I libri che ti cercano

Mi piace pensare che, pur essendo razionalmente convinti del contrario, non siamo a volte noi a scegliere i libri che ci piacciono, ma che, in alcuni casi rari e indimenticabili, siano in un certo senso loro a scegliere la nostra compagnia, in quel preciso momento della nostra vita. Come ci chiamassero.

In quei rari e indimenticabili casi, quei libri si rivelano infatti delle letture fondamentali per la nostra formazione interiore, libri che contengono spesso risposte a domande che ancora non si erano ancora formate nella nostra coscienza e che ci soprendono per il tempismo con cui vengono espresse nella nostra mente, frase dopo frase, mentre li leggiamo.

Forse è questo ciò che maggiormente amo della lettura: quest’ aura magica che circonda alcuni speciali, indimenticabili libri che diventano parte integrante e inscindibile della nostra personalità.

Quando questa corrispondenza di amorosi sensi si verifica, mi sento benedetta, benedetta da un dono speciale, che rende la mia vita diversa, più profonda e pregnante.

Questa volta, l’episodio è poi così venato di magia, da spingermi a raccontarlo, come fosse per me la prova evidente dell’ esistenza di un disegno soggiacente, di cui in qualche modo sono stata resa partecipe.

Mi piace andare per negozi dell’usato. E’ un’attività che trovo rilassante e anche stimolante.

Prima di avere figli consideravo questi posti, per lo più vecchi garage adibiti alla vendita, un guazzabuglio di oggetti vecchi, piuttosto ridicoli, kitsch o semplicemente squallidi. Ma poi col tempo, ho cominciato ad apprezzarli, prima per le tante possibilità di riuso creativo della merce esposta. Ma ora mi piace andarci, principalmente per osservare la gente che ci va e quei lunghi corridoi pieni di quei mobili d’altri tempi e i vari oggetti di ogni tipo affastellati negli espositori.

Mi perdo ad immaginare chi li abbia posseduti, i loro visi , le loro case e le loro abitudini; mi fermo a pensare che molti di quegli oggetti fossero appartenuti a nonne o nonni che ora non ci sono più e che di quegli oggetti i loro nipoti abbiano deciso di disfarsi quando hanno ristrutturato la vecchia casa per andarci a vivere.

Quegli oggetti – non tutti, ma molti di essi – sembrano parlarmi.

Circa un mese fa, in uno di questi negozi, nascosto tra mille altri, sono stata scelta da un libro intitolato: Giochiamo ai clown. Personaggi e costumi, truccature e trucchi, farse e commedie di Dominique Denis, fotografie di Jean Claude Dewolf, edizione 1975, Editore Giunti Marzocco.

Per me è stata una folgorazione, perchè sono da sempre appassionata di Commedia dell’Arte, di Antropologia Teatrale nonchè una fan della Scuola Steineriana!

E’ un libro meraviglioso. Splendide fotografie di bambini in costume – di impronta e stile tipicamente anni ‘ 70 – storia dei tre tipi universali di maschere (il Bianco, l’Augusto e il signor Leale), indicazioni sull’allenamento acrobatico di base del clown (capriole, esercizi di elasticità, verticale), istruzioni dettagliate di costruzione dei costumi, delle scenografie, degli accessori e indicazioni sulle truccature per ogni tipologia di clown, nonchè dei canovacci (anche piuttosto precisi) delle farse e commedie che i piccoli clown possono improvvisare durante i loro spettacoli presentati ad una ridente platea di compagni.

Inoltre il libro contiene un altro aspetto di grande valore: una prefazione di Federico Fellini. E’ talmente bella che la voglio riscrivere qui per voi, perchè secondo me contiene in poche, semplici e genuine parole, molto di quello che come genitore affronto e su cui rifletto nella vita quotidiana con i miei bambini. Una sorta di manifesto dei bambini se così vogliamo chiamarlo, in cui la metafora del circo e del clown è usata, secondo la nota propensione del regista, per parlare della società del tempo e in particolar modo del rapporto degli adulti con i bambini.

Ecco la prefazione di Federico Fellini intitolata “Il bianco e l’augusto”:

Quando dico: clown, penso all’augusto. Le due figure sono infatti, il clown bianco e l’augusto. Il primo è l’eleganza, la grazia, l’armonia, l’intelligenza. la lucidità. L’augusto si ribella ad una simile perfezione, si ubriaca, si rotola per terra e anima, perciò, una contestazione perpetua.

Il clown bianco e l’augusto sono la maestra e il bambino, la madre e il figlio monello; nella continua guerra tra il clown bianco e l’augusto più vorrai obbligare l’augusto a suonare il violino e più egli farà scoreggioni col trombone. Il clown bianco pretenderà che l’augusto sia elegante; ma, tanto più questa richiesta verrà fatta con autorità, tanto più l’altro si ridurrà ad essere stracciato, goffo, impolverato.

Il clown bianco è un borghese ricco e potente. Il volto è bianco, spettrale; porta gli sberleffi nelle ciglia altezzose; la bocca è segnata con un solo trattino duro, antipatico, scostante, freddo. L’augusto al contrario, è il vagabondo, il bambino, lo straccione. La famiglia borghese è un consesso di clowns bianchi, dove il bambino è l’augusto. La madre dice: “Non fare questo, non fare quello…” Quando si chiamano i vicini e si invita il bambino a dire la poesia (“Fai vedere ai signori…“): ecco una tipica situazione da circo.

Il clown bianco spaventa i bambini perchè rappresenta il dovere o, per dirla con un termine all moda, la repressione.

Il bimbo, al contrario, si identifica immediatamente nell’augusto, è quello che rompe i piatti, si rotola per terra, tira i secchi d’acqua in faccia: tutto ciò, insomma, che un bambino vorrebbe fare e che i veri clown bianchi adulti, la madre, la zia, gli impediscono di fare.

Al contrario; al circo, tramite l’augusto, il bimbo può immaginarsi di fare tutto quel che è proibito; vestirsi da donna, fare le boccacce, gridare in una piazza, dire ad alta voce ciò che pensa.

Nessuno, qui ti condanna. Anzi, al contrario, ti battono le mani.

C’è poi ancora un altro aspetto che rende ai miei occhi questo libro ancora più magico: il fatto che abbia, scritta a penna sulla prima pagina interna, una dedica del 1976 di alcuni compagni della classe IV C di chissà quale scuola elementare, “al più estroverso della classe nel suo X° compleanno“, con di seguito le firme di 15 bambini e, suppongo, anche della loro maestra.

Non so il motivo per cui quest’uomo non sia più in possesso di questo libro, ma mi sento estremamente grata di continuare, dopo ben 36 anni, a perpetrare la vita di questo dono prezioso.

Soprattutto perchè immagino che sia il suo autore, che il suo primo possessore e perchè no, anche il libro stesso, siano contenti di sapere che esso sia finito nuovamente in una casa di bambini, piena di chiasso, urla e risate.

E infatti non poteva che essere che un regalo della cara Befana, che di cose antiche e preziose se ne intende!

Allora, benvenuto nella nostra casa, piccolo grande libro.
E che questa tua seconda vita possa di nuovo, come la prima volta, accompagnare la crescita di quei fortunati bambini cui è stato regalato.