The English experiment: un progetto di homeschooling

The English Experiment

Sono alcuni anni ormai che nella nostra casa sono presenti sussidi didattici per imparare la lingua inglese come libri in lingua, audiolibri, dvd, giochi e cd.

Da appassionata di lingua inglese, ho sempre trovato piuttosto naturale introdurre i bambini alla conoscenza di questa lingua. Prima di tutto perchè la trovo bellissima, poi perchè conoscere l’inglese per i miei figli vuol dire potersi muovere più liberamente nel mondo reale e anche in quello virtuale della rete, seguendo le proprie passioni e talenti ovunque li possano portare. E da genitore, non potrei volere di più.

Da un paio d’anni i più grandi (10 e 8 anni) frequentano una lezione settimanale di lingua inglese con una bravissima maestra che li ha introdotti attraverso il gioco, alla bellezza di questa lingua, permettendo loro di conseguire anche il diplomino starters del Cambridge Young Learners. Non voglio parlare di come è insegnata la lingua inglese nella scuola primaria, perchè sarebbe inutile, visto che, nonostante la possibile buona volontà delle insegnanti, il sistema è tale da rendere del tutto o quasi del tutto insufficiente l’esposizione dei bambini alla lingua. Ma questa, appunto è un’altra storia.

Anche mio figlio più piccolo di tre anni, sta facendo qualche piccola lezioncina nella scuola materna privata con la stessa maestra dei miei due più grandi. E io semplicemente rafforzo con lui, attraverso storytelling, libri e canzoncine, alcuni concetti base che sono stati introdotti a scuola (come numeri, colori ecc.). Nel frattempo, anche io sto studiando e quest’anno, superando i miei innati sensi di colpa e la mia famosa bassa autistima, mi sono rimessa in gioco e mi sono inscritta ad un corso per sostenere l’esame di certificazione Cambridge Proficiency (CPE), il più alto livello come studente. In più il prossimo anno, il più grande passerà alla scuola media e comincerà una seconda lingua straniera, il francese.

Ho quindi pensato che questo potesse essere il momento giusto per portare il nostro inglese in casa ad un passo ulteriore. Sto parlando di un progetto che stiamo meditando in famiglia da qualche tempo. Ovvero, quello che chiamo l’English Experiment. Una sorta di homeschooling di lingua inglese. Non oso pensare che questo progetto possa trasformarsi in un vero e proprio avviamento al bilinguismo: l’ideale sarebbe stato cominciare dalla nascita del primo figlio. Ma, credo che anche nella situazione attuale, laddove qualche seme è già stato piantato e qualche interesse sincero è stato mostrato, si possa fare molto.

Dopo aver quindi letto alcuni libri, aver ricercato su siti specializzati e meditato sulla nostra situazione familiare, già molto ricca di impegni e di sollecitazioni esterne,  sono giunta ad alcune conclusioni per mettere in pratica con coerenza e continuità, l’esposizione alla lingua inglese di tutti e tre i miei figli, nonostante la difficoltà di differenti stadi di conoscenza della lingua e di età.

Prima di tutto una buona, buonissima notizia: la letteratura sul bilinguismo è ricca di storie di successo di genitori non madrelingua che hanno reso fluenti e addirittura bilingue i propri figli anche dagli anni successivi alla loro nascita. Viene chiamato Successive Blingualism. Quindi, è possibile!

Inoltre, le alternative per crescere figli bilingui (o fluenti in una seconda lingua) sono principalmente tre:

  • Il metodo OPOL (one parent-one language) che di solito è usato dalle famiglie in cui i genitori sono madrelingua di due differenti lingue. O, nel caso di non madrelingua, di un genitore che sceglie di parlare con i figli esclusivamente la seconda lingua. Per noi è un metodo da escludere, in quanto, seppur i miei figli siano abituati a sentirmi parlare inglese, sarebbe realmente traumatico lasciare che questo diventi, almeno per il momento, la mia lingua esclusiva di comunicazione con loro.
  • L’altro metodo è invece chiamato mL@H (Minority Language at Home) ed è cioè la scelta da parte dei genitori di parlare esclusivamente la seconda lingua in casa. Anche questo modello non è per noi del tutto percorribile, perchè porterebbe credo ad un effetto inverso. I bambini potrebbero cominciare ad odiare la lingua inglese!
  • Esiste poi una terza ipotesi che si chiama MLP (Mixed language policy), anche chiamato metodo Time&space, che in pratica significa scegliere di usare la lingua minoritaria in specifiche situazioni, attività, tempi o argomenti. Si sceglie di parlare in lingua inglese tutte le sere a cena, oppure in alcune specifiche ore della settimana legandole ad opportune attività, oppure in macchina durante gli spostamenti, magari coadiuvati da supporti audio. Questo approccio ci sembra il più costruttivo nella nostra situazione, ma ha bisogno da parte nostra di una grande coerenza e di una pianificazione molto dettagliata.

Dopo aver identificato il metodo adatto, per noi il Time&Space, ci accingiamo a compiere i seguenti passi:

  • Coinvolgere i figli nella decisione: abbiamo già tastato il terreno più volte e i bambini sembrano essere contenti di approfondire la lingua, anche se prevediamo che rifiuti occasionali e capricci ci saranno, eccome! Li mettiamo in conto e procediamo oltre, in quanto fasi specifiche e prevedibili di questo processo. L’importante è che conoscano anche loro il progetto e che lo approvino.
  • Cercare aiuto esterno. Oltre ad implemnetare le lezioni di inglese già attive e i materiali didattici audiovisivi che già usiamo, vogliamo coinvolgere una famiglia bilingue di nostra conoscenza per far giocare insieme i bambini usando la lingua minoritaria. Inoltre ho visto che esistono spettacoli teatrali in inglese per bambini (la Sala Umberto ad esempio a Roma) e anche gruppi di famiglie bilingue che si incontrano periodicamente.
  • Motivare i bambini con un premio inerente l’uso della lingua. I miei bambini sognano di visitare Londra e il parco a tema di Harry Potter. Abbiamo deciso insieme di mettere da parte per concederci una settimana a Londra nel periodo estivo. Li stiamo motivando ad imparare la lingua per essere in grado di apprezzare questa entusiasmante e tanto attesa esperienza.

Questo, in linea di massima il nostro piano. Al momento stiamo individuando i tempi adatti all’esperimento e valutando le attività in cui coinvolgerli. Ovunque abbia letto, quello che è sempre sottolineato è che la pianificazione è vitale altrettanto quanto la costanza. Secondo numerosi studi il bambino ha bisogno di essere esposto alla seconda lingua per un minimo del 30% del tempo di veglia per cominciare e continuare ad usare la lingua attivamente. Il che si tradurrebbe in circa 25 ore settimanali, cioè 3 ore e mezzo al giorno. Per ora questo traguardo è impensabile per noi. Ma già introdurre qualche tempo specifico e qualche determinata attività nel nostro quotidiano, sarebbe per noi un grande successo.

Continuerò ad aggiornare il nostro English Experiment qui sul blog, indicando anche i nostri principali strumenti didattici e le nostre attività.

Se anche voi siete interessati a partecipare o state già attuando un programma di homeschooling di inglese per i vostri figli, commentate e, per favore, dateci consigli! Ne abbiamo veramente bisogno!

4 pensieri riguardo “The English experiment: un progetto di homeschooling”

  1. Complimenti per il vostro progetto. Quello che mi piace di più è il fatto che “You walk your talk”. Quando i genitori fanno lo sforzo di migliorare il proprio inglese oppure lo utilizzano allora sì che si trasmette il messaggio che l’inglese è bello e importante.
    Ti suggerisco questo post con tanti idee per aumentare l’esposizione all’inglese. Alcune sono decisamente poco ortodosse come avere una lavagna sulla porta del bagno : http://bilingualmonkeys.com/how-many-hours-per-week-is-your-child-exposed-to-the-minority-language/

    1. Grazie Diara! E ancor di più per il link. Conosco anche io anche se da poco quel sito fantastico, cosi ricco di informazioni e attività utilissime!!! Per me insegnare (o per meglio dire giocare, cantare, leggere, ascoltare…) inglese é un puro divertimento. Amo profondamente questa lingua e anche se l’impegno é tanto, non mi preoccupa studiare per l’esame o prepararmi per le attività con loro, ma riuscire a superare i piccoli ostacoli quotidiani, come la stanchezza o i capricci, coordinare le tre età diverse e non farmi scoraggiare dagli insuccessi e dagli errori che faró!

I commenti sono chiusi