Auguri di buona Pasqua!

Giotto, Noli Me Tangere, Cappella degli Scrovegni, Padova.

Oggi, è Venerdì Santo e voglio cogliere l’ occasione per ringraziare tutti quanti voi, augurandovi una Pasqua di pace e serenità.
Spero che la Pasqua possa portare in tutti noi una rinascita, un nuovo inizio, che possa ricaricarci spiritualmente e possa darci l’opportunità di fare un piccolo bilancio della nostra vita, verificando se le nostre priorità interiori siano poi realmente rispettate nelle nostre azioni di vita quotidiana.

Vorrei lasciare a tutti una preghiera di S. Francesco al crocifisso di S. Damiano, che io e i miei figli amiamo particolarmente e che da qualche giorno, recitiamo insieme prima di dormire:

O alto e glorioso Dio,
illumina le tenebre del cuore mio.
Dammi una fede retta, speranza certa,
carità perfetta e umiltà profonda.
Dammi, Signore, senno e discernimento
per compiere la tua vera e santa volontà.
Amen.

Buona Pasqua!

P.S.: Questa settimana viste le feste, il consueto menù settimanale è sospeso. Riprenderà dalla settimana successiva.

La porta stretta

Portastretta

Entrate per la porta stretta, poiché larga è la porta e spaziosa la via che mena alla perdizione, e molti son quelli che entrano per essa. Stretta invece è la porta ed angusta la via che mena alla vita, e pochi son quelli che la trovano. (Matteo 7:13-14).

Papa Francesco in questo ultimo periodo è tornato con inistenza a parlare della famiglia. Del compito di essere genitori e di mettere al mondo figli. Mi riferisco in particolare a due dichiarazioni che il Papa ha rilasciato sulla genitorialità consapevole e sui figli come risorsa di futuro in una società depressa. Credo che nel momento odierno, almeno in Italia, almeno nella zona dove io vivo, ovvero la periferia di Roma, scegliere di fare tre figli sia stato scegliere la porta stretta. Nella nostra vita di coppia, altre volte abbiamo scelto la porta stretta rispetto alla via maggiormente battuta dai nostri coetanei. Nessuno ci ha obbligato a fare quelle scelte. Le abbiamo decise entrambi senza grandi difficoltà, fidandoci della vicinanza di Dio nel nostro progetto e l’uno dell’altra.

Alcuni giorni fa, un padre spirituale durante un pomeriggio di condivisione tra famiglie cristiane, ha portato fuori nuovamente questo concetto, ricordando che ricercare la porta stretta, permette di vivere sicuramente qualcosa di profondo.

Si stava parlando della vicenda di Sansone e Dalila. Storia molto ostica, strana, condita con moltissimi elementi discordanti rispetto alle altre vicende bibliche. La storia di Sansone è la storia di un disegno divino nato e cucito addosso a lui. Ma perchè esso si compia, la sua vita sarà costellata di violenza, di sangue, di dolore. Sansone nasce con lo scopo di distruggere i FIlistei. Tanto è importante questo compito vendicativo di Dio verso i Filistei, che Dio sembra assecondare l’arroganza e la rozzezza di quest’uomo, pur di arrivare allo scopo. Ed Ecco Dalila. Donna Filistea che dopo averlo sposato, trama alle sue spalle per scoprire il suo punto debole e consegnarlo ai suoi fratelli Filistei. E Sansone? Sansone cede, sedotto dalla bellezza della donna, ma soprattutto così preso dalla sicurezza del voto di matrimonio con cui a lei si è legato, da riverlarle anche il più intimo e inconfessabile segreto della sua forza divina. Sansone si consegna totalmente a Dalila, abbandonando e quindi tradendo il progetto che Dio aveva su di lui. Tagliati i suoi capelli e vinto, Sansone viene incarcerato, accecato, costretto al girare la ruota della macina incessantemente, ma alla fine trova comunque la sua terribile, divina, vendetta. La mano di Dio si posa nuovamente su di lui, che implora il Signore di dargli un’ultima volta la forza e il destino divino si compie: muoia Sansone con tutti i Filistei, schiacciati tutti sotto il peso del loro terribile comune destino.

Questa storia è come una sorta di puzzle il cui disegno si svela pienamente nei versi finali, in cui tutti i pezzi della vita di Sansone, tutti i personaggi che hanno animato la sua storia, in qualche modo si ritrovano testimoni dell’ ultimo, culminante momento. Perchè la via che Dio ha tracciato per noi, seppur tradita, ci condurrà comunque alla Sua porta stretta.

Probabilmente ci arriveremo per un’altra strada, il cammino non sarà lineare, ma tortuoso, angusto. Dietro questo non è sempre facile scorgere la fedeltà di Dio, ma intravedere in qualche modo all’ orizzonte quella porta stretta, sentire il disagio della perseveranza, nonostante tutto e tutti, a volte ci indica che siamo nella giusta direzione per compiere quel destino, quel progetto.

Questo episodio biblico, in qualche modo, mi calza a pennello. Mi arovello infatti ormai da molto tempo su questi argomenti. Quale è il disegno che Dio ha voluto per me? Per quale scopo, per quale destino ha forgiato la mia anima? A quale bivio mi sta aspettando? A quale porta stretta mi sta conducendo?

La via larga è la più battuta. Per me è la via che permette all’altra vita, quella degli affetti, dei figli, della famiglia, di esistere e di continure a sopravvivere. E’ la via della sicurezza economica. Ma è anche, purtroppo, la via estenuante della macina che gira trainata da un eroe cieco e sconfitto.

Contemporaneamente, mi arrovello sul perchè invece io sia così arrogante ed egoista da non potermi accontentare di quella porta larga e, in fondo, anche più comoda. Che male in fondo c’è nel calpestare la via battuta, sentirsi sereni con quella sicurezza, seppure non è quello che sento di volere nel profondo di me stessa? Quanta arroganza ed egoismo c’è nell’ostinarsi a dire di no a quello che sarebbe così semplice, tranquillo e anche necessario per la serenità di tutta la mia famiglia?

Questa ostinazione mi snerva. Mi forzo e mi sforzo nel portare la mia croce. Come facciamo tutti, in qualche modo. Di questo sono assolutamente certa. Ognuno porti la sua croce, si dice appunto, a ragion veduta. Ed è per questo che mi sforzo di superare il mio innato vittimismo per abbracciare uno sguardo più ampio e collettivo.

D’altrocanto, devo però ammettere con me stessa che sono anche molto stanca. Anzi, a dire il vero, sono proprio esausta. A volte, mi piacerebbe ripulire la mia mente da questa nebbia di pensieri ossessivi e semplicemente affidarmi a Dio. Andare avanti. In qualche momento mi sembra di riuscirci, per poi svegliarmi nuovamente,  intontita dalle mie ossessioni che ritornano a parlarmi.

Ed è soprattutto in questi momenti che, nonostante tutto il bene che le persone e la vita mi dimostrano, mi sento sola. Mi sento abbandonata. Ed eccolo, di nuovo, il vittimismo.

Ma forse questa volta è un bene: perchè Sansone solo quando è caduto in ginocchio e ha chiesto a Dio di ricordarsi di lui, ha capito veramente da chi arrivava la sua vera forza.

Ed alla fine, quel che davvero non riesco ancora a capire è se la mia croce sia il sacrificio di perseguire la via larga per assecondare la serenità di tutti (ma non la mia) o se invece la mia croce sia proprio questo continuo, ossessivo arrovellarmi. E se così fosse, che cosa devo imparare ancora da questa estenuante esperienza?

Forse che passare per quella porta larga, è effettivamente la mia porta stretta?

Noi due e i nostri “si”.

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Stiamo entrando nella settimana di San Valentino. Una data a cui si pensa spesso come un ennesimo appuntamento commerciale, di facciata se così vogliamo chiamarlo. E sinceramente, noi due come coppia non l’abbiamo mai sentito come una festività da celebrare. Ma da qualche anno a questa parte, man mano che sono arrivati i figli e che le occasioni per stare insieme solo noi due si sono fatte sempre più rare, stiamo invece scegliendo di festeggiarlo.

Devo dire che sinora non c’è stata davvero occasione di farlo fuori casa, con una cena a lume di candela o quant’altro. Anche perchè probabilmente non c’è nulla di più illusorio che pretendere di stare da soli in un ristorante la sera di San Valentino, seppure fossimo stati così previdenti o fortunati da trovare un tavolo da due in serate così frequentate.

I nostri festeggiamenti riguardano invece una sfera più intima e personale, che ha che fare con il confronto e con la riflessione di coppia.
Quest’anno, nello specifico, sto riflettendo su alcuni aspetti che riguardano il mio rapporto con lui e il significato di alcuni miei comportamenti nei suoi confronti.

Sto parlando del “si”, del voto che ci siamo scambiati e promessi nel giorno del nostro matrimonio. Ricordo che, nel periodo precedente alle nozze, quel fatidico “si” pesava enormemente sui nostri cuori. Una scelta importante, quel si, che avrebbe cambiato la nostra vita. E lo ha fatto. Ma con mio grande stupore, mi sono resa conto che quello non era che il primo di milioni che ci saremmo scambiati da quel giorno in avanti.

Più passa il tempo, più ci rendiamo conto che la vita nel matrimonio è una scelta continua verso il si.

Mi sono quindi chiesta: se ho promesso di amarlo e onorarlo in ogni giorno della mia vita, quanti si gli sto davvero dicendo?

Riflettendo su questo e guardando alla mia vita quotidiana, mi sono accorta invece che la parola che maggiormente uso con lui è “no“. Questi “si” sono davvero rari e circoscritti.
Non che io non dica mai di si. Anzi. Durante una tipica giornata i miei “si” sono tantissimi: rispondo “si” ai miei superiori e ai miei colleghi a lavoro, ai miei figli, alle mie amiche, anche al passante per strada che mi chiede un’informazione.

Ma quando arriva il turno di mio marito la mia bocca indulge invece nel dire quasi sempre no. Decisioni, opinioni, battibecchi, organizzazione, progettazione …quasi sempre no. Eppure è lui la mia relazione per eccellenza, quella a cui ho promesso davanti a Dio di dire ogni momento della nostra vita insieme “si“.

Ma quanto mi costa davvero dire un “si”? Credo  che tutto parta da alcuni comportamenti poco consapevoli, dettati più da emozioni del momento che da veri sentimenti: stanchezza, nervosismo, ansia, preoccupazione. Ma solo portare un poco di attenzione dove si è andati il più delle volte in automatico, può aiutare grandemente. Ecco quello che mi sono chiesta per scardinare questi automatismi e rasserenerare la relazione.

  • A volte è davvero così importante per me avere ragione in una discussione con lui? Non sto dicendo che non sia giusto che io abbia un’opinione. Ma col tempo ho ormai capito che per amare mio marito pienamente devo concedergli di guidarmi ponendo completamente fiducia nel suo ruolo di leader. Questa è la mia opinione, ma se vi sembra un sopruso alla figura femminile, cominciate col provare a farlo almeno in alcune aree ben definite.
  • Omettere la mia opinione e cucirmi la bocca in alcune occasioni,  mi ha permesso di valutare meglio il suo punto di vista e di capire che le mie emozioni a caldo spesso non erano delle sagge guide. E anche che, sorprendentemente, il mondo ancora girava nel suo verso anche senza che io avessi detto la mia.
  • C’è davvero una buona ragione per dirgli di no? Riflettendo e monitorando, ho capito che in effetti, il più delle volte, nella nostra vita quotidiana non c’è affatto una ragione sufficientemente buona da parte mia per dirgli di no. In qualsiasi campo. Il mio si rafforza il nostro amore e ci rende più vicini e più complici. E, non so voi, ma io ne ho tanto, tantissimo bisogno!
  • Spesso mi capita di sentire amiche parlare male o in toni un po’ troppo ironici o irrispettosi del proprio marito di fronte ad altri. Non solo in loro presenza, ma anche in loro assenza. Non mi piace. Non che non capiti anche a me. E non che, spesso, le mogli non abbiano ragioni di criticare il proprio marito. Ma parlare male del proprio marito non è una buona pratica. Non mi piacerebbe che lui lo facesse nei miei riguardi e non mi piace quello che ho sentito quando mi è capitato di farlo. Perchè senza accorgersene instilla progressivamente del rancore nella relazione. Se ho qualche rimostranza, cerco di fargliela sapere a lui direttamente (sui modi in cui farlo…beh…ci sto lavorando!) e mi aspetto che lui faccia lo stesso con me, lasciando fuori tutti gli altri.
  • Il momento di amarlo è adesso. Anche con i migliori propositi del mondo, San Valentino è solo un’occasione per portare un po’ di consapevolezza nel nostro rapporto di coppia. Il momento presente  è questo e nessun altro. Presumibilmente domani sarò comunque stanca, stressata, distratta, preoccupata o incasinata. E con il peso di un altro “no” che ci ha allontanato ancora un po’ di più. I si ci avvicinano, la nostra relazione soffre meno il peso dei compiti quotidiani e dei malumori passeggeri. Dopo un si ci sentiamo entrambi più complici e affettuosi. 

    Insomma, il si ci ricorda che siamo nati per essere l’uno dell’altra.