Lo zen e l’arte delle pulizie domestiche

Non sono un’appassionata di pulizie.
Diciamo che, come la maggior parte delle persone, le considero un obbligo che reputo il più delle volte noioso e ripetitivo. Perciò non è che mi svegli la mattina felice di dover pulire il water o di passare l’aspirapolvere. E la deprimente sensazione che lo sforzo dispensato nel pulire, riordinare e lavare, in poche ore sarà reso vano dall’uso di una intera famiglia, rende tutto meno accattivante. Se a tutto ciò aggiungiamo una mia personale propensione al perfezionismo, o meglio, ad attribuirmi aspettative di gran lunga irrealistiche sullo standard della pulizia della nostra casa, ecco che ho ben delineato una situazione abbastanza problematica, su cui mi sono arrovellata per parecchio tempo e che ha generato in me molti sentimenti contrastanti e spesso piuttosto deleteri per la mia autostima e per la serenità familiare.

In realtà solo durante gli ultimi tempi, ho ammesso con me stessa che effettivamente in quest’ambito tendo a investire moltissime energie emotive e, come dicevo, purtroppo non sempre positive. Questo perchè, per quanto mi riguarda, le pulizie domestiche appartengono a quella sfera che comprende i concetti di casa, di famiglia, di cura.

Pulire quindi, è divenuto per me un ulteriore campo su cui allenare la consapevolezza del mio ruolo di mamma e moglie. Una vera e e propria pratica spirituale, che, per considerarsi tale, richiede dedizione e costanza. Ma che anche, porta sicuramente i suoi buoni frutti, quando riesco ad abbandonare coscientemente gli automatismi mentali a cui sono stata per troppo tempo attaccata.

Ecco quindi cosa, tra scopettone, aspirapolvere e stendini, sto imparando giorno per giorno su quella che si può chiamare la mia personale arte zen delle pulizie:

Accettare l’impermanenza: pulire è una di quelle azioni ripetitive che ogni giorno compiamo nella nostra vita e che la maternità in qualche modo amplifica. Ho capito che quanto prima sarei venuta a patti con la realtà di una casa che necessita da parte mia un impegno quotidiano costante, più felicemente avrei vissuto i miei giorni. Inoltre è frustrante veder vanificato in pochi attimi dalla vivacità di bambini inconsapevoli il frutto del mio impegno. Ma la mia casa è un ambiente in divenire, quello che è oggi, non sarà più domani. In fondo essa nasce per ospitare le nostre azioni e incontrare i nostri bisogni. E’ irrealistico e malsano pretendere che essa rimanga ordinatamente immutabile, come in servizio fotografico di una rivista o come in un negozio di arredamento. Uno dei miei compiti è assicurarmi che ognuno di noi possa trovare in casa un luogo dove ottenere conforto, accoglienza e rispetto dei propri spazi.

Rinunciare alle aspettative: vivo male quando il tarlo interiore del perfezionismo si insinua nelle mie azioni. Il mio scopo non è quello di avere una casa perfettamente pulita e in ordine, ma una casa sufficentemente pulita da permettere a tutti di vivervi serenamente e di accogliere con ospitalità i nostri amici . Rinunciare alle aspettative significa anche rinunciare a pensare di poter dedicare tempo dopo cena a ciò che non sono riuscita a completare durante il giorno, o addirittura sacrificare il week-end in gravose faccende domestiche.

Semplificare: non è più pensabile, con tre figli in casa, di cui uno di appena pochi mesi, di poter pianificare e dedicare ore alle pulizie di casa. Da qualche tempo sto adottando il metodo di concentrare i miei sforzi in termini di blocchi temporali di massimo 20 minuti per volta (e di un’ora massimo per giorno). Nella mia situazione familiare, il segreto infatti sta nel compiere un poco ogni giorno. Ciò significa che la mia casa non sarà mai totalmente pulita in ogni dato momento, ma allo stesso tempo significa anche non sarà mai un completo caos. E per come la vedo io, mantenere questo standard equivale ad una tattica vincente su tutta la linea.

Non attaccamento: come scrivevo qui: meno oggetti si possiedono, meno ci sarà da mettere in ordine. E più spazio, interiore ed esteriore, sarà a nostra disposizione per accogliere il nuovo.

Ritenermi responsabile della mia felicità domestica: tralasciando la divisione dei compiti a scopo educativo, non trovo più strettamente necessario rifiutarmi ogni volta di mettere in ordine perchè mi aspetto che siano i miei figli a farlo. Per la mia serenità, a volte è sicuramente meglio evitare inutili e snervanti discussioni, riordinando velocemente e quindi passare oltre, invece che ritrovarsi tra i piedi quel disordine (e quelle emozioni negative) in ogni momento della giornata.

Essere compassionevoli: verso se stessi e verso gli altri. Si sa, la vita accade. Ci sono giornate in cui, seppur impegnadomi, non mi è proprio possibile stare al passo con i miei piani e le mie previsioni. Accettare questa impasse e andare avanti, è la conditio sine qua non per poter vivere con sufficiente grazia questo mio percorso. Lo stesso vale per gli altri. Accettare l’aiuto di chi mi vuole bene e accettare anche che ognuno abbia il suo modo particolare di interpretare le faccende domestiche, è una necessità che io devo saper accogliere con riconoscenza e gratitudine.

Tutti noi, credo, concepiamo la nostra casa come qualcosa di più che un semplice edificio fatto di mura e mattoni.
Ognuno vi infonde i più disparati significati e sentimenti, come fosse veramente un altro componente della famiglia.

A volte, nella mia casa, mi sembra quasi di sentire il suo cuore battere. Ma poi mi accorgo che quel battito non è altro che il mio, perchè la nostra amata casa riluce della vita che noi tutti abbiamo infuso in lei, momento dopo momento.

Lo yogurt fatto in casa (senza yogurtiera)

Lo yogurt è uno dei più semplici alimenti naturali che si possono fare in casa, senza bisogno di grandi sforzi, e soprattutto, senza doversi affidare a comperare le costose alternative commerciali, il più delle volte ricche di zucchero e di elementi che non conosciamo. Infatti, a partire da due soli ingredienti, scelti preferibilmente biologici, possiamo in poche mosse e un po’ di pratica, ottenere uno yogurt sano, economico e soprattutto che soddisfa il palato e i gusti di tutta l’intera famiglia!

Sono ormai alcuni anni che in casa nostra facciamo lo yogurt in casa. E ne siamo pienamente soddisfatti. Prima mi affidavo ad una yogurtiera (un elettrodomestico semplice e poco costoso), ma da qualche mese ho scoperto che è forse più semplice e sicuramente più pratico farlo senza yogurtiera: il sapore è di certo migliore e, aspetto non meno importante, può essere conservato in quasiasi contenitore di vetro con tappo che si ha in casa (io uso spesso ad esempio quelli avanzati della marmellata o anche dei vasi a chiusura ermetica che occupano poco spazio in frigorifero).

Occorrente:

  • 1 litro di latte biologico
  • 125 ml circa (o anche di più) di yogurt biologico non zuccherato (starter), o la stessa quantità di yogurt fatto in casa avanzato dalla precedente volta.
  • 1 pentola
  • 1 termometro da cucina (opzionale)
  • Contenitori di vetro con tappo

Preparazione:

1. Versate 1 litro di latte (io uso quello biologico) in una pentola capiente e scaldatelo a circa 90 gradi, ovvero alla temperatura in cui forma una patina sulla superficie. Spegnete il fuoco.

2. Fate raffreddare il latte fino alla temperatuta di 44°C (ovvero quella in cui, se vi immergete il dito non vi scottate). Se avete fretta potete farlo raffreddare immergendo la pentola nel lavandino pieno di acqua fredda.

3. Nel frattempo sterilizzate i vasetti passandoci sopra una sufficiente quantità di acqua bollente. Poneteli a scolare a rovescio su un canovaccio pulito. Per prenderli e non scottarmi, uso una pinza da cucina.

4. Quando il latte ha raggiunto la giusta temperatura, versate lo yogurt in un dosatore di vetro senza mescolarlo e versateci sopra un po’ di latte preso dalla pentola.

5. Gentilmente mescolate con un cucchiaio e versate il composto nella pentola con il latte restante incorporandolo brevemente e con estrema delicatezza. Questo passo è molto importante perchè vi assicura uno yogurt consistente, mantenendo vivi i batteri buoni.

6. Versate lo yogurt nei vasi sterilizzati. Se vedrete scendere nel latte dei grumi di yogurt, saprete che il passo precedente è stato eseguito con successo. Cercate di dividere questi grumi nei vasetti.

7. Tappate i vasi e rimettetli nella pentola dove avete scaldato il latte e che avrete nel frattempo sciacquato. Versateci dell’acqua tiepida, fino a lambire i tappi dei contenitori.

8. Chiudete la pentola con il coperchio e lasciate a riposare in un posto tranquillo (io li metto nel forno spento, ma potete anche lasciarlo sul bancone della cucina) per 12-18 ore, a seconda del grado di consistenza che preferite. A noi piace piuttosto sodo, quindi ci orientiamo sulle 18 ore di riposo circa.

9. Trasferite i vasi nel frigorifero per almeno un paio d’ore pima di sevirlo ai vostri affamati campioni!

Io di solito ne faccio una dose doppia a settimana, perchè è la quantità adatta al nostro consumo e lo yogurt si conserva fresco.

Cerco di non andare oltre i 7 giorni, per assicurarmi di servire sempre yogurt fresco. Dopo circa un mese e mezzo, rinforzo lo starter, ovvero compro un nuovo yogurt biologico, per rifocillare i batteri buoni. Infatti, dopo aver usato il vostro yogurt come starter 6-7 volte, noterete che il risultato sarà uno yogurt progressivamente meno consistente.

Buon appetito a tutti!

Creare una mappa di viaggio

Nei giorni scorsi, ho scritto della urgenza personale di definire una nuova mappa di viaggio che possa rappresentare i cambiamenti che nei mesi scorsi, sono avvenuti fuori e dentro di me.

Per far questo, ho scelto di condividere qui, un modo che già in passato, mi ha aiutato, attraverso alcune semplici domande, ad identificare con più coscienza la strada che voglio percorrere.
Si inspira principalmente ad una idea che ho letto su Steady Days di Jamie Martin. L’autrice nel suo libro, parla della necessità di redigere una mission statement, cioè una sorta di dichiarazione di intenti che possa motivare e sostenere le madri nel loro lavoro quotidiano. Ma credo che il metodo di indagine qui proposto possa essere adattato a moltissime situazioni e condizioni.

Spero che queste idee vi possano essere utili, come lo sono state per me.
Non è necessario rispondere a tutte le domande in una volta sola. So bene che trovare anche solo 5 minuti di fila di solitudine è per molte un sogno recondito! Si può lavorare in più sessioni, come ho fatto anche io e magari anche lasciare le domande fluttuare nella vostra mente mentre caricate la lavatrice o guidate nel traffico. Ma vi consiglio vivamente di tenerne traccia per iscritto. Lo scopo è quello di tracciare una mappa scritta di voi stesse e del vostro viaggio.

1. Perchè mi pongo queste domande? Perchè hanno importanza per me?
E’ la prima vera domanda che sottende tutte le altre e che, in fondo, motiva il resto dell’indagine. Nel mio caso, vari segnali di perdita di centro, mi hanno fatto capire che avevo bisigno di resettarmi. Perchè una delle mie grandi ansie è di sprecare tempo a mia disposizione, cioè vivere lasciando che la vita mi passi davanti, senza riuscire ad afferrarla.

2. In secondo luogo, è sempre importante fermarsi un attimo a riflettere sulle proprie personali priorità del momento. Esse infatti cambiano con le stagioni della vita e avere ben presente quali siano i valori che al momento sono più vicini al proprio cuore è un passo fondamentale, su cui forse, è il caso di spendere tutto il tempo necessario: figli, compagni o mariti, lavoro, carriera, spiritualità, casa, hobby creativi, istruzione, socialità…ecc. ecc…. cos’è che al momento conta di più? Non c’è molto da ragionare, basta far parlare il cuore.

3. Quali sono le mie doti migliori? I miei talenti?
Per quanto mi riguarda la scrittura è sempre stata una di quelle qualità che ho maneggiato con fluidità e leggerezza sin da quando ero una bambina. Una di quelle cose che ho quasi sempre fatto senza particolare sforzo, ma che mi hanno reso molti servigi nella vita…per qualcun altro potrebbe essere la facilità di pensare razionalmente. O le doti organizzative. Oppure essere comprensivi verso gli altri. Ma anche esperienze di vita, attestati, lauree…tutto ciò che vi caratterizza nel rapporto con gli altri, con il cosiddetto sociale.

4. Quali sono i ruoli che mi caratterizzano meglio al momento nella vita?
Attualmente sono principalmente una moglie e una mamma. Una persona che, attraverso la cura della propria famiglia, può trovare certamente il modo di mettere a frutto i propri talenti e porli al servizio dei propri cari e di altre persone fuori dalla famiglia.

5. Quali sono gli aspetti che amo maggiormente dei miei ruoli?

6. Quali sono le mie passioni, cosa amo maggiormente fare?

7. Posso rintracciare alcuni filoni principali su cui, di fatto, i miei interessi e la mia personalità si sono intrecciati per condurmi ad essere quello che sono ora?
Nel mio caso, riflettendoci, ho scoperto che uno dei temi principali che percorre tutta la mia vita è la cura.
Da piccola come cura degli animali (a quel tempo volevo fare il veterinario) e poi la prorompente passione (o missione?) per il mestiere di mamma, l’ interesse per la cucina (come piacere di prendermi cura a tavola delle persone che amo) e l’amore per la natura intesa come cura dell’anima (ho provato a vivere in città…ma ne sono fuggita appena possibile per tornare nel verde delle colline!). Altri temi sono lo sport che vivo come una sorta di meditazione olistica corpo/mente, la scrittura come bisogno interiore di elaborazione della realtà.
Entrambi questi temi poi nel tempo si sono fusi in una generale propensione verso gli aspetti spirituali di me stessa e della realtà che mi circonda.

8. Quali sono le mie debolezze? In che ambito vorrei crescere?
E’ importante per me a questo punto non perdermi nel perfezionismo e cedere alla tentazione di scrivere un’interminabile lista di difetti che vorrei cambiare di me. Credo sia invece utile concentrarsi e focalizzarsi su alcuni ambiiti per volta, per non sentirsi sopraffatti.
Io ad esempio,so che, per funzionare al meglio, ho bisogno di dare suffciente spazio nella mia vita ai valori e alle pratiche spirituali (preghiera, meditazione, sport, scrittura ecc. ecc.), mentre nella gestione familiare ho bisogno di crescere nell’ambito del budget, cioè di una più mirata gestione economica dei beni familiari, così come nelle faccende domestiche devo poter migliorare nell’ambito della motivazione personale e della costanza. Questi sono solo alcuni piccoli esempi, ma possono far bene capire di cosa stiamo parlando.

9. C’è qualcosa che invidio nella vita di altre persone? Cosa è di loro che agogno avere per me stessa?
Parliamo di invidia. Quando ero adolescente, per alcuni anni ho seguito una terapia di gruppo. In quel tempo ho scoperto quanto le nostre relazioni con gli altri possono effettivamente dire di noi stessi. Ci si può chiudere anni e anni dentro lo studio di uno psicanalista e non arrivare mai al nocciolo di alcune questioni fino a quando invece non le si vedono all’opera nell’interazione con gli altri. Personalmente io ho imparato sempre molto analizzando i miei sentimenti di invidia. E non parlo di stima, che è un sentimento considerato socialmente edificante e che in realtà ha pochissimo a che fare con noi. Parlo invece di invidia, quel sentimento di rabbia, di odio a volte, verso qualche aspetto di qualcuno o verso qualcosa che ci sembra appartenere a qualcun altro e che bramiamo invece con tutte le nostre forze avere per noi. Quella rabbia, associata ad emozioni socialmente negative come la cattiveria, noi spesso la rifiutiamo. Evitiamo di vederla, perchè ci mostra come non vorremmo essere (o non dovremmo, secondo alcuni canoni sociali!). Mentre invece da essa, possiamo capire molto su noi stessi.
Io infatti ho sempre invidiato le persone che lavorano vicino la propria casa e la propria famiglia. Così come invidio le donne che possono lavorare in casa o da casa e prendersi così cura personalmente della propria famiglia. Capire che questo era un tema centrale della mia rabbia e insoddisfazione interiore e dell’aggressività che mostravo verso gli altri, mi ha aiutato a capire cosa volevo essere veramente. E scegliere di rimando quali battaglie combattere.

10. Quali sono i tratti salienti della mia personalità? Come mi vedono gli altri? Quali sono, secondo loro, i miei doni?
Un’aspetto di me che molti dei miei amici e conoscenti continuano a sottolineare è il mio sorriso e la mia serenità. Personalmente ho spesso rifiutato e bollato come superficiali questi giudizi su di me, che sono anche molto timida, musona e introversa. Ma a pensarci bene, il sorriso e la dolcezza sono aspetti che naturalmente metto in gioco nel contato con gli altri. Al di là del desiderio di farmi ben volere ed essere quindi, accettata dagli altri, c’è anche però un aspetto positivo che mette in risalto quanto in realtà mi faccia bene lo stare con gli altri, ascoltare e condividere con loro le esperienze di vita. Quando infatti mi lascio andare e cedo al mio naturale sorriso, la mia apertura verso l’altro mi permette di crescere interiormente attraverso il contatto fisico e la condivisione emotiva, di amare e sentirmi amata con sincerità. Elevando la relazione con l’altro ad un livello sicuramente superiore.

A questo punto, i più assennati saranno in grado di creare una frase, più o meno lunga, più o meno complessa, che possa rappresentare l’idea di fondo che caratterizza se stessi in questo momento. Cioè una sorta di scopo della propria vita attuale.
Una mission statement, appunto.
Io ci sto ancora lavorando, ma orientativamente la mia dichiarazione di intenti potrebbe essere:

Nutrire i miei cari di un ambiente sereno, organizzato e stimolante, a diretto contatto con la natura, amministrando con semplicità e consapevolezza i doni che mi sono stati concessi“.

L’ideale sarebbe poi, partire da questa frase per poter poi prenderla come ispirazione per scrivere alcuni paragrafi più esaustivi che descrivano chi sono, e dove voglio andare, per motivarmi e forninrmi l’energia necessaria per perseguire i miei obbiettivi giorno dopo giorno.

Definire e affinare la propria visione e missione di vita, significa principalmente rintracciare il vero senso che sottende le nostre azioni quotidiane , anche le più semplici. Perchè tutte saranno inserite in una più ampia visione e prospettiva.
Ed è in questo modo anche immensamente più facile accettare ciò che a primo acchitto non gradiamo, senza sentirsi per questo frustrati.
Ogni incombenza esiste infatti perchè è parte integrante di una più ampia visione, di cui ora siamo perfettamente consapevoli.