Decluttering

In giro per i blog, durante questo periodo, è tutto un parlare di buoni propositi e obiettivi per il nuovo anno appena iniziato.
Io adoro questi momenti di fermento, anche perché, come ormai qualcuno avrà ben intuito, sono una fan accanita della pianificazione e dell’organizzazione.


Uno degli argomenti del momento, è il decluttering, ovvero quel termine reso famoso dalla mitica Flylady, che sta a significare, parafrasandolo un po’ alla buona, liberare la propria casa dai cosiddetti impicci, ovvero: togliere il superfluo e tenere solo il necessario. Elisa su Genitoricrescono.com ha scritto proprio in questi giorni, un istruttivo e interessante post sull’argomento, che vi consiglio di leggere. Mentre Silvia e Serena hanno lanciato un’iniziativa terapeutica per genitori allo sbando come noi, che trovo semplicemente geniale.

Tutto ciò per dirvi che nella nostra casa, da alcuni mesi, siamo nel pieno di una maxi operazione di decluttering.

Stimolati infatti dall’imminente arrivo del terzo fratellino, stiamo, stanza dopo stanza, ambiente dopo ambiente, lavorando instancabilmente per fare letteralmente spazio al nuovo arrivo ed essere pronti ad accoglierlo nella nostra casa.

Tempo fa ho cominciato dagli armadi: approfittando del cambio stagione, abbiamo abbandonato molto del superfluo e tenuto solo ciò che è adatto alla nostra vita (e taglia!) attuale. Siamo poi passati alla nostra camera da letto, alla camera degli hobby, a quella dei bambini e poi alla cantina, che si era trasformata col tempo in un vero e proprio purgatorio degli oggetti in disuso a cui per abitudine, o forse per meglio dire, per inconsapevolezza, ci sembrava non potessimo rinunciare.

Nel frattempo sta accadendo qualcosa. Man mano che procediamo, mi sto infatti sempre più rendendo conto che questo decluttering parte sì da oggetti materiali, ma in realtà si sta sempre più caratterizzando come un decluttering spirituale della nostra intera famiglia.
E’ come se, tutti quanti, ciascuno a modo proprio, stessimo facendo spazio al bimbo che verrà, dentro alle nostre anime, oltre che nelle nostre camere.

Piano piano, liberarci degli oggetti del passato, ci sta progressivamente aiutando a resettarci come famiglia e ad essere pronti a ricominciare di nuovo, in un diverso e sconosciuto assetto familiare.

Siamo credo ormai tutti e quattro consapevoli, che le nostre routine familiari fra poco non saranno più le stesse. E questo, seppur ci capiti di viverlo a volte con un pizzico di nostalgia preventiva, ci sta sicuramente elettrizzando parecchio.
Di certo non abbiamo idea di come sarà il dopo, quando il fratellino arriverà a casa, ma a modo nostro, ognuno con i suoi tempi e reazioni, ci stiamo preparando all’idea che ciò che prima erano solo parole e aspettative, fra poco saranno una realtà vivente, che ci coinvolgerà tutti. E che ci porterà altrove. Altrove dal passato. E dove conterà solo l’ora.

In questo momento fatidico, quello appena prima della partenza, in cui si saluta ciò che si lascia e ci si prepara ad affrontare il nuovo, stiamo vivendo sentimenti contrastanti molto forti.
Allo stesso tempo però, gli oggetti, il gesto di prenderli in mano per soppesarne il valore che rivestono dentro di noi e il tipo di relazione che abbiamo con essi (che siano lettere, documenti, giocattoli, vestiti o quant’altro), ci stanno aiutando a capire, quanto nel tempo, essi si siano posti nelle nostre vite come veri e propri catalizzatori di emozioni, come se avessero attratto in sé grovigli di pensieri e di ricordi che nel quotidiano abbiamo dato tutti, per troppo tempo, per scontato.

Ci siamo infatti resi conto, ognuno nel modo a sé più consono, che il più delle volte, questi oggetti, così pregni di inerzie emotive, non corrispondono o non corrispondono più, al nostro sentire attuale. E che spesso sono solo più che altro dei feticci di alcune semplici e automatiche associazioni di pensieri, che nulla hanno a che fare con i sentimenti veri e propri.
Pensieri del tipo: “…questo me lo ha regalato…” oppure “..con questo ci ho giocato quando…” o anche “…questo lo tengo nel caso che…” sono infatti dei segnali evidenti di un atteggiamento focalizzato o sul passato o su un futuro ipotetico, che non hanno nulla a che fare con quello che siamo ora noi come individui e come famiglia.

E che soprattutto, non appena ci fermiamo anche un solo un attimo a riflettere, non hanno alcuna relazione con gli oggetti stessi.
Essi infatti, svuotati da quel peso ormai inappropriato, divengono più leggeri e riacquistano la loro vera natura materiale, permettendoci di guardarli per cosa essi sono in sé per sé, più che per cosa hanno rappresentato o che potrebbero essere. E per la maggior parte di essi, questo significa riconoscere che se ne può fare tranquillamente a meno.

Il decluttering allora, é diventato per noi una sorta di terapia familiare nella ricerca della nostra natura essenziale. Verso i valori e le priorità che ci caratterizzano come famiglia.

Un percorso che, partendo dalla confusione di una casa piena di oggetti affastellati, provenienti da altri sé e da altre età, sia del corpo che dell’anima, sta diventando sempre più un viaggio nella profondità del vivere il più semplicemente possibile, in sintonia con il nostro sentire. E che ci permette di lasciarci alle spalle, senza inutili rancori e sentimentalismi obsoleti, ciò che non ci é necessario e che anzi, non potrebbe che renderci il viaggio solo più faticoso.

Siamo quindi scesi a patti con la considerazione, piuttosto liberatoria, che seppur possiamo prepararci e organizzarci materialmente per la vita nuova che verrà, non potremo mai sapere come veramente sarà finché non la vivremo in quel presente che deve ancora arrivare.

Ci sentiamo allora sicuramente più sereni, nell’accorgerci di aver alleggerito il nostro bagaglio di ciò che non ci appartiene più da tempo e di conservare con cura, anche solo come ricordo prezioso delle nostre vite di allora, solo ciò che consapevolmente sappiamo meriti di essere preservato.

Il momento presente

Dopo un prolifico periodo in cui mi sono concentrata, con successo direi, nel perseguire alcuni progetti e obbiettivi personali, un periodo di grandi scoperte e di vivido entusiasmo, un’inaspettata influenza gastro-intestinale mi ha obbligato (e con me la mia intera famiglia!) a prendere una pausa dal regolare svoglimento delle mie attività quotidiane.

E questa specie di montagna russa emozionale, mi ha costretto a vedere le mia vita da un punto di vista differente dal solito.

A volte la debolezza fisica aiuta le persone a concentrarsi maggiormente su ciò che è veramente essenziale nella vita e, credo, che sia quello che è capitato questa volta anche a me.

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Ho scoperto, per esempio, quanto sia difficile per me ritornare sulla retta via, finchè non riesca a concentrarmi su una nuova, prossima e accattivante, sfida.

E ho realizzato quanto ancora sia tremendamente facile per me, vivere la mia vita senza essere consapevole dei miei veri propositi.

E ancor di più, quanto ancora abbia bisogno di attingere ogni volta ad una grande determinazione e forza di volontà,  per riuscire a rimanere sul percorso che mi sono prefissata.

Posso facilmente ammettere che questa terza gravidanza (sono al momento alla 31a settimana) sia stata sinora caratterizzata in gran parte dalla sfida – e in verità, dallo strenuo sforzo – di stabilire una routine quotidiana di cose e progetti che ho bisogno di  completare ogni giorno: ho riempito pagine e pagine di liste di cose da fare, di prospetti progettuali, di possibili visioni future della mia vita, di liste di priorità, di piani, di obbiettivi, di classifiche e così via, ma ogni volta qualcosa sembra porsi in mezzo alla mia strada.

Ciò di sicuro succede perchè la vita – e non c’è via di scampo – accade. E, d’altro canto, auspico con tutto il cuore che continui a farlo per molto tempo ancora!

Ma ciò che in tutto ciò mi innervosisce enormemente, è constatare di quanto enorme sforzo energetico io abbia ancora bisogno solo per rimanere concentrata su ciò che devo fare, e che so che debba esser fatto, per mantenere un personale stato di benessere psico-fisico e, contemporanemente, per seguire e aver cura di quello della mia famiglia.

Allo stesso tempo, realizzo ora che probabilmente il mio obbiettivo si stia sempre più definendo nel superare l’ enorme distanza che mi separa dall’ essere e dal non-essere nello stato mentale di sfida.

Quello che intendo, è che mi piacerebbe raggiungere più facilmente uno stato di immobilità dove possa padroneggiare un personale, semplice ed efficace modo di vivere caratterizzato principalmente dal buon senso e dove non debba ogni volta sperimentare lo stress e lo spreco di energie che derivano dall’ agire secondo opposizioni e reazioni ad azioni precedenti (azione: una giornata negativa/controreazione una giornata positiva e viceversa).

E quel che è peggio è che solitamente, per reagire, mi trovo ad aver bisogno, ogni volta di più, di una nuova sfida a cui attaccarmi e con cui confrontarmi.

E aver così tanto bisogno di sfide – seppur possa certamente essere interpretato come un sintomo positivo di bene per se stessi e di forte autostima – non è ancora di certo il segnale di un equilibrio interiore che vorrei poter finalmente concedere a me stessa.

Sono ora cosciente che continuo ininterrottamente ad alimentare aspettative che riguardano le mie azioni e i miei comportamenti, quando invece forse si tratterebbe solo di semplificare, solo di respirare e ascoltare il mio vero io interiore.

In qualche modo, sto lasciando che il mio bisogno di essere produttiva e focalizzata sui miei obbiettivi, prenda il sopravvento su me stessa.

Cioè sto realizzando sempre più chiaramente – nonostante quanto di positivo tutto ciò abbia apportato ad una visione più lucida di ciò che ho bisogno di realizzare quotidianamente per il mio e altrui benessere –  quanto spesso in realtà io concentri la mia attenzione esclusiva su accadimenti futuri e sui risultati delle mie azioni, più che invece apprezzare la semplice consapevolezza del momento presente.

Vorrei auspicare per me un più quieto e consapevole stato di essere dove i bisogni non siano più bisogni, i desideri non più desideri, le aspettative non più aspettative, le necessità non più necessità, ma dove le azioni siano semplicemente azioni, momento dopo momento, in linea con il flusso della mia coscienza e della mia vera natura interiore.

Ho di certo la necessità di assumere una buona dose di pazienza e di benevolenza verso me stessa mentre mi impegno ad imparare ad essere meno concentrata sul risultato e sulla produttività e più invece su una semplice, quieta e pacifica coscienza e consapevolezza di me stessa e del mondo in cui vivo come particolare, unico, essere vivente.

Credo che questo possa essere il mio vero obbiettivo personale per il prossimo anno, ormai alle porte: trovare un nuovo equilibrio tra me e le mie sfide.

In questo modo ad esempio, non avrò più bisogno di allenarmi quotidianamente perchè so che è salutare e perchè so che mi sentirò molto meglio nel farlo e dopo averlo fatto: mi allenerò e basta.

Perchè quando lo faccio, sono semplicemente in linea con la mia natura interiore, con la mia particolare saggezza personale.

Lo stesso approccio può essere allora applicato allo scrivere, alla maternità e alla genitorialità, all’ essere una moglie rispettosa, al mangiar sano, alle faccende domestiche e alle incombenze quotidiane, all’amicizia leale e ai rapporti sociali in genere, e così via.

In fondo, spero soltanto di essere buona con me stessa in questo particolare periodo e di accettarlo così come esso effettivamente è, senza sentimenti di colpa e, soprattutto, facendo ciò che devo fare, passo dopo passo.

A volte, è più facile porre la propria completa attenzione in ciò che c’è bisogno sia fatto, che pensare e ripensare a quello che bisogna fare…e, quando ci riesco,  il tempo, sorprendentemente, sembra espandersi!

Auguro a me stessa un posto dove finalmente non desideri più nulla, ma dove semplicemente io sia.

Dove non ci sia più lotta, motivazione, determinazione, sforzo e sfida, ma SOLO consapevole rispetto del momento presente.