero cambiare entrambi così fortemente.
E che questa volta, ci cambiassero insieme, come un solo corpo, come una sola unica anima.

Ciò che infatti col tempo si è posto gradualmente davanti a noi, è che il matrimonio ha avuto quasi sempre poco a che fare con principi pratici, strategie, modelli di comportamento o di riconoscimento sociale, ma che invece si sia caratterizzato come uno dei principali campi in cui entrambi, uniti indissolubilmente nel nostro cammino terreno, esercitiamo quotidianamente una pratica di tipo prettamente spirituale.
Ognuno di noi nel rapporto con l’altro, attraverso i disappunti, i nervosismi, le discussioni, e le proprie cattive abitudini (purtroppo, almeno da parte mia, puntualmente appagate), si confronta in fondo alla fine sempre con se stesso, con la propria caducità, con la propria imperfezione. Insomma, con il proprio egoismo.

Allora, quel che mi chiedo a questo punto è se Dio, invece semplicemente di testimoniare la nostra unione, avesse invece avuto l’idea di unirci in matrimonio per renderci più vicini a Lui.
Se avesse avuto il piano di andare oltre la nostra felicità contingente, i nostri appagamenti narcisistici, per permetterci, attraverso le difficoltà, gli ostacoli, i dissapori che la vita ci ha posto a volte davanti, di conoscere e avvicinarci insieme a logiche che pochissimo hanno a che fare con i valori terreni.

L’amore romantico, fatto di sospiri, battiti accelerati e desiderio proprompente di soddisfazione personale e di possesso (del corpo dell’altro, della propria idea su quella dell’altro, ma anche della propria sicurezza a scapito di quella della realtà circostante) non ha alcuna elasticità. Ed è, come molti poeti hanno ben detto, cieco. Non vede che se stesso.

L’amore maturo, quello che sottosta ad ogni buon matrimonio, ha invece il dovere di allungarsi, adattarsi e cambiare direzione, per confrontarsi quotidianamente con la imperfezione della condizione umana. Essere sposati, ha forzato ognuno di noi a fronteggiare alcune problematiche caratteriali che, altrimenti, credo non sarebbero potute venire alla luce.

Ecco che quindi il matrimonio diventa l’ambito spirituale per eccellenza in cui, giorno dopo giorno, sguardo dopo sguardo, ci confrontiamo con il nostro egoismo e con la necessità del sacrificio di sè per l’altro.
Spesso nelle relazioni di coppia, sembra che l’idea di sacrificio abbia assunto tali connotati negativi, da far temere piú alle persone di essere dipendenti dall’altro, che di agire e di essere percepiti come egoisti. L’individualismo ha preso orgogliosamente il posto della cura dell’altro.

Quel che mi chiedo è allora, se spesso non stiamo chiedendo troppo al matrimonio.
Se, atttaccati ad un’ottica strettamente individualista, ci aspettiamo che l’altro sopperisca all’arduo compito di colmare il nostro vuoto spirituale.

Quello che penso è che non possiamo aspettarci che il matrimonio riempia un ambito che solo un rapporto spirituale – che per me personalmente è con Dio- può permettersi di colmare. La crescita spirituale è il nostro senso umano, il nostro scopo e senso ultimo del nostro passaggio terreno. Il matrimonio è semplicemente il contesto in cui esso, con la grazia e con la consapevolezza dell’unicità e indissolubilità della nostra unione davanti a Dio, si è fatto gradualmente strada man mano dentro l’anima di quel ragazzo e di quella ragazza della foto di 15 anni fa.

Oggi, mi sento di dirlo a nome di tutti e due, l’amore che proviamo l’uno per l’altra, ha un valore incommensurabilmente più alto di quel tempo, perchè ha un senso completamente differente.
Ci amiamo perchè, dopo l’infatuazione dei primi anni, abbiamo volontariamente scelto di continuare a farlo. Ci amiamo perchè sentiamo fermamente di appartenerci nel profondo.
E siamo consapevoli e ampiamente grati a Dio di aver voluto questo per noi.

Buon 15esimo San Valentino, amore mio!

La strada della semplicità

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Non è  una novità, per chi segue questo blog da qualche tempo, sapere che uno dei miei principali obbiettivi personali, sia quello di vivere il più  possibile una vita familiare consapevole, in cui ogni giorno possa essere accolto come l’ opportunità unica e irripetibile di vivere con intenzione al meglio delle proprie possibilità.
A volte peró, sono così avvolta dal turbinio di impegni, pensieri, desideri, obblighi che mi sembra quasi di soccombere e di perdere completamente l’orientamento.

Ho già parlato, riferendomi a questo concetto, dell’ utilità strategica di una mappa di viaggio, strumento che  reputo utilissimo per orientare il proprio bisogno di consapevolezza in specifiche direzioni pratiche.

In questi momenti di confusione infatti, diventa necessario fermarsi un momento a riflettere su quali siano i valori essenziali che ci guidano in questo irripetibile viaggio quotidiano, le azioni che consideriamo imprenscindibili per la salute e il benessere nostro e della nostra famiglia e quelle che siamo pronti ad abbandonare senza tanti rancori.

Questo cammino, per noi in famiglia, si sta sempre più orientando verso la scelta di vivere il più semplicemente possibile.

Ma cosa intendo con semplicemente?
Per quanto ci riguarda, vivere semplicemente significa, onorare con rispetto e gratitudine i doni che ci sono stati concessi: siano essi quelli del pianeta in cui viviamo e della natura che ci circonda, ma anche i talenti e le abilità o le propensioni personali che ci contraddistinguono, attraverso le quali possiamo interagire qualitativamente con il nostro prossimo, visto che va da sè che, in accordo con questa scala di valori, nessun dono può veramente considerarsi tale se non é volutamente e volontariamente condiviso o messo al servizio degli altri.

Vivere semplicemente è quindi un modo di tradurre nella pratica quotidiana quella mappa delle intenzioni su cui, come in un’orchestra, noi membri della famiglia, ci accordiamo all’unisono su una stessa coerente tonalità. Questi principi del vivere semplicemente si attuano infatti , come ben dice qualcuno: nel vivere olisticamente in linea con i propri valori esistenziali. Ovvero, con consapevolezza.

Per la nostra esperienza, ad esempio, vivere semplicemente si traduce nel progressivo avvicinamento a pratiche di vita quotidiana che cerchino di rispettare il piú possibile l’ecologia e l’ecosistema del nostro pianeta: piccoli accorgimenti giornalieri che crediamo, in barba ai pessimisti e agli scettici, possano fare, sia nell’immediato che sulla lunga distanza, la loro bella differenza: come ad esempio usare i pannolini lavabili invece di quelli usa e getta, oppure passare progressivamente ai detersivi meno inquinanti per l’ambiente e per noi stessi, o tutelare la nostra salute attraverso il cibo che mangiamo, scegliendo materie prime che siano nate e cresciute in ambienti il più possibile rispettosi dei modi e dei tempi che sono consoni ad esse.

Ma vivere semplicemente significa anche, e soprattutto, scegliere coscientemente di modificare la propria velocità e adattarsi a nuovi ritmi che possano aiutarci ad esercitare al meglio l’intenzionalità delle nostre azioni.
Accettare ad esempio, che ogni giorno sia fatto, nonostante i nostri strenui sforzi, di un numero finito di ore. E che il bisogno di produttività, debba essere sempre considerato secondario rispetto al valore dei rapporti emozionali e interpersonali.

Capisco cosa state pensando, perché lo penso anche io: vivere semplicemente a volte, sembra essere assolutamente complicato!

E’ infatti questa la sensazione che si prova se si incappa nel’errore di voler radicalmente cambiare le proprie abitudini e stili di vita tutti in una volta e tutti assieme.
E invece anche qui, é necessario un cambiamento di paradigma: perchè il cambiamento, per essere considerato tale, richiede tempo, pazienza e concentrazione.

“A journey of a thousand miles, must begin with a single step” diceva Lao-Tzu.
L’importante in questi ambiti, non é tanto camminare per arrivare alla meta, quanto procedere con l’ intenzione di raggiungerla, passo dopo passo.

Perciò a piccoli passi, con piccoli gesti quotidiani, la nostra famiglia si é volontariamente incamminata per questo sentiero.
Si, perchè anche se molti comportamenti virtuosi tendono ad essere più complicati a dirsi che nella pratica, é pur vero che ognuno di essi sottende una volontà chiara e precisa alla sua base: quella volontà che consente di superare l’iniziale disagio di abbandonare le vecchie strade consuete, per imparare nuovi modi di agire e per perseguire in essi quel tanto che si deve, finché non diventino pratiche acquisite.

Tanto piú che molte di queste, infatti, pur essendo semplici, prevedono tempi diversi rispetto a quelli a cui siamo abituati. Non piú ampie e nemmeno più dispendiose in termini di energie, anzi, tutt’altro.
Semplicemente si caratterizzano per essere azioni qualitativamente diverse in termini temporali. Queste pratiche richiedono infatti, una pianificazione a priori. Come era abitudine dei nostri antenati. Dietro ognuno di loro comportamenti infatti c’era un’organizzazione, ovvero un’intenzione, una consapevolezza, appunto.

Prendiamo ad esempio la pratica di fare il pane in casa: non richiede più di un quarto d’ora di impegno manuale (preparazione degli ingredienti, impasto, reimpasto e messa in forma), ma il tempo di preparazione totale può anche richiedere 12-24 ore, secondo i gusti e le preferenze di ognuno.
E quel che si ottiene, è un pane che qualitativamente, sia nel gusto che nel contenuto nutritivo, è assolutamente inconfrontabile con il pane industriale preconfezionato.

E questo è solo un piccolo esempio, dei tanti che si potrebbero citare. Ma non voglio rovinare la sorpresa!

Infatti, nelle prossime settimane, vi renderemo partecipi del nostro viaggio familare all’insegna del vivere semplicemente.
Progetti e strategie per scalare insieme quella che, a molti prima di noi, è sembrata essere una ripida salita verso il picco di una montagna invalicabile, ma che invece noi proveremo ad affrontare concentrandoci sul panorama meraviglioso che assaporiamo durante il nostro emozionante cammino.

Passo dopo passo.