L’amore che cambia

Quando questa foto è stata scattata, nè la ragazza nè il ragazzo avevano la più minima idea di come la loro vita sarebbe diventata…15 anni dopo.
Una casa di proprietà, due macchine, due lavori, una vita fuori città, ma soprattutto un matrimonio e ben tre figli a rivoluzionare ogni volta gli equilibri e smentire ogni volta pianificazioni, concettualizzazioni e priorità.

Quando questa foto è stata scattata, il romanticismo prevaleva sulla realtà, il tempo libero su quello delle necessità, la sicurezza delle proprie opinioni sulla concretezza del presente.
Non avevano bene in mente dove volevano arrivare e, benchè molto innamorati, ognuno guardava al futuro come a qualcosa che aveva connotati individuali e personali.
La loro idea di unione era quella della convivenza: la convivenza di spazi, di interessi, di passioni, di spese e di bollette, ma soprattutto la assoluta necessità di essere vicini. In coppia, insomma.

Con la convivenza è arrivata anche, a gradi, la conoscenza: la conferma delle meravigliose virtù, che li avevano fatti innamorare uno dell’altra, ma anche delle proprie uniche abitudini e inclinazioni. E soprattutto, dei primi difetti: da quelli più piccoli come il fatidico dentrificio lasciato stappato, al broncio appena alzati, all’essere permalosi, al lasciare pile di vestiti accatastati su una sedia, fino a quelli più evidenti sul modo diverso di approcciarsi ai problemi, di relazionarsi con la propria emotività e con gli altri fuori dalla coppia.

Quando questa foto è stata scattata, avevamo da poco deciso di metterci insieme, perchè ci sembrava giusto ufficializzare che ci amavamo e ci pareva un atto dovuto che anche gli altri accanto a noi lo sapessero.
Un po’ come fanno i cani, quando marcano il territorio.

I nostri litigi, quelli che c’erano, erano sempre connotati dalla esagerazione emotiva, senza mezzi termini. Una volta, in piena notte, uno di noi due ha anche raggiunto la stazione e pensato di prendere un treno per Parigi e rifarsi una vita.

Ma quel treno non è stato mai preso. Anzi, di lì a poco, ci siamo anche sposati.
Quasi dieci anni fa.

Non mi vergogno di ammettere che i motivi per cui abbiamo scelto di sposarci in chiesa, fossero sentiti principalmente da parte mia e che questi motivi vivessero di ragioni pratiche e sociali, più che spirituali. Di certo, sentivo forte il richiamo intrinseco a voler che Dio testimoniasse la nostra unione e la rendesse unica. Ma per tutto il resto, pensavo al matrimonio come un’ unione civile, regolarizzata socialmente e giuridicamente. Abbiamo anche partecipato ad un corso pre-matrimoniale, organizzato dalla parrocchia, ma trovavamo del tutto fuorviante che a parlarci di matrimonio fosse un prete, che ovviamente, non poteva che parlare di esso per sentito dire.

Non avevamo assolutamente idea che con il tempo, con l’arrivo dei figli, con le sfide quotidiane che come famiglia ci siamo trovati ad affrontare in questi dieci anni – le disillusioni, le ingenuità, le sofferenze, le preoccupazioni e le infinite , enormi gioie che abbiamo provato insieme – ci potessero cambiare entrambi così fortemente.
E che questa volta, ci cambiassero insieme, come un solo corpo, come una sola unica anima.

Ciò che infatti col tempo si è posto gradualmente davanti a noi, è che il matrimonio ha avuto quasi sempre poco a che fare con principi pratici, strategie, modelli di comportamento o di riconoscimento sociale, ma che invece si sia caratterizzato come uno dei principali campi in cui entrambi, uniti indissolubilmente nel nostro cammino terreno, esercitiamo quotidianamente una pratica di tipo prettamente spirituale.
Ognuno di noi nel rapporto con l’altro, attraverso i disappunti, i nervosismi, le discussioni, e le proprie cattive abitudini (purtroppo, almeno da parte mia, puntualmente appagate), si confronta in fondo alla fine sempre con se stesso, con la propria caducità, con la propria imperfezione. Insomma, con il proprio egoismo.

Allora, quel che mi chiedo a questo punto è se Dio, invece semplicemente di testimoniare la nostra unione, avesse invece avuto l’idea di unirci in matrimonio per renderci più vicini a Lui.
Se avesse avuto il piano di andare oltre la nostra felicità contingente, i nostri appagamenti narcisistici, per permetterci, attraverso le difficoltà, gli ostacoli, i dissapori che la vita ci ha posto a volte davanti, di conoscere e avvicinarci insieme a logiche che pochissimo hanno a che fare con i valori terreni.

L’amore romantico, fatto di sospiri, battiti accelerati e desiderio proprompente di soddisfazione personale e di possesso (del corpo dell’altro, della propria idea su quella dell’altro, ma anche della propria sicurezza a scapito di quella della realtà circostante) non ha alcuna elasticità. Ed è, come molti poeti hanno ben detto, cieco. Non vede che se stesso.

L’amore maturo, quello che sottosta ad ogni buon matrimonio, ha invece il dovere di allungarsi, adattarsi e cambiare direzione, per confrontarsi quotidianamente con la imperfezione della condizione umana. Essere sposati, ha forzato ognuno di noi a fronteggiare alcune problematiche caratteriali che, altrimenti, credo non sarebbero potute venire alla luce.

Ecco che quindi il matrimonio diventa l’ambito spirituale per eccellenza in cui, giorno dopo giorno, sguardo dopo sguardo, ci confrontiamo con il nostro egoismo e con la necessità del sacrificio di sè per l’altro.
Spesso nelle relazioni di coppia, sembra che l’idea di sacrificio abbia assunto tali connotati negativi, da far temere piú alle persone di essere dipendenti dall’altro, che di agire e di essere percepiti come egoisti. L’individualismo ha preso orgogliosamente il posto della cura dell’altro.

Quel che mi chiedo è allora, se spesso non stiamo chiedendo troppo al matrimonio.
Se, atttaccati ad un’ottica strettamente individualista, ci aspettiamo che l’altro sopperisca all’arduo compito di colmare il nostro vuoto spirituale.

Quello che penso è che non possiamo aspettarci che il matrimonio riempia un ambito che solo un rapporto spirituale – che per me personalmente è con Dio- può permettersi di colmare. La crescita spirituale è il nostro senso umano, il nostro scopo e senso ultimo del nostro passaggio terreno. Il matrimonio è semplicemente il contesto in cui esso, con la grazia e con la consapevolezza dell’unicità e indissolubilità della nostra unione davanti a Dio, si è fatto gradualmente strada man mano dentro l’anima di quel ragazzo e di quella ragazza della foto di 15 anni fa.

Oggi, mi sento di dirlo a nome di tutti e due, l’amore che proviamo l’uno per l’altra, ha un valore incommensurabilmente più alto di quel tempo, perchè ha un senso completamente differente.
Ci amiamo perchè, dopo l’infatuazione dei primi anni, abbiamo volontariamente scelto di continuare a farlo. Ci amiamo perchè sentiamo fermamente di appartenerci nel profondo.
E siamo consapevoli e ampiamente grati a Dio di aver voluto questo per noi.

Buon 15esimo San Valentino, amore mio!

Lo zen e l’arte delle pulizie domestiche

Non sono un’appassionata di pulizie.
Diciamo che, come la maggior parte delle persone, le considero un obbligo che reputo il più delle volte noioso e ripetitivo. Perciò non è che mi svegli la mattina felice di dover pulire il water o di passare l’aspirapolvere. E la deprimente sensazione che lo sforzo dispensato nel pulire, riordinare e lavare, in poche ore sarà reso vano dall’uso di una intera famiglia, rende tutto meno accattivante. Se a tutto ciò aggiungiamo una mia personale propensione al perfezionismo, o meglio, ad attribuirmi aspettative di gran lunga irrealistiche sullo standard della pulizia della nostra casa, ecco che ho ben delineato una situazione abbastanza problematica, su cui mi sono arrovellata per parecchio tempo e che ha generato in me molti sentimenti contrastanti e spesso piuttosto deleteri per la mia autostima e per la serenità familiare.

In realtà solo durante gli ultimi tempi, ho ammesso con me stessa che effettivamente in quest’ambito tendo a investire moltissime energie emotive e, come dicevo, purtroppo non sempre positive. Questo perchè, per quanto mi riguarda, le pulizie domestiche appartengono a quella sfera che comprende i concetti di casa, di famiglia, di cura.

Pulire quindi, è divenuto per me un ulteriore campo su cui allenare la consapevolezza del mio ruolo di mamma e moglie. Una vera e e propria pratica spirituale, che, per considerarsi tale, richiede dedizione e costanza. Ma che anche, porta sicuramente i suoi buoni frutti, quando riesco ad abbandonare coscientemente gli automatismi mentali a cui sono stata per troppo tempo attaccata.

Ecco quindi cosa, tra scopettone, aspirapolvere e stendini, sto imparando giorno per giorno su quella che si può chiamare la mia personale arte zen delle pulizie:

Accettare l’impermanenza: pulire è una di quelle azioni ripetitive che ogni giorno compiamo nella nostra vita e che la maternità in qualche modo amplifica. Ho capito che quanto prima sarei venuta a patti con la realtà di una casa che necessita da parte mia un impegno quotidiano costante, più felicemente avrei vissuto i miei giorni. Inoltre è frustrante veder vanificato in pochi attimi dalla vivacità di bambini inconsapevoli il frutto del mio impegno. Ma la mia casa è un ambiente in divenire, quello che è oggi, non sarà più domani. In fondo essa nasce per ospitare le nostre azioni e incontrare i nostri bisogni. E’ irrealistico e malsano pretendere che essa rimanga ordinatamente immutabile, come in servizio fotografico di una rivista o come in un negozio di arredamento. Uno dei miei compiti è assicurarmi che ognuno di noi possa trovare in casa un luogo dove ottenere conforto, accoglienza e rispetto dei propri spazi.

Rinunciare alle aspettative: vivo male quando il tarlo interiore del perfezionismo si insinua nelle mie azioni. Il mio scopo non è quello di avere una casa perfettamente pulita e in ordine, ma una casa sufficentemente pulita da permettere a tutti di vivervi serenamente e di accogliere con ospitalità i nostri amici . Rinunciare alle aspettative significa anche rinunciare a pensare di poter dedicare tempo dopo cena a ciò che non sono riuscita a completare durante il giorno, o addirittura sacrificare il week-end in gravose faccende domestiche.

Semplificare: non è più pensabile, con tre figli in casa, di cui uno di appena pochi mesi, di poter pianificare e dedicare ore alle pulizie di casa. Da qualche tempo sto adottando il metodo di concentrare i miei sforzi in termini di blocchi temporali di massimo 20 minuti per volta (e di un’ora massimo per giorno). Nella mia situazione familiare, il segreto infatti sta nel compiere un poco ogni giorno. Ciò significa che la mia casa non sarà mai totalmente pulita in ogni dato momento, ma allo stesso tempo significa anche non sarà mai un completo caos. E per come la vedo io, mantenere questo standard equivale ad una tattica vincente su tutta la linea.

Non attaccamento: come scrivevo qui: meno oggetti si possiedono, meno ci sarà da mettere in ordine. E più spazio, interiore ed esteriore, sarà a nostra disposizione per accogliere il nuovo.

Ritenermi responsabile della mia felicità domestica: tralasciando la divisione dei compiti a scopo educativo, non trovo più strettamente necessario rifiutarmi ogni volta di mettere in ordine perchè mi aspetto che siano i miei figli a farlo. Per la mia serenità, a volte è sicuramente meglio evitare inutili e snervanti discussioni, riordinando velocemente e quindi passare oltre, invece che ritrovarsi tra i piedi quel disordine (e quelle emozioni negative) in ogni momento della giornata.

Essere compassionevoli: verso se stessi e verso gli altri. Si sa, la vita accade. Ci sono giornate in cui, seppur impegnadomi, non mi è proprio possibile stare al passo con i miei piani e le mie previsioni. Accettare questa impasse e andare avanti, è la conditio sine qua non per poter vivere con sufficiente grazia questo mio percorso. Lo stesso vale per gli altri. Accettare l’aiuto di chi mi vuole bene e accettare anche che ognuno abbia il suo modo particolare di interpretare le faccende domestiche, è una necessità che io devo saper accogliere con riconoscenza e gratitudine.

Tutti noi, credo, concepiamo la nostra casa come qualcosa di più che un semplice edificio fatto di mura e mattoni.
Ognuno vi infonde i più disparati significati e sentimenti, come fosse veramente un altro componente della famiglia.

A volte, nella mia casa, mi sembra quasi di sentire il suo cuore battere. Ma poi mi accorgo che quel battito non è altro che il mio, perchè la nostra amata casa riluce della vita che noi tutti abbiamo infuso in lei, momento dopo momento.

Decluttering

In giro per i blog, durante questo periodo, è tutto un parlare di buoni propositi e obiettivi per il nuovo anno appena iniziato.
Io adoro questi momenti di fermento, anche perché, come ormai qualcuno avrà ben intuito, sono una fan accanita della pianificazione e dell’organizzazione.


Uno degli argomenti del momento, è il decluttering, ovvero quel termine reso famoso dalla mitica Flylady, che sta a significare, parafrasandolo un po’ alla buona, liberare la propria casa dai cosiddetti impicci, ovvero: togliere il superfluo e tenere solo il necessario. Elisa su Genitoricrescono.com ha scritto proprio in questi giorni, un istruttivo e interessante post sull’argomento, che vi consiglio di leggere. Mentre Silvia e Serena hanno lanciato un’iniziativa terapeutica per genitori allo sbando come noi, che trovo semplicemente geniale.

Tutto ciò per dirvi che nella nostra casa, da alcuni mesi, siamo nel pieno di una maxi operazione di decluttering.

Stimolati infatti dall’imminente arrivo del terzo fratellino, stiamo, stanza dopo stanza, ambiente dopo ambiente, lavorando instancabilmente per fare letteralmente spazio al nuovo arrivo ed essere pronti ad accoglierlo nella nostra casa.

Tempo fa ho cominciato dagli armadi: approfittando del cambio stagione, abbiamo abbandonato molto del superfluo e tenuto solo ciò che è adatto alla nostra vita (e taglia!) attuale. Siamo poi passati alla nostra camera da letto, alla camera degli hobby, a quella dei bambini e poi alla cantina, che si era trasformata col tempo in un vero e proprio purgatorio degli oggetti in disuso a cui per abitudine, o forse per meglio dire, per inconsapevolezza, ci sembrava non potessimo rinunciare.

Nel frattempo sta accadendo qualcosa. Man mano che procediamo, mi sto infatti sempre più rendendo conto che questo decluttering parte sì da oggetti materiali, ma in realtà si sta sempre più caratterizzando come un decluttering spirituale della nostra intera famiglia.
E’ come se, tutti quanti, ciascuno a modo proprio, stessimo facendo spazio al bimbo che verrà, dentro alle nostre anime, oltre che nelle nostre camere.

Piano piano, liberarci degli oggetti del passato, ci sta progressivamente aiutando a resettarci come famiglia e ad essere pronti a ricominciare di nuovo, in un diverso e sconosciuto assetto familiare.

Siamo credo ormai tutti e quattro consapevoli, che le nostre routine familiari fra poco non saranno più le stesse. E questo, seppur ci capiti di viverlo a volte con un pizzico di nostalgia preventiva, ci sta sicuramente elettrizzando parecchio.
Di certo non abbiamo idea di come sarà il dopo, quando il fratellino arriverà a casa, ma a modo nostro, ognuno con i suoi tempi e reazioni, ci stiamo preparando all’idea che ciò che prima erano solo parole e aspettative, fra poco saranno una realtà vivente, che ci coinvolgerà tutti. E che ci porterà altrove. Altrove dal passato. E dove conterà solo l’ora.

In questo momento fatidico, quello appena prima della partenza, in cui si saluta ciò che si lascia e ci si prepara ad affrontare il nuovo, stiamo vivendo sentimenti contrastanti molto forti.
Allo stesso tempo però, gli oggetti, il gesto di prenderli in mano per soppesarne il valore che rivestono dentro di noi e il tipo di relazione che abbiamo con essi (che siano lettere, documenti, giocattoli, vestiti o quant’altro), ci stanno aiutando a capire, quanto nel tempo, essi si siano posti nelle nostre vite come veri e propri catalizzatori di emozioni, come se avessero attratto in sé grovigli di pensieri e di ricordi che nel quotidiano abbiamo dato tutti, per troppo tempo, per scontato.

Ci siamo infatti resi conto, ognuno nel modo a sé più consono, che il più delle volte, questi oggetti, così pregni di inerzie emotive, non corrispondono o non corrispondono più, al nostro sentire attuale. E che spesso sono solo più che altro dei feticci di alcune semplici e automatiche associazioni di pensieri, che nulla hanno a che fare con i sentimenti veri e propri.
Pensieri del tipo: “…questo me lo ha regalato…” oppure “..con questo ci ho giocato quando…” o anche “…questo lo tengo nel caso che…” sono infatti dei segnali evidenti di un atteggiamento focalizzato o sul passato o su un futuro ipotetico, che non hanno nulla a che fare con quello che siamo ora noi come individui e come famiglia.

E che soprattutto, non appena ci fermiamo anche un solo un attimo a riflettere, non hanno alcuna relazione con gli oggetti stessi.
Essi infatti, svuotati da quel peso ormai inappropriato, divengono più leggeri e riacquistano la loro vera natura materiale, permettendoci di guardarli per cosa essi sono in sé per sé, più che per cosa hanno rappresentato o che potrebbero essere. E per la maggior parte di essi, questo significa riconoscere che se ne può fare tranquillamente a meno.

Il decluttering allora, é diventato per noi una sorta di terapia familiare nella ricerca della nostra natura essenziale. Verso i valori e le priorità che ci caratterizzano come famiglia.

Un percorso che, partendo dalla confusione di una casa piena di oggetti affastellati, provenienti da altri sé e da altre età, sia del corpo che dell’anima, sta diventando sempre più un viaggio nella profondità del vivere il più semplicemente possibile, in sintonia con il nostro sentire. E che ci permette di lasciarci alle spalle, senza inutili rancori e sentimentalismi obsoleti, ciò che non ci é necessario e che anzi, non potrebbe che renderci il viaggio solo più faticoso.

Siamo quindi scesi a patti con la considerazione, piuttosto liberatoria, che seppur possiamo prepararci e organizzarci materialmente per la vita nuova che verrà, non potremo mai sapere come veramente sarà finché non la vivremo in quel presente che deve ancora arrivare.

Ci sentiamo allora sicuramente più sereni, nell’accorgerci di aver alleggerito il nostro bagaglio di ciò che non ci appartiene più da tempo e di conservare con cura, anche solo come ricordo prezioso delle nostre vite di allora, solo ciò che consapevolmente sappiamo meriti di essere preservato.